ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

La verità senza luogo

Emone tra tragedia e diritto e... il ruolo della formazione dei magistrati
11 giugno 2026
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Antigone di Sofocle, regia di R. Carsen, Teatro greco di Siracusa, rappresentazione del 13 maggio 2026

Antigone di Sofocle, regia di R. Carsen, Teatro greco di Siracusa, rappresentazione del 13 maggio 2026

ABSTRACT

1. La tragedia come esperienza del diritto

Il seminario organizzato dalla struttura di formazione territoriale presso la Corte di appello di Catania, insieme alla Scuola superiore della magistratura, svoltosi a Siracusa e dedicato a “Giustizia e Legge Percorsi tematici sulle orme di Antigone”, immerso nella cornice irripetibile delle rappresentazioni classiche al Teatro antico ha reso tangibile, quasi fisicamente percepibile, la straordinaria contemporaneità dell’Antigone. Non è stato un semplice scorrere di tematiche intercettate dalla tragedia nel caleidoscopico mondo del diritto, ma prim’ancora un’immersione con occhiali tridimensionali, alla ricerca delle radici più profonde del complesso patrimonio custodito da ogni persona.

In quel contesto, Antigone non si è presentata come racconto di un conflitto ormai consegnato alla storia, ma come una lente ermeneutica attraverso la quale disvelare il presente, le sue tensioni, le sue rigidità, le sue fragilità.

Le successive riflessioni saranno in particolare dedicate alla figura di Emone che assume una centralità spesso assorbita dalle prorompenti figure degli altri protagonisti della tragedia, autentico cult nella storia del pensiero filosofico, giuridico e sociale.

È apparso così evidente che il diritto non vive soltanto nelle norme, ma nell’humus culturale e umano che le genera e le sostiene.

Questa consapevolezza ha trovato un preciso – e quasi inaspettato – punto di contatto con la riflessione personale maturata in Verità e diritto[1] dove la verità giuridica non è stata descritta come dato univoco, ma come il risultato di una “ricognizione di plurimi involucri” nei quali si intrecciano diritto, giustizia e realtà.

Da qui la forza di una prospettiva metodologica esposta nel volume scritto a quattro mani con il Prof. Antonio Ruggeri, apertamente rivolta a rinunciare all’aut aut ed alla tentazione di ridurre la complessità a scelte nette e definitive per assumere, al contrario, la difficile e assai faticosa prospettiva dell’et et. Lo snodo così proposto corrisponde alla constatazione – che la dottrina ha messo in luce con particolare efficacia – che nella tragedia a giocare un peso decisivo non è la contrapposizione tra verità diverse, ma anzi l’assenza di uno spazio comune capace di renderle comunicanti ed interconnesse.

2. Le verità chiuse: Creonte, Antigone e Tiresia

Le figure che si muovono nella tragedia sembrano porsi come monadi incapaci di riuscire a trovare una qualche forma di composizione.

Primeggia, fra tutti, la figura di Creonte che, fin poco prima della fine della tragedia, immortala la rappresentazione più evidente di una verità che si identifica con il potere.

Creonte è, al tempo stesso, legislatore, re e giudice che interpreta la legge, la contesta ai trasgressori e applica la sanzione per la sua violazione dallo stesso monarca accertata. Il richiamo all’ordine, alla stabilità, alla lotta contro l’anarchia diviene la giustificazione di una chiusura che non ammette incrinature. Creonte sembra dunque incarnare la verità assoluta che rimanda alle divinità, cattolico‑cristiane o meno che siano.

Creonte incarna, dunque, quella pretesa di coincidenza tra decisione e verità che l’esperienza giuridica contemporanea ha imparato a guardare con una prospettiva via via sempre più relativizzante, proprio per effetto di ragioni di diversa portata che potremmo definire unificate dal costituire un più o meno esplicito “attacco” al giudicato.

Antigone, senza che qui si possa o intenda approfondirne i profili, porta a sua volta una verità assoluta, fondata su un ordine di valori che non si lascia mediare e che si afferma senza compromessi, al punto da giustificare il sacrificio della propria esistenza proprio in nome della salvaguardia di un valore trans‑epocale che non tollera alcun disallineamento ancorché dichiarato dal potere. E a ben considerare nemmeno Tiresia, su un piano diverso, pur straordinario interprete di immagini che rimangono scolpite nella memoria dello spettatore, sembra porsi sul piano di uno spazio dialogico.

La sua è una verità rivelata che affonda il suo fondamento in un contesto soprannaturale che non solo interviene dall’esterno e giunge quando ormai le condizioni per un confronto sono venute meno.

Come sottolinea Andronico, il punto decisivo non è tanto il contenuto delle verità in gioco, quanto il fatto che esse si dispongono secondo “misure” diverse, irriducibili tra loro, senza che sia possibile ricondurle a un terreno comune. Non è in gioco un semplice conflitto tra diritto e morale, ma una pluralità di ordini che non trovano mediazione.

Tiresia, per parte sua, è il vaticinatore che, ispirato dagli Dei, indica in anticipo la verità che scaturirà dalla scelta di Creonte se egli non cambierà indirizzo. È, quella di Tiresia, una verità già scritta sulla quale gli umani non possono indulgere o discutere, ma semmai misurarsi per capire se ciò che Tiresia predice può cambiare il corso degli eventi ed incidere sul “giudicato” già emesso.

3. Emone e l’apertura alla verità “plurale”

In questo spazio chiuso riempito da figure ieratiche e potenti nel tratto o nelle posizioni irrompe, quasi sorprendentemente, la figura del giovane Emone, quasi naturalmente destinata a posizioni di seconda fila nel palinsesto.

Di fronte al dittatore tiranno, il figlio guadagna inizialmente la scena con il linguaggio della fedeltà e dell’obbedienza – Padre, io sono tuo – ribadendo la centralità della figura e della società patriarcale e maschilista – Parli come schiavo di donna – nel quale sembra pienamente immerso.

È proprio a causa dell’atteggiamento di totale chiusura al confronto di Creonte che Emone suggerisce un’altra via, aperta ad una prospettiva completamente diversa, nella quale egli non oppone una verità alla verità del padre, emergendo in tutta la sua freschezza giovanile, innamorato sì, ma anche estremamente saggio. Non sostituisce un principio con un altro, ma introduce con un’iniziale delicatezza una frattura interna alla logica stessa del discorso paterno, esposta in modo franco e inequivoco. Ciò accade quando Emone, ben consapevole del debito di riconoscenza imperituro di un figlio nei confronti di chi gli ha consegnato il dono della vita e lo ha guidato e guiderà negli anni, afferma che non è giusto pensare che una sola opinione sia vera.

Egli non rivendica una diversa verità, ma propone il metodo dell’ascolto, del ragionare, del considerare elementi prima non conosciuti dal padre e che, a suo avviso, avrebbero potuto assumere una forza persuasiva capace di innescare una nuova riflessione in Creonte, riportandolo con dignità alla guida, benché tirannica, del suo popolo.

L’accusa di essere “al servizio delle donne” non fa arretrare Emone, ma rafforza la sua posizione, spingendolo verso una dimensione che intende aprire le porte al pluralismo democratico, come nota sagacemente Luca Mori[2]. Una concezione dell’esercizio del potere, quest’ultima, già solo per questo più “giusta” di quanto possa essere quella animata da spinte egocentriche e solipsiste.

Qui si coglie il punto più profondo della tragedia.

Secondo Andronico[3] in Antigone il “grande assente” è il dialogo. Non si ritrova, infatti, la “disponibilità ad intendere le ragioni dell’altro”, al punto che è proprio questa assenza a rendere impossibile ogni composizione. Emone, allora, rappresenta non una posizione, ma la possibilità mancata di costruire un luogo comune della verità che viene patrocinata da chi, più giovane degli altri protagonisti, ha orizzonti più lindi perché intercetta i sussurri del popolo, è più capace di orientarsi rispetto alle difficoltà della vita senza i condizionamenti e i preordinamenti che, invece, ciascuno individuo matura nel corso della sua esperienza.

In questo senso, la figura di Emone appare sorprendentemente moderna e si collega direttamente alla riflessione già sviluppata in passato in alcune parti di Verità e diritto. Si provò a sostenere, allora, che la verità non è mai concepita come valore individuale ed assoluto, ma come esito di una cooperazione tra diversi “costruttori di verità”. Emone è, per così dire, uno dei primi interpreti di questa logica cooperativa: una verità relazionale anche se fragile, impervia ed insicura ma non per questo visionaria e potenzialmente feconda, ove capace di arricchire i punti di vista se non addirittura di modificarli.

Non ci si può, allora, che ritrovare nelle considerazioni espresse da Rita Russo nel corso del seminario quando ha attribuito ad Emone il ruolo di “miglior attore non protagonista” della tragedia sofoclea, incarnando la ricerca di una via di conciliazione tra posizioni opposte.

Il suggerimento di Emone al padre Creonte di una maggiore flessibilità, paragonando la saggezza alla capacità degli alberi di piegarsi per sopravvivere, anziché rimanere rigidi e per questo molto più vulnerabili, è di rara lungimiranza e potenza. Quando Emone ricorda a Creonte che Chi crede di essere il solo a capire, il solo a poter parlare, il solo a possedere un’anima retta, appena lo apri scopri che è vuoto… cerca di orientare l’orizzonte del padre verso una direzione capace di meglio sostenerne le decisioni, comunque a lui riservate.

Emone, nell’intercettare il sentire della polis, incarna così l’idea che i valori fondamentali, ai quali lo ius positum non può derogare, non derivano solo dalla dimensione divina, ma emergono dal consenso della collettività umana e dal loro farsi continuamente nell’esperienza concreta.

Questo concetto, ripreso, come ci ha ricordato Rita Russo secoli dopo, da Norberto Bobbio, suggerisce che la giustificazione – ed il riconoscimento – dei valori fondamentali si trovi nella loro accettazione da parte della comunità. E cos’è questa felice intuizione se non piena dimostrazione di quanto sia proprio la coscienza sociale a costituire al tempo stesso valore costituzionale di base e motore inesauribile della costante adeguatezza del diritto scritto ai valori fondamentali che stanno alla base della comunità tenuta unita dalla Costituzione e dalle Carte dei diritti fondamentali sovranazionali?

4. Il fallimento del dialogo e il carattere tragico

Malgrado gli sforzi di Emone, la verità rappresentata a Creonte rimane inascoltata ed anzi erroneamente rappresentata come ispiratrice di un cedimento del governante alla volontà del popolo. Creonte non si limita a respingerla ma, anzi, la deforma. La proposta di apertura ad una soluzione meno afflittiva – che, in definitiva, altro non è se non un richiamo al valore fondamentale della proporzionalità delle sanzioni – viene da Creonte ridotta a pretesa di verità alternativa e, in quanto tale, ironizzata, delegittimata e quasi banalizzata, quest’ultimo accusando il figlio di essere debole, inesperiente, sciocco. Il dialogo, pure suggerito fortemente dal Coro – Signore, se ha detto qualcosa di opportuno, è naturale che tu lo ascolti. E anche tu, ragazzo, ascolta il padre. Entrambi avete parlato bene – viene così trasformato in conflitto, senza nemmeno considerare gli sviluppi che di lì a poco avrebbero aperto le porte della tragedia.

È infatti in questo passaggio che comincia a consumarsi il dramma. Non perché una verità prevalga sull’altra, ma perché non si costruisce il luogo nel quale esse possano incontrarsi. Andronico è esplicito ed assai convincente nel ritenere che il carattere tragico della vicenda risiede proprio nell’impossibilità di tale incontro, nella strutturale mancanza di una misura comune, un “un unico logos”.

Questa impossibilità illumina anche una dimensione più generale: il diritto, quando si chiude su sé stesso, rischia di riprodurre la stessa dinamica. La verità si delinea, così, quasi sempre in una tensione, una tendenza e non in un risultato definitivo. Quando questa tensione si arresta, il diritto si irrigidisce, perde il contatto con la realtà e regredisce.

5. Verità solitaria e verità plurale: una, nessuna o centomila?

La straordinaria complessità e contemporaneità dell’Antigone e delle figure complesse che la animano emerge nel confronto con altre figure tragiche. In Aiace, la verità si presenta come solitaria, identitaria, chiusa nella dimensione individuale della dignità e dell’onore. In Prometeo incatenato la verità si misura con il potere, in un conflitto radicale tra umano e divino[4].

Nella prospettiva delle riflessioni qui esposte, volutamente focalizzate sulla figura del figlio di Creonte, il dato caratterizzante è quello che orienta verso la natura plurale della verità, all’un tempo individuale e collettiva, personale e pubblica. La verità non appartiene a un solo soggetto, ma si distribuisce e si costruisce nella relazione. Emone incarna precisamente questa dimensione che evoca l’idea di una verità che non può esistere fuori dal – e prima del – confronto. Una verità esposta al rischio del fallimento, ma proprio per questo necessaria, indispensabile. È poi la tragica fine di Emone, morto suicida accanto ad Antigone a dare il senso della tragedia che sommerge tutti i protagonisti, incapaci di capire il cruciale suggerimento di Emone. Il gesto suicidario è ancora una volta il protagonista della tragedia, fine ultimo ed ideale inizio di percorsi nuovi innestati sugli errori del passato. La decisione di Creonte spegne il sogno di Emone di condividere la propria esistenza con la persona amata insieme alle aspettative di un cambiamento nella gestione del potere ma si inscrive nei messaggi immortali capaci di rimane inalterati nella loro forza a 2500 anni dalla tragedia sofoclea.

6. Il diritto come spazio della verità condivisa

E allora, dov’è la verità? Certo non in chi alimenta l’idea di chi si impone sugli altri con la forza o con il potere. Non nella chiusura di Creonte, né nella assolutezza della posizione di Antigone, né nella rivelazione di Tiresia, anch’essa agganciata ad una dimensione divina ignota, sconosciuta, non negoziabile. La verità si colloca in uno spazio intermedio, fragile, sempre esposto alla crisi, in cammino attraverso il dubbio che si alimenta dal pluralismo.

Il riferimento all’opera – ed al dramma – di Antigone serve proprio a questo. Non solo a ripercorrere un testo per lasciarlo impresso nella memoria, ma anche ad evocare un terreno nel quale il conflitto non si lascia facilmente risolvere ma non va definito con un verdetto secco.

È qui che si colloca il valore più profondo di questo percorso. Quel dramma potrebbe diventare il contraltare del dramma della giustizia. Ma può anche, se assunto consapevolmente, offrire spunti per rafforzarla, migliorarla, renderla più efficiente senza dismettere il suo insostituibile profilo “umano”. Ciò che significa, probabilmente, tenere in considerazione primaria i suoi valori e quelli della persona, ma al tempo stesso alimentare la capacità di mettersi in discussione attraverso apporti provenienti da aree culturali diverse.

Questa riflessione assume oggi un rilievo ancora più intenso se consideriamo il tempo che stiamo attraversando segnato, a diversi livelli, da conflitti che si manifestano nelle società, nelle istituzioni nazionali, nei rapporti tra ordinamenti e, in modo drammatico, nello scenario internazionale.

In questo spazio il diritto del nostro tempo è dunque chiamato ad operare. Non come luogo della verità definitiva, ma come metodo per la sua costruzione.

Per questo ci è parso di poter dire in precedenti riflessioni che il diritto alla verità costituisce un prius fondamentale. Un valore di base che si manifesta nel dovere di ricerca e non nel possesso del risultato e che implica apertura, confronto, cooperazione, in nome della salvaguardia della dignità della persona. Appunto, et et.

Così, il diritto non può essere né l’ordine imposto da Creonte né la verità assoluta di Antigone. È piuttosto quel tentativo – sempre incompiuto, sempre esposto al rischio – di costruire una verità condivisa che viene avvertito prima di tutti dal giovane Emone sui quali qui è ancora il caso di ritornare. Sono davvero di straordinaria forza i contenuti del dialogo di Emone col padre, nei quali prendono corpo le virtù del giovane figlio, ben consapevole del ruolo paterno – Padre, tuo sono. A me coi tuoi consigli segni la via diritta, ed io la seguo; nozze mai non saranno ch’io più care della tua sicura guida reputi – ma anche del valore della polisio nell’ombra odo i sussurri della città, che piange questa fanciulla – e della necessità di “aiutare” il padre nella gestione del potere – Non stare saldo in una sola idea, né credere che soltanto tu abbia ragione. Chi pensa che solo in lui dimori il senno o che egli solo sappia parlare, quando lo si apra, appare vuoto – e nel porsi come “costruttore di saggezza” – Il più saggio degli uomini sa anche lasciarsi persuadere dagli altri e cedere al tempo opportuno –. Emone propone dunque un metodo fondato sull’ascolto, sulla persuasione, sul valore che sta dietro la capacità di modificare le proprie certezze di fronte alla plausibilità delle altrui verità. Da qui il suggerimento a praticare la virtù dell’elasticità – Vedi gli alberi lungo il torrente: quelli che si piegano salvano ogni ramo, quelli che resistono periscono con radice e tutto – e dell’ascolto, anche se proveniente da chi è più giovane – Rinuncia, dunque, all’ira e cambia decisione; ché, se anche un giovane può dire il suo pensiero, dirò: è bene che l’uomo sappia tutto; ma se ciò non è dato, è bene ascoltare chi parla con saggezza –.

Il quadro così affrescato è quello di una verità che non elimina le differenze, ma prova a tenerle insieme e a mediarle. È dunque in questo spazio che il diritto trova la sua misura più autentica. Non già nella pretesa di chiudere il conflitto, ma nella capacità di abitarlo, riconoscendone la complessità e valorizzando così le molteplici espressioni della dignità umana.

7. Il ruolo della Scuola della magistratura attraverso il confronto con la tragedia di Antigone

Il confronto con la tragedia sofoclea non è rimasto esercizio colto o raffinata evocazione culturale, ma si è tradotto in una responsabilità istituzionale che interpella direttamente il ruolo della Scuola superiore della magistratura.

È proprio in luoghi come quelli qui sommariamente descritti — nei quali il diritto accetta di misurarsi con la filosofia, con la letteratura, con la psicologia, con le scienze sociali — che può prendere forma una più consapevole educazione al giudicare.

La Scuola è chiamata, infatti, a promuovere un modello formativo che non si esaurisce nella trasmissione di saperi tecnico‑giuridici, ma che si apre in modo strutturato a contributi esterni, capaci di illuminare i processi decisionali, le condizioni cognitive ed emotive del giudizio, le dinamiche relazionali che attraversano la giurisdizione.

In questa linea si collocano, fra l’altro, esperienze formative che, anche nel medesimo tempo in cui si è svolto il seminario dedicato ad Antigone, hanno coinvolto psicologi e filosofi del diritto nella riflessione sulla psicologia del giudicare, restituendo con chiarezza l’idea di una Scuola che non si limita a registrare la complessità del presente, ma la assume come terreno di lavoro sul quale gestire la crescente complessità dei nostri tempi.

È in tale apertura che la Scuola può svolgere appieno la propria funzione di accompagnatrice dei magistrati nella costruzione di un giudizio consapevole, capace di integrare la dimensione giuridica con quella umana e culturale, e di misurarsi, con maggiore lucidità, con le tensioni che attraversano il diritto vivente.

In questo stesso spazio si gioca anche il contributo delle nuove generazioni di magistrati, chiamati ad assimilare il patrimonio di esperienza di chi li ha preceduti senza limitarvisi, ma rimetterlo in circolo, sottoporlo a verifica, riattivarlo alla luce di contesti mutati e di sensibilità diverse realizzando una virtuosa continuità fra passato e presente della giurisdizione e del contesto sociale e culturale.

Se nella tragedia la voce di Emone, portatrice di ascolto e di apertura, resta inascoltata fino a essere travolta in un esito radicale e irreversibile, è proprio a istituzioni come la Scuola che andrebbe affidato il compito, ben più ambizioso, di evitare che quella possibilità vada perduta costruendo, nella formazione e attraverso la formazione, le condizioni perché il dialogo non sia episodico o affidato alle singole personalità, ma diventi parte strutturale del modo stesso di esercitare la giurisdizione.

Una Scuola che, dunque, impedisca il suicidio di Emone e cambi il finale della tragedia, dando respiro alla magistratura, soprattutto ai tanti Emoni magistrati che animeranno la scena della giustizia nei prossimi anni.

Le opinioni espresse impegnano unicamente l’Autore e non l’Istituzione.

[1] R. G. Conti, A. Ruggeri, Verità e diritto. Dialoghi su Costituzione, giustizia e umanità, Napoli, Edizioni Scientifiche, 2026.

[2] L. Mori, Democrazia e ragione, attraverso antigone ed Emone, in Educazione sentimentale, 2015, n.23, 6.

[3] A. Andronico, Sulla dismisura. Una lettura dell’Antigone di Sofocle, in Diritto e questioni pubbliche, 2018, 2, dicembre 155 ss., ove si rinviene una ricchissima bibliografia sui tanti studi che hanno riguardato l’Antigone.

[4] Abbiamo approfondito i riferimenti alle due tragedie citate nel testo in Verità e diritto, cit., 297 e 309.

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