ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
9 maggio Giornata dell’Europa

Il modello europeo di fronte alle derive del disordine globale

Il progetto avviato con la Dichiarazione Schuman, fondato sul multilateralismo e sulla cooperazione internazionale, è stato fondamentale per garantire pace, sviluppo e stabilità tra i Paesi membri dell’Unione Europea. Anche per il filosofo Jürgen Habermas il modello europeo può ancora configurarsi come alternativa valida alle attuali logiche di potenza dei nuovi imperi.
9 maggio 2026
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ABSTRACT

Il 9 maggio, Giornata dell’Europa, non può prestarsi oggi a essere considerato come una ricorrenza meramente celebrativa. Si‎ tratta, piuttosto, di una data fondativa che sollecita una riflessione sull’attuale crisi dell’ordine internazionale e sulle implicazioni che richiedono puntuali riflessioni sulle scelte da maturare sulla politica internazionale contemporanea. Il riferimento storico è alla Dichiarazione Schuman del 1950, con la quale si avviò il processo europeo con una svolta radicale: si superò la tradizionale logica conflittuale tra Stati puntando a realizzare le prime forme di cooperazione istituzionalizzata (Giornata ‎ dell’Europa – 9 maggio | Unione europea). In un contesto segnato dall’esperienza di due guerre mondiali devastanti, Robert ‎ Schuman, Ministro degli Esteri francese, e Jean Monnet, economista e architetto delle politiche di integrazione, delinearono un progetto fondato su una progressiva cessione di sovranità, destinato a incidere sui presupposti stessi delle relazioni interstatali. Alla visione politica di Schuman, orientata alla trasformazione della competizione tra Stati in cooperazione stabile mediante istituzioni comuni, si affiancò l’impostazione funzionalista di Monnet, incentrata sull’integrazione nei settori economici strategici, quali carbone e acciaio, al fine di creare interdipendenze concrete e interessi condivisi. In tale prospettiva, l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951 rappresentò il primo ambito di attuazione di questo modello, incidendo sui rapporti tra Francia e Germania e contribuendo a porre le basi per una stabilizzazione duratura delle relazioni tra gli Stati partecipanti. L’integrazione economica veniva così a configurarsi come strumento di prevenzione del conflitto, attraverso la creazione di vincoli giuridici e assetti istituzionali condivisi.

L’avvio di tale processo segnò un mutamento strutturale: la sicurezza e la pace venivano progressivamente ricondotte non più all’equilibrio di potenza, ma a un ordinamento fondato su cooperazione, interdipendenza e limitazione della sovranità statale. In questo quadro, l’integrazione economica assunse una funzione di stabilizzazione politica, consentendo di ricondurre tensioni e conflitti entro meccanismi di regolazione comune.

Il percorso trovò ulteriore sviluppo nei Trattati di Roma del 1957, nei quali gli Stati aderenti espressero la volontà di avviare un’unione sempre più stretta, orientata al progresso economico e sociale attraverso l’eliminazione delle barriere interne. In tale contesto, l’integrazione europea si è progressivamente configurata non solo come cooperazione economica, ma come costruzione di una comunità fondata su solidarietà, interdipendenza e stabilità istituzionale. Il successivo approfondimento e l’allargamento dell’Unione non hanno inciso sui presupposti di fondo di tale modello, ma ne hanno esteso la portata, contribuendo al consolidamento di una “comunità di diritto” quale riferimento per l’intero spazio europeo e il sistema dei diritti, anche in aderenza a modelli di giustizia sociale che hanno attenuato squilibri e diseguaglianze sistemiche.

È bene dunque partire da queste premesse per valutare l’attualità delle sfide che attendono l’Europa. In primo luogo, non può omettersi che i movimenti sovranisti e populisti insistono sull’accusa di eccessiva burocratizzazione e iper‑normativismo dei regolamenti europei. Si tratta però di una critica miope, che trascura la possibilità di interventi correttivi e soprattutto la più ampia costruzione dello Stato di diritto fondato su standard di legalità e giustizia sociale ancora unici nel mondo su cui non a caso si è costruito un processo di costante allargamento, cui oggi guarderebbe persino il Canada minacciato da Trump. In sostanza non va persa di vista la questione oggi centrale: l’Europa può ancora rappresentare un modello politico da preservare e rendere attrattivo di fronte a questa fase di profonda crisi dell’ordine internazionale. Gli scenari sono noti: prima sono emersi gli squilibri della globalizzazione, poi la guerra scatenata dalla Russia di Vladimir Putin contro l’Ucraina ha riportato nel cuore del continente europeo la guerra di aggressione come strumento politico, mettendo in discussione principi fondamentali del diritto internazionale quali l’inviolabilità delle frontiere e la sovranità degli Stati. E mentre l’ascesa globale della Cina si è costruita sul suo modello controverso di potenza economica a scapito di standard produttivi sostenibili e libertà interne, oltre che dei debiti sovrani degli Stati destinatari dei suoi investimenti, ancora il mondo è sconvolto da logiche di guerra e derive autoritarie. Infine è arrivata la torsione irreparabile dell’amministrazione statunitense guidata da Trump rispetto alla rule of law e al senso comune che si riconosceva nell’Occidente liberale e democratico. È stata dunque tratteggiata in tutta evidenza la crescente divergenza sugli indirizzi politici fondamentali tra Stati Uniti ed Europa: le controversie sono maturate sul rispetto delle Nazioni Unite e delle giurisdizioni internazionali, sulla gestione della guerra in Ucraina, i conflitti a Gaza e in Cisgiordania, la pressione su Venezuela, Groenlandia e Canada, fino alle tensioni in Medio Oriente e alla guerra in Iran. Per ultimo, la guerra commerciale ripresa sui dazi e l’insistente prospettiva di un disimpegno americano dalla Nato – come contropartite alle riserve europee su una guerra non condivisa come quella all’Iran – stanno accentuando il distacco degli Stati Uniti dall’Europa, nonostante questa abbia sempre cercato la condivisione tra i due poli dell’Occidente. È stata infatti la sostanziale coesione di intenti e di valori il principio su cui si era basata la visione transatlantica nei momenti più delicati della Guerra Fredda, nel contrasto tra blocchi Est e Ovest, dopo il crollo del muro di Berlino e poi di fronte alle minacce del terrorismo internazionale. Su questi fronti è bene smentire con forza le accuse di “parassitismo” rivolte da Trump e dal suo entourage agli europei, e va invece ribadita con altrettanta consapevolezza l’importanza del ruolo svolto dall’Europa nella sicurezza globale, come ha dimostrato l’apertura data ai Paesi dell’est dopo la fine dell’Unione Sovietica, e oggi con il sostegno alla difesa dell’Ucraina. E si farà bene a ricordare che l’Europa non è mai venuta meno nell’assumere oneri nella gestione delle crisi internazionali quando queste hanno riguardato direttamente gli Stati Uniti: il contributo degli europei non è mancato proprio l’11 settembre 2001, quando gli attacchi alle Torri Gemelle colpirono gli Stati Uniti e non l’Europa. In quell’occasione la solidarietà europea si manifestò con i fatti: per la prima volta si fece ricorso all’articolo 5 del Trattato Nato, e Paesi come Germania, Francia, Italia, Spagna e Polonia si impegnarono nella difesa dello spazio aereo americano e nel supporto operativo alle missioni antiterrorismo in Afghanistan, Iraq e Siria, pagando anche il prezzo di tante vite umane, con centinaia di caduti e feriti tra i militari europei.

Ecco allora che il percorso storico partito dalla Dichiarazione Schuman va reinterpretato sulle sfide attuali dell’Europa. Come sottolineato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’intervento all’Università di Salamanca il 19 marzo scorso, occorre «ritrovare l’ambizione dei leader del 1951», convinti che «il contributo che un’Europa organizzata e viva può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche». L’Europa, in questa prospettiva, non è solo un attore economico, ma un nucleo essenziale per la pace globale, coerente con il sistema della Carta delle Nazioni Unite in cui la cooperazione internazionale si salda su tre principi fondativi: il divieto dell’uso della forza, la sovrana eguaglianza degli Stati e la promozione universale dei diritti umani.

In questa visione occorre perciò riconsiderare le critiche che in maniera strumentale si sollevano sull’immobilismo e su una presunta irreversibile divisione tra i leader europei. Il tema va rivisto in termini realistici, considerando che in qualsiasi approccio multilaterale le posizioni divergenti richiedono confronti e anche il tempo necessario perché su problemi complessi si sviluppino la mediazione e i progressivi avanzamenti nelle intese. In questo scenario di ridefinizione profonda degli equilibri internazionali, le posizioni dei principali leader europei non vanno dunque interpretate su una linea di frattura netta tra visioni incompatibili, ma piuttosto all’interno di un campo politico attraversato ora da una forte tensione comune: la necessità di restituire all’Europa una capacità strategica autonoma in un mondo che non è più garantito né dall’ordine multilaterale del secondo dopoguerra né dalla prevedibilità dell’alleanza transatlantica. A Emmanuel Macron va perciò riconosciuto il merito di aver sviluppato per prima questa traiettoria in modo esplicito attraverso il concetto di “autonomia strategica europea”, inteso non come slogan politico ma come esigenza strutturale. Oggi nessuno può più mettere in discussione la validità di quell’idea di fondo: dopo le intemerate di Trump l’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti, perché sono proprio questi a contribuire oggi alla instabilità permanente. Lo spagnolo Pedro Sánchez ha invece collocato la questione della sicurezza europea dentro una dimensione più ampia, che intreccia stabilità internazionale, governance multilaterale, progresso sociale e difesa dei diritti. La sua impostazione è stata più marcata rispetto alle pretese di coinvolgimento di Trump nella guerra in Iran, insistendo sul fatto che la sicurezza non può essere ridotta alla sola dimensione militare, ma deve includere la tenuta dell’ordine giuridico internazionale e la capacità dell’Europa di agire come attore normativo globale. Pure il presidente finlandese Alexander Stubb ha espresso una prospettiva fiduciosa sul ruolo dell’Europa nel saggio Il triangolo del potere, Dall’egemonia dell’Occidente al nuovo ordine mondiale: il “nuovo mondo del disordine” è caratterizzato da una struttura tripolare tra Occidente globale, Oriente globale e Global South, e di fronte alla competizione tra blocchi sempre più fluida l’Europa ha necessità di sviluppare anche oltre le tradizionali alleanze la cooperazione, guardando principalmente al Global South rispetto a chi propone nuovi domini. Per questo è stato netto sull’ONU sollecitandone la riforma, su tre obiettivi: 1. allargare il Consiglio di Sicurezza con altri 5 membri permanenti, uno per l’America Latina, due per l’Africa, e due per l’Asia, più altri 5 membri a rotazione; 2. eliminare il potere di veto; 3. sospendere il voto agli Stati responsabili di violazioni alla Carta delle Nazioni Unite. 

In questa lettura, ciò che emerge al di là delle differenze di accento è dunque una convergenza sostanziale su un punto decisivo su cui anche l’Italia si è unita a partire dalle Agende Draghi e Letta, ma soprattutto con le ultime posizioni di cautela assunte da governo e parlamento su Groenlandia e Iran: occorre porre fine all’illusione di un’Europa protetta da altri e senza che possa essere attrice del proprio destino. In questo quadro, il dibattito sul passaggio del processo decisionale dall’unanimità a maggioranza, come sull’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’Ue (che dovrà definire il meccanismo di solidarietà in caso di attacco a un Paese Ue) sul rafforzamento del pilastro europeo della NATO, sul processo di adesione dell’Ucraina e sulla costruzione di una base industriale della difesa comune non rappresenta più una discussione teorica, ma il nucleo stesso della questione politica europea contemporanea. Si tratta, in altri termini, della trasformazione dell’Europa da spazio regolato a soggetto strategico, in cui comunque la dimensione giuridica non è secondaria, ma rimane costitutiva. Anche le riflessioni del filosofo Jürgen‎ Habermas sul futuro dell’Europa, in questo senso, mantengono una straordinaria attualità. A partire dal saggio fondamentale La costellazione post‑nazionale (1999) fino al contributo più recente For Europe (2025, Süddeutsche Zeitung) Habermas analizza il tema specifico del rapporto tra Europa e i nuovi Stati Uniti di Trump. La sua conclusione è stata netta nel sottolineare che l’Unione Europea non può più affidarsi passivamente alla protezione statunitense dopo che l’ordine occidentale si è incrinato con il ritorno di Trump: di fronte alla perdita di “coerenza normativa” degli Stati Uniti l’Europa deve reagire con un progetto politico più autonomo per difendere i propri principi. L’Europa deve dunque acquisire autonomia strategica, rafforzare la propria capacità di decisione collettiva e costruire un’integrazione militare e politica effettiva, altrimenti sarà trascinata dai conflitti e dalle logiche di potenza altrui. In questo senso, per Habermas la costruzione europea rimane intimamente legata al suo progetto originario di “costituzionalismo internazionale”, laddove solo organizzazioni internazionali multilaterali possono garantire pace, sicurezza e rispetto dei diritti fondamentali, superando logiche di potenza e unilateralismo. In questa nozione di Europa, Habermas reintroduce la sua concezione di “democrazia deliberativa”, fondata sul dialogo razionale, sulla partecipazione pubblica e sulla ricerca condivisa di norme etiche e politiche, fino ad interrogare le decisioni più profonde che plasmano il destino dei popoli: da qui la configurazione di uno spazio europeo e globale di solidarietà e cooperazione, legittimato da regole comuni e una responsabile partecipazione non solo dei singoli Stati membri ma soprattutto dei cittadini europei e del mondo.

In buona sostanza, non esiste oggi un meccanismo alternativo capace di garantire ciò che è più necessario di fronte al disordine globale: un quadro condiviso multilaterale, per quanto imperfetto, di legalità internazionale, che solo l’Unione Europea e l’ONU sono in grado di esprimere e rinnovare su nuove basi. In questa prospettiva, il 9 maggio non rimane una data commemorativa, o un monito astratto. Ricorda che l’Europa nasce come risposta alla guerra non come sua ingenua negazione, ma come “costruzione” istituzionale della pace e non sua semplice enunciazione. Oggi, in un mondo nuovamente attraversato dalla competizione tra potenze, questa lezione può essere rilanciata. Se il progetto europeo saprà assumere fino in fondo questa consapevolezza, potrà ancora rappresentare la forma politica più appropriata in grado di tenere insieme sicurezza e diritto, potenza e cooperazione, interesse e giustizia. Non come eccezione storica, ma come possibile anticipazione di un ordine internazionale meno cupo di quello che si sta delineando. In questo senso, l’Europa non è più una costruzione del passato, ma può rappresentare ancora una risposta necessaria per il futuro dell’umanità.

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