Il 10 luglio 1989 Giovanni Falcone parlò di menti raffinatissime, a proposito dei mandanti del fallito attentato in suo danno del 21 giugno precedente, in un’intervista del giornalista Saverio Lodato, pubblicata su L’Unità.
Ebbi l’occasione, verso la fine di agosto di quell’anno, di chiedergli in modo espresso e diretto a chi si riferiva; e lui mi rispose che conosceva “perfettamente questi signori” ai quali aveva voluto mandare un messaggio, perché lo lasciassero “in pace”.
È un colloquio che, sotto il vincolo del giuramento, ho riferito ai giudici della Corte di Assise di Caltanissetta che si sono occupati di quel fallito attentato e che, qualche anno dopo, ho ribadito anche ai giudici del dibattimento per la strage in cui perse la vita Paolo Borsellino.
Il fallito attentato dell’Addaura rappresentò uno spartiacque nel percorso professionale di Giovanni Falcone, nel senso che vi fu un prima ed un dopo e, per noi colleghi che eravamo stati a lui più vicini, fu grande il disagio per taluni suoi comportamenti apparentemente inspiegabili che, dopo la tragedia di Capaci, abbiamo preferito rimuovere, piuttosto che affrontare.
Personalmente giunsi, già in quegli anni, a determinate conclusioni ma ogni mio tentativo di farne oggetto di riflessione collettiva non sortì alcun risultato.
Intendo adesso rimediare.
In questo mio rievocare fatti e pensieri di oltre trent’anni fa, è necessario preliminarmente far comprendere come è possibile che i miei ricordi siano così precisi e, soprattutto, che genere di confidenza avevo con il collega ucciso a Capaci.
La spiegazione riposa nel fatto che, nella primavera del 1993, a distanza di circa un anno dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, ero sempre più convinto che dovevo offrire il mio contributo di conoscenza ai magistrati di Caltanissetta che indagavano, riferendo loro talune circostanze apprese dalla viva voce di Giovanni Falcone e da quella di Paolo Borsellino.
Non ero in grado di valutare quanto potessero essere utili le mie informazioni, in ipotesi nulla, ma ritenevo doveroso rappresentarle a coloro che avrebbero potuto utilizzarle come tasselli di un più ampio mosaico.
Auspicavo, comunque, che in un’eventuale mia audizione fossi in grado – nel riferire fatti e circostanze – di trasmettere al meglio ai magistrati inquirenti quello che ritenevo il filo conduttore dei diversi episodi.
Ci tenevo, inoltre, a far capire in quale contesto di relazioni personali erano maturate le condizioni grazie alle quali magistrati del loro valore avevano ritenuto di potersi confidare con un collega assai più giovane e, per di più, estraneo al loro specifico ambiente lavorativo.
Dovevo riuscire a far comprendere, in particolare, come e perché di Giovanni Falcone ero stato amico, così evitando di apparire vanaglorioso e vanificare il senso delle confidenze ricevute, che ritenevo di dover riferire ai colleghi che indagavano per dare un nome ed un volto ai suoi assassini.
Dovevo spiegare anche, come e perché Paolo Borsellino, che conoscevo bene ma con il quale non avevo un particolare rapporto di confidenza, ritenne di mettermi al corrente di circostanze che sicuramente meritavano di essere riferite.
Sono state queste le ragioni per le quali ho cominciato a prendere appunti.
Con il passare dei giorni, gradualmente, mi sono accorto che questi miei appunti, via via arricchiti da particolari e da valutazioni, andavano perdendo il significato di semplice promemoria o traccia da utilizzare per una mia testimonianza; e mi sono accorto anche che il ripercorrere, con lo scrupolo che la scrittura richiedeva, i momenti essenziali del mio rapporto di conoscenza (che ho sempre pudore nel chiamare rapporto di amicizia) con Giovanni Falcone mi dava conforto.
La ragione originaria e contingente di questi miei appunti è ben presto svanita e, senza chiedermi come potesse essere definito il lavoro che stavo realizzando e quale potesse o dovesse essere la sua utilizzazione, sono andato avanti per alcuni mesi.
Non conoscevo ancora la funzione della scrittura come strumento di auto terapia, ma in quei mesi avevo evidentemente bisogno di mettere ordine alle mie paure ed ai miei sogni, con Palermo straziata dalle bombe, con i militari dell’esercito schierati a difesa delle case e dei luoghi frequentati da coloro che erano più a rischio e, in generale, con un futuro incerto per la terra dove erano nate e dovevano ancora crescere le mie figlie.
E quella scrittura mi diede conforto.
In questa mia rievocazione lo chiamerò memoriale del 1993, un memoriale che ha riposato per decenni nella memoria informatica dei miei pc.
Tornando alla confidenza sulle menti raffinatissime, ricordo che ero andato a fare visita a Giovanni Falcone una sera di agosto del 1989, proprio all’Addaura nella villa sopra la scogliera, dove un paio di mesi prima era stato piazzato l’esplosivo.
Lui era in partenza per gli Stati Uniti e sua moglie Francesca lo stava aiutando a fare la valigia.
All’inizio qualcosa andò storto e Giovanni fu scortese, prima con Francesca e subito dopo con me.
Dovrò spiegare meglio, per il momento posso solo anticipare che, quando gli accennai che avevo qualcosa da dirgli sui servizi segreti, lui prima si rabbuiò e, poi, quando subito dopo comprese che non mi riferivo ai servizi che aveva in mente lui, la sua espressione tornò normale.
Dal giorno del fallito attentato Giovanni restava a dormire all’Addaura per non dargliela vinta diceva, però pretendeva che Francesca rientrasse ogni sera in città.
Verso le undici restammo così soli, se si prescinde dalla decina di uomini armati che proteggevano la villa e che noi non vedevamo ma sapevamo che erano li, e ci accomodammo sul patio a prendere il fresco.
Era stato già chiarito che le informazioni sui servizi che volevo dargli non avevano per lui alcuna importanza, ma poiché c’ero rimasto male per il modo brusco con cui me lo aveva quasi gridato in faccia, Giovanni volle farsi perdonare e, con lo sguardo ed i modi, si mostrò accogliente per qualunque altro argomento.
E questo mi indusse ad essere spontaneo, al limite dell’impudenza.
Nel memoriale del 1993, quando dunque i ricordi erano ancora vividi, ho così riportato quella nostra chiacchierata, che è stata oggetto, dopo tanti anni, della mia testimonianza.
- Qualche settimana fa ho letto l’intervista, almeno così è stata presentata – Giovanni mi fece cenno con gli occhi di andare avanti – in cui parli anche dell’attentato... ma, a proposito, dov’era stata posata la borsa da sub?
Sostanzialmente non mi interessava affatto vedere il punto esatto dello scivolo a mare dove era stato piazzato l’esplosivo.
Giovanni non mosse neppure le braccia dalla poltroncina e accompagnandosi con un impercettibile movimento del capo sussurrò “lì sotto”, lasciando intendere che non si sarebbe certo alzato per indicarmi il punto prescelto dai mancati assassini.
- Ho sempre apprezzato la tua riservatezza, anche con i colleghi, figuriamoci con i giornalisti; ed è per questo che mi è sembrato strano che in questa intervista, riferendoti ai possibili attentatori, hai parlato di menti raffinatissime.
Giovanni mi lasciò proseguire, attento e sereno come se ci tenesse a sapere – probabilmente è stato proprio così – quali impressioni avevo tratto dalla lettura di quell’intervista.
- L’espressione era inserita in un passo virgolettato, e la cosa è strana perché è una espressione troppo precisa... e come se tu sapessi chi è stato. Queste menti raffinatissime, queste parole ti sono sfuggite senza rifletterci? E il giornalista le ha virgolettate? Non posso credere che si è inventato tutto lui... è una persona seria, non è vero?
Non voleva essere un rimprovero; volevo capire come era potuto accadere, anche a lui, di fare un passo falso così evidente con un giornalista; e come aveva pensato di rimediare.
Ero certo che di quella intervista e, in modo particolare, di quella espressione non era rimasto contento; erano anni che andava ripetendo che non avrebbe mai detto nulla a questa o a quella assemblea, a questo o a quel convegno per evitare che le sue parole venissero strumentalizzate o, peggio ancora, che potessero costituire spunto per ulteriori polemiche.
Ero, però, anche certo che, per orgoglio, non avrebbe ammesso di essersi pentito di quelle dichiarazioni indiscutibilmente avventate,
- Guarda che il giornalista me lo sono chiamato io – ci tenne preliminarmente a chiarirmi, senza spendere ulteriori parole per escludere ciò che non poteva essere neppure ipotizzato e, cioè, che quelle dichiarazioni gli erano sfuggite perché infastidito da un cronista in corridoio.
E, d’altra parte, non poteva essere altrimenti: un’intervista di un’intera pagina su un quotidiano nazionale non è frutto di estemporanee dichiarazioni sfuggite in ascensore ma, a determinati livelli, è frutto di un ben preciso accordo che prevede anche la correzione congiunta del testo.
- Ho voluto mandare un messaggio, conosco perfettamente questi signori e ho voluto dire loro che mi devono lasciare in pace.
Parlava di qualcosa di molto grave, di coloro i quali lo avevano voluto morto. Non c’era spazio per approssimazioni e per venature scherzose.
Riservatissimo ma non di ghiaccio, come ho avuto modo di verificare personalmente anche in altre occasioni, a volte gli succedeva di condividere con un amico un frammento di confidenza, per attenuare la pressione cui era sottoposto, per stare meglio e continuare a lavorare; pur avendo cura di non offrire la chiave di lettura di queste sue inoffensive esternazioni, e ciò ad evitare che si trasformassero in violazione di un segreto, in cedimento della sua leggendaria professionalità.
Quando penso a ciò non posso fare a meno di riflettere che, per forza di cose, la sua valvola di sfogo obbligata fosse Francesca Morvillo, la quale più di tanti altri era testimone di tanti suoi segreti; e che, forse, è morta proprio per questo.
- Vuoi dire che sai chi è stato?
- Sì, lo so perfettamente; ma non avendo elementi sufficienti, non ho neppure pronunziato questa mia idea ad alta voce, me la tengo per me... ma a loro ho voluto far capire che ho capito e che mi devono lasciare in pace.
- Ma almeno hai scritto da qualche parte questa tua sensazione?
- No, non farò come Rocco Chinnici, questa cosa me la tengo per me... ma non è una sensazione, è una cosa di cui sono certo, e generalmente non mi sbaglio.
Restai interdetto.
Non ebbi la forza ed il coraggio di farmi avanti come possibile destinatario dei suoi segreti: non ritenevo affatto di avere un tale rapporto da propormi quale amico fidato cui affidare confidenze a futura memoria; e, d’altra parte, mi aveva anche insegnato che non apprezzava coloro che, nel ricevere una confidenza, facevano domande che potevano anche essere indiscrete o, comunque, non gradite.
In ogni caso, mi sembrò piuttosto macabro insistere, dando per scontata la necessità di affidare ad uno scritto o ad un amico i suoi sospetti e gli elementi a sua disposizione.
Pensai anche che, a volte, Giovanni nella valutazione delle persone non era infallibile e che era anche eccessivamente sicuro di sé; che, quindi, poteva anche sbagliarsi e che, pertanto, faceva bene a non dire niente a nessuno di quella sua intuizione.
Di cui, però, lui era sicuro.
E questa sua sicurezza su chi fossero le menti ispiratrici dell’attentato, per il prosieguo delle mie riflessioni è ciò che più conta, perché dal giorno del fallito attentato molto è cambiato nei suoi comportamenti e nel rapporto con i colleghi magistrati che a lui erano più vicini.
Ma quella che sembrò una sua metamorfosi, addirittura una resa, si rilevò una metamorfosi apparente, anche se noi, nei mesi che precedettero il suo martirio, non lo avevamo capito.
Sono magistrato dal 1981, per quasi un ventennio ho fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo e sono stato componente del Consiglio Superiore della Magistratura dal 2002 al 2006; attualmente presto servizio presso la Procura Generale di Palermo e sono ormai prossimo alla pensione.
In questa mia stagione di consuntivi, ho avuto modo di rileggere documenti datati e, fra questi, il memoriale del 1993.
Riannodati certi fili, riapparse emozioni che sembravano sopite, avverto forte l’esigenza di condividere vecchi ricordi e riflessioni attuali sul mio rapporto con Giovanni Falcone, del quale, con umiltà e deferenza, posso dire di essere stato amico.
Ho frequentato l’illustre collega dall’ottobre del 1985 a poco più di un anno prima della strage di Capaci, per l’esattezza era il 10 maggio del 1991, quando al Ministero della Giustizia ci salutammo in modo brusco per un contrasto che non immaginavo restasse irrisolto a causa della sua tragica fine.
Ho già scritto che nella primavera del 1993, nel prendere appunti per una testimonianza che avrei dovuto rendere ai magistrati di Caltanissetta che indagavano sulla sua morte, ho cominciato a svuotare la mia coscienza, ripercorrendo i momenti salienti di un rapporto professionale ed umano che, nei decenni successivi, ha continuato a guidare il mio agire da magistrato.
All’epoca non ebbi il coraggio di rendere pubbliche quelle mie riflessioni di autocritica personale e collettiva, per i dispiaceri e le delusioni che i magistrati, anche quelli a lui più vicini, gli hanno regalato negli ultimi due anni della sua esistenza.
Oggi forse i tempi sono maturi e, certamente, lo sono per me; spero lo siano anche per la magistratura intera, quella attuale e non anche quella ben diversa del passato, espressione della borghesia mafiosa isolana, magnificamente descritta da Peppino Di Lello nel saggio Giudici pubblicato nel 1994 da Sellerio Editore.
Le difficoltà, le gelosie, l’ostracismo e gli ostacoli, mi riferisco a quelli interni all’ordine giudiziario, che hanno reso ancora più gravosi il lavoro e l’esistenza di Giovanni Falcone è argomento che la magistratura non ha mai voluto affrontare; ed il fatto che sono ben superiori le responsabilità esterne all’ordine giudiziario non ne alleggerisce il peso
I fatti che mi accingo a raccontare su questa Rivista possono rappresentare una prima, sia pure tardiva, parziale risposta.
Intendo procedere per gradi, senza limiti di spazio e senza esigenze o finalità diverse da quella di aprire uno squarcio sul rapporto fra Giovanni Falcone ed i suoi colleghi magistrati, per un dovere di verità e per rispetto della memoria innanzi tutto.
Uno squarcio, beninteso dalla mia prospettiva e nei limiti propri di un singolo rapporto interpersonale.
Una semplice testimonianza, dunque, che può però costituire stimolo per ulteriori contributi o approfondimenti su una personalità complessa, che a giusto titolo fa ormai parte della nostra Storia repubblicana e che ci resterà per i tempi a venire.
Era da anni che meditavo di affrontare questo percorso, ma soltanto in questi ultimi mesi ho intuito quali possono essere le modalità e la sede e, cioè, una serie di interventi su questa Rivista del Movimento per la Giustizia e, cioè, del gruppo di magistrati che, soprattutto nella sua origine, è indissolubilmente legato alla vicenda umana e professionale di Giovanni Falcone.
In altri termini, mi accingo a parlare del collega trucidato da Cosa Nostra in un luogo dove vivono ancora ideali che erano anche i suoi.
Dovrò parlare anche di me e la cosa mi imbarazza, ma è inevitabile perché devo offrire una cornice di credibilità alle cose che intendo raccontare.
Cercherò di essere quanto più possibile non protagonista, anche se devo capire e far capire perché sono stato destinatario di determinate confidenze e come è stato possibile che certi accadimenti sono stati da me direttamente percepiti; perché, in altri termini, certe mie conclusioni, seppure non debbano essere necessariamente condivise, meritano un’attenta considerazione.
Il mio primo incontro con Giovanni Falcone avvenne nell’ottobre del 1985, nell’aula C della Pretura, nello smisurato piano terra del Palazzo di Giustizia di Palermo, in occasione di una riunione di magistrati; a pochi metri dal luogo dove, poco più di sei anni dopo, venne riposta la sua bara, accanto a quella di Francesca e dei ragazzi della scorta.
Si trattava di una riunione di Unità per la Costituzione, corrente alla quale eravamo iscritti; e si trattava, per me, della riunione di esordio, dopo il rientro in Sicilia dalla mia prima sede genovese.
Non esistevano cellulari e non esisteva internet e per essere informati e partecipare bisognava necessariamente andare alle riunioni e, così, quel pomeriggio anticipai il rientro dalla Pretura di Castellammare del Golfo.
Al termine, in uscita dall’aula, fu Giovanni Falcone ad avvicinarsi ed a presentarsi con un sorriso ironico, consapevole che io sicuramente sapevo chi fosse; sorrisi anch’io e gli dissi che per me il suo era un viso noto, per ovvie ragioni.
Avevo ventotto anni, lui quarantasei.
Giovanni mi invitò ad andarlo a trovare nella sua stanza e quando, dopo qualche giorno, esaudii la sua richiesta (con enorme piacere e con enorme curiosità, come è facile intuire), mi disse che un amico comune, Mario Almerighi, gli aveva anticipato il mio trasferimento da Genova a Castellammare del Golfo e lo aveva invitato a tenermi in considerazione perché ero collega e persona di cui lui poteva fidarsi.
In un ambiente molto difficile come era il Palazzo di Giustizia di Palermo.
Senza parole di circostanze mi raccontò di quanto stimasse il collega Almerighi, per lui punto di riferimento al Consiglio Superiore della Magistratura, negli anni difficili che precedettero e seguirono la terribile strage del 29 luglio del 1983, in cui aveva perso la vita il capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo Rocco Chinnici.
Un’autobomba nella Via Federico Pipitone, che fece accomunare Palermo alla martoriata Beirut.
Mario Almerighi, dalla morte del giudice Gian Giacomo Ciaccio Montalto, ucciso dalla mafia trapanese nel gennaio del 1983, era diventato per Giovanni Falcone un interlocutore romano sicuro e, poi, anche un amico.
Al termine dell’esperienza consiliare, Mario era rientrato a Genova, nuovamente pretore, e fu a Genova che lo conobbi iniziando a frequentare la locale sezione di Unità per la Costituzione; ne divenni amico anch’io.
Fin dall’inizio, dunque, il mio rapporto di conoscenza con Giovanni – auspice Mario Almerighi – fu caratterizzato, più che da un’intesa mai formalizzata, da qualcosa che soltanto adesso a distanza di tanti anni riesco a descrivere: io, per lui, potevo essere una sorta di sensore esterno alla sua stanza blindata e, cioè, potevo, essere un collega fidato, in grado di rappresentargli umori, malumori e maldicenze di un ambiente, quello del Palazzo di Giustizia di Palermo, molto permeabile alla borghesia mafiosa isolana degli anni Ottanta del secolo scorso.
Scrivere di Giovanni Falcone – per me che l’ho conosciuto e frequentato soprattutto in ambito associativo – ha significato rivivere l’esperienza del nostro gruppo, il Movimento per la giustizia, nei suoi anni iniziali, esaltanti e drammatici soprattutto con riferimento proprio a Lui che, dopo essere stata la nostra bandiera, ce lo siamo visti scivolare verso posizioni che non erano o che non sono apparse le nostre.
Il gruppo dei Verdi – come pure ci chiamavamo dal colore del primo documento che ci identificava, se non erro, del 1984 – si era formalmente costituito dandosi uno statuto, era domenica 17 aprile 1988, a seguito di una sconcertante vicenda consiliare, che fece esplodere in tanti magistrati l’esigenza di prendere le distanze, in modo netto, da un certo modo di fare associazionismo e, soprattutto, da una gestione dell’autogoverno troppo distante dalle esigenze del Paese.
Il punto di rottura è stato avvertito quando il Consiglio Superiore della Magistratura procedette, a maggioranza, alla nomina al posto di Consigliere Istruttore di Palermo, di Antonino Meli, un anziano magistrato, prossimo alla pensione, preferendolo al giovane cinquantenne Giovanni Falcone, che aveva dimostrato in quegli anni le sue straordinarie attitudini, il suo coraggio e la sua immensa professionalità.
Nel breve volgere di qualche mese (come era prevedibile e, per alcuni, come era stato lucidamente perseguito) quella infelicissima scelta dell’organo di autogoverno di giudici e pubblici ministeri venne a determinare un sostanziale smantellamento del lavoro di quel pool di magistrati, che avevano istruito i primi grandi processi a Cosa Nostra.
La maggioranza del Consiglio aveva così mostrato di anteporre modesti interessi corporativi, nella migliore delle ipotesi, all’esigenza di collocare il magistrato più adatto al vertice dell’Ufficio giudiziario più importante nel contrasto al crimine mafioso, che da decenni insanguinava la Sicilia ed era prossimo a tracimare nel resto del territorio nazionale.
E questo rappresentò qualcosa di non più tollerabile per non pochi magistrati che fondarono o presto aderirono al nuovo Movimento per la giustizia, abbandonando le vecchie correnti di appartenenza.
Paradossalmente, dopo appena quattro anni, nella primavera del 1992, all’interno del Movimento, che era nato a tutela di ciò che rappresentava Giovanni Falcone, eravamo incerti e divisi su una mozione di sostegno per la sua nomina a Procuratore Nazionale Antimafia.
Perfettamente intuibili il disorientamento, il disagio, le lacerazioni.
Indagare su questo rapporto di Giovanni Falcone con i falconiani (come, con sarcasmo, ci chiamavano al Palazzo di Giustizia di Palermo, i colleghi non falconiani), rapporto che da simbiotico si era trasformato in qualcosa di molto diverso (è inutile negarlo), è diventato l’oggetto del mio scritto del 1993.
Ho così coltivato l’ambizione o l’illusione di spiegare – quanto meno a me stesso – cosa era successo e di analizzare, senza scorciatoie o comode dimenticanze, i nostri atteggiamenti personali e di gruppo; non già per rimestare o rinvangare, quanto piuttosto per sanare una contraddizione che, per fortuna, è stata soltanto apparente: sono state queste le conclusioni della mia analisi impietosa ma, in ultima analisi, assolutoria.
Quel mio racconto l’ho poi riposto in un cassetto, preoccupato che potesse apparire un ulteriore borioso contributo di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere e frequentare in vita Giovanni Falcone; ma anche per la consapevolezza che i tempi non erano maturi per una riflessione collettiva di questo genere.
Il 23 maggio del 1999 – a distanza di sette anni dalla morte di Giovanni e Francesca – per ricordare i colleghi uccisi, che all’epoca riposavano ancora insieme al cimitero di Sant’Orsola, ho deciso di mettere in rete il capitolo introduttivo (una sorta di premessa), con una breve nota di accompagnamento, ma nessuno degli oltre mille colleghi iscritti alla mailing‑list del Movimento ha ritenuto di dover accettare la sollecitazione, se si prescinde da pochissimi, che però non sono andati oltre poche e vuote parole di circostanza.
Troppo tardi o ancora troppo presto per affrontare l’argomento, non saprei dire.
Sta di fatto che questo silenzio assordante, si scrive così in questi casi, mi ha convinto che era meglio tenere per me le mie riflessioni.
Trascorso un quarto di secolo, ormai prossimo alla pensione, ho ritrovato il manoscritto, seppellito da mille altre cose, e l’ho riletto, con commozione devo dire, per aver riscoperto e rivissuto sensazioni che il tanto tempo trascorso aveva oscurato e indurito ma evidentemente non cancellato.
Ad esser precisi, non si tratta di un manoscritto ma della stampa, su carta ormai ingiallita, di un documento scritto al computer in epoca pre‑word, del quale ho anche ritrovato i files originari di ogni singolo capitolo conservati su un dischetto rigido.
Ma il vero fascino, almeno per me, di questo documento dipende dal fatto che si tratta delle mie riflessioni di giovane magistrato negli anni a cavallo delle stragi; riflessioni, con corrotte dal senno del poi e neppure dall’inevitabile trascorrere del tempo.
Oggi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino fanno parte della storia del nostro Paese e non solo di quella giudiziaria; centinaia di strade, di piazze, di scuole, di palestre, di centri sociali, di biblioteche, di aule nei palazzi di giustizia sono a loro intitolate.
Chi arriva a Palermo, capitale mondiale della lotta al crimine organizzato e, soprattutto, della possibilità di riscatto, atterra all’aeroporto Falcone‑Borsellino.
Il sacrificio dei due colleghi si è trasformato in mito e la loro mitizzazione, in una Nazione alla disperata ricerca di valori e di alte figure di riferimento, è ancora in una fase crescente.
Di Giovanni Falcone si sono già occupati ed ancora si occuperanno gli storici e gli storici cercheranno di capire quale è stato il suo percorso umano e professionale ed anche, in particolare, le ragioni del suo progressivo isolamento negli ultimi anni all’interno della magistratura, finanche del suo stesso gruppo associativo, oltre che le ragioni delle polemiche con l’antimafia politica palermitana, del suo (fittizio) avvicinamento ad un certo mondo politico romano, del suo trasferimento dal Palazzo di Giustizia di Palermo al Ministero della Giustizia, della sua metamorfosi apparente e, specularmente, della metamorfosi reale del Ministro socialista Claudio Martelli.
Questo mio racconto credo che possa essere utile ed è per questa principale ragione che intendo renderlo pubblico.
