C’è qualcosa che non capisco. Anzi più di qualcosa. Più che risposte, ho bisogno di capire. È stato per questo che ho partecipato ad incontri informativi insieme a quanti, poco esperti di discorsi delicati riguardanti la Costituzione, vogliono capire, vogliono conoscere per decidere consapevolmente se votare SÌ o NO determinando, anche con un solo voto, il futuro che lasciamo ai nostri figli e nipoti. Ne ho seguiti tanti, di appuntamenti, con impostazioni le più varie e relatori mediamente preparati. Mi aspettavo di ottenere chiarimenti nel merito: che mi mettessero cioè al riparo da facili suggestioni e da spot manipolatori. Ne sono uscita delusa e con una grande confusione in testa, quasi con fastidio per l’ennesimo tradimento che si era consumato. Invece che una disamina, seria e approfondita, da punti di vista diversi ma autentici e leali, ho trovato spesso non solo toni violenti, ma anche l’ipocrisia di contrapporre le ragioni dell’uno e dell’altro, estremizzando e allontanando le posizioni, con moderatori già orientati e quindi subdolamente parziali. Chiari gli intenti di propaganda.
Incontri scontro. Incontri di contrapposizione. Incontri senza il giusto stile: quello del dialogo in cui si discute per prendere il meglio da ogni posizione ed elaborare un pensiero comune.
Ognuno può dire quello che vuole. Ma ci sono modi che io ho il diritto di ritenere non utili. Non costruttivi. Non adatti al tema alto della Costituzione che tutti ci unisce. Io per sentirmi unita nei fondamentali, devo poter concorrere alle riforme implicandomi anche con chi, pur avendo posizioni diverse, sia disposto a partire da un riconoscimento reciproco del diritto di espressione, dall’ascolto delle ragioni del contraddittorio, dalla disponibilità a trovare una sintesi che tutto comprenda ed esalti.
Certo è risaputo: chi litiga non cerca la verità ma conferme alle proprie convinzioni. È nota la storiella dei due uomini che stavano litigando. Tema della discussione: “Una fetta di pane cade con il lato imburrato sopra o sotto?”. Il primo disse: “Con il lato imburrato sotto, ovviamente”. Il secondo: “Con il lato imburrato sopra”. “Facciamo la prova”, disse il primo, “e vedrai che ti sbaglierai!”. Così la fetta di pane fu ben imburrata e lanciata in aria. Ricadde con il lato imburrato sopra. “Ho vinto!”, disse il secondo. “Solo perché io ho commesso un errore”, disse il primo. “Quale errore?”, riprese il secondo. “Ovviamente ho imburrato il lato sbagliato!”.
Una democrazia matura deve invece garantire raffinati livelli di confronto e dibattito. Questi con coraggio dobbiamo esigere. Abbiamo lo standing per spezzare le posizioni ipocrite ed affermare pubblicamente, fuori dai denti la nostra protesta e le nostre preoccupazioni, senza farci intimorire.
Duole e delude che il Governo abbia consegnato una bozza di legge senza averla prima sottoposta al vaglio del Parlamento, o meglio: avendola sottoposta al voto bypassando però il confronto. Questa modalità è scorretta! Una bozza è sempre perfettibile, è da considerarsi una traccia. Un altro occhio aiuta a migliorarla. La minoranza e la maggioranza, il Parlamento tutto avevano la competenza e la facoltà di limarla sanando così i punti d contrasto.
Ora si propone ai cittadini di votare e di scegliere. Ma quali sono presupposti di questa scelta? Quali competenze possiede il cittadino comune circa i meandri tecnici di una simile riforma? Ha mai approfondito la sua coscienza civica al riguardo? Ed ora ha avuto il tempo di farsi un corso accelerato sugli articoli che si intende modificare? Fa riflettere Marco Aurelio quando dice: “Il parere di 10.000 uomini non ha alcun valore se nessuno di loro sa niente sull’argomento”.
Occasioni come il referendum dovrebbero incrementare la democrazia e dare impulso al confronto e al dibattito. Ma così non sembra si voglia: chiacchiericcio, slogan, immagini improponibili e suggestive, manipolazioni che impediscono e bloccano ogni ponderata riflessione.
Inizialmente si è visto che il Sì prevalentemente interveniva con spot, seppure spregiudicati, mentre il fronte del NO si sforzava di argomentare, approfondire, spiegare. Sono scesi generosamente in campo magistrati, professionisti, mediamente specchiati, non perfetti ma sempre, come tutti, perfettibili e notoriamente abituati a parlare attraverso gli atti scritti, a soppesare ogni parola, a scrivere sentenze. Sono scesi in campo anche centinaia di professori universitari di diritto costituzionale abituati a simposi e a contesti accademici di addetti alla ricerca teorica. Eppure entrambi, magistrati e accademici, degni di ogni onore e prestigio, hanno cercato di mantenere la profondità dei temi e di cimentarsi in linguaggi semplici che potessero avvicinare qualsiasi cittadino alla complessità dell’ambito giurisdizionale. Così anche moltissimi avvocati, di grande esperienza e fama, si sono costituiti in comitati per il NO e stanno mettendo in campo il meglio delle loro forze.
Negli ultimi giorni si sono colti segnali che fanno pensare a come i relatori intellettualmente più onesti, dei due schieramenti contrapposti, si rendano conto che i due punti cardine, separazione delle carriere e struttura del Csm, avrebbero potuto, nel rispetto delle differenti posizioni dei partiti, trovare soluzioni innovative e migliorative diverse. E ciò pur, o meglio grazie al rispetto della difesa dei diritti dei cittadini e alla realizzazione dei principi di uguaglianza che la Costituzione sancisce e che aspettano ancora di essere compiutamente attuati. Soluzioni che prima di tutto salvaguardino l’indipendenza della magistratura.
Una composizione poteva quindi essere trovata nell’unità, nell’accordo attraverso il confronto. Ora però non ha più senso. Sembra sia rimasta soltanto la contrapposizione insieme alla tombola del Sì e del No: l’uno contro l’altro armati. A scatola chiusa si accetta o si rifiuta tutto il pacchetto. E così un’altra occasione perduta per realizzare un cambiamento unitario che rischia di finire addirittura in un peggioramento.
Sarebbe parso doveroso, ma è stato di fatto impedito, un confronto leale ed una elaborazione attenta che non aveva certo bisogno di polarizzare le posizioni né tanto meno di far leva su false notizie. Non era necessario arrampicarsi sui vetri per trovare collegamenti e accreditamenti che peraltro nulla c’entrano con la riforma ma hanno, come unico intento, quello di screditare Stato e Magistratura, oltre ogni limite. Un confronto che avrebbe dovuto superare preconcetti e schieramenti di partito ora è ridotto solo a una formalità che nasconde la sua inutilità. La democrazia della maggioranza – ci ha ricordato il Presidente della repubblica in un discorso pronunciato a Trieste nel luglio 2024 – è per definizione una insanabile contraddizione. In particolare le modifiche alla Costituzione dovrebbero essere il frutto di uno studio congiunto di maggioranza e minoranze che insieme elaborano bozze capaci di accogliere e inglobare le posizioni di tutti.
Che cosa sta succedendo? Come mai ora ci è consentito solamente rifiutare o accettare un pacchetto di riforma con tutti i relativi limiti, con le lacune di troppe zone d’ombra, di cose non dette e rimandate a legislazione ordinaria successiva, che al momento non è dato conoscere? Eppure questi elementi rimandati a data da stabilirsi potrebbero colorare la riforma in un modo imprevisto e diverso da quello auspicabile. Qualcuno promette che non sarà compromessa l’autonomia della magistratura, ma possiamo dare un si ad una così importante riforma sulla base di una promessa priva di garanzie? Lo stesso Ministro che la propone crea allarme quando non solo scrive, ma anche afferma che la riforma non migliora la situazione dei tribunali e dei tempi della giustizia che vuole solo limitare le esondazioni della magistratura. Basterà mettere in fila le dichiarazioni che si sono susseguite in quest’ultimo periodo per essere giustamente contrari. Dice Nordio: “La riforma fa recuperare alla politica il suo primato costituzionale” ed ancora: “L’opposizione per raccattare qualche consenso oggi compromette la propria libertà di azione di domani”. E così di seguito.
Sono inoltre ormai troppi quelli che stanno politicizzando la campagna elettorale per il referendum. Applicando a questa i peggiori vezzi delle battaglie di propaganda partitica. Ognuno con il suo stile, con i suoi mezzi, con la sua capacità di comunicare strumentalizza, nasconde quel che non gli fa comodo, cerca supporter anche piegando il loro stesso pensiero. Si tira in ballo Falcone, Vassalli con una operazione discutibile intellettualmente. D’altronde estrapolare una frase da un contesto, da un momento storico, permette di far dire a chiunque quello che ci fa comodo che dica.
Come se ciò non bastasse, ne intravediamo già le conseguenze. I segni sono sotto gli occhi di tutti. Una lotta senza confini con lo screditamento della magistratura e di chi vuole difenderne l’indipendenza.
Qualcosa di molto pericoloso sta cambiando: la campagna referendaria sta scadendo nella violenza senza regole. E non è un caso. Anzi è regolata dalle peggiori tattiche della manipolazione. Vale la pena leggere l’attualità alla luce del protocollo elaborato da Noam Chomsky, Le dieci regole della manipolazione mediatica.
