ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Oltre il 2 giugno

La Repubblica, un “patto civile” ancora da difendere
Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, la lezione della Costituzione resta attuale di fronte alle nuove forme di concentrazione del potere, alle disuguaglianze sociali e alla crisi dell’ordine internazionale
6 giugno 2026
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Una seduta dell'Assemblea Costituente. Foto: Camera dei Deputati
Una seduta dell'Assemblea Costituente. Foto: Camera dei Deputati
ABSTRACT

Archiviate le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, il rischio è che il significato del 2 giugno resti confinato nel rito della commemorazione. Eppure, di fronte alle inquietanti sfide del nostro tempo – dall’indebolimento dei corpi intermedi alla crescita delle disuguaglianze sociali, come anche le nuove concentrazioni del potere economico e tecnologico e le tensioni che investono l’ordine internazionale – dovrebbe interrogarci costantemente una questione essenziale: quanto è ancora saldo quel patto civile sul quale la Repubblica ha costruito la propria legittimazione democratica? A ottant’anni dalla scelta repubblicana, la sfida non consiste soltanto nel ricordarne il valore storico, ma nel verificarne la capacità di continuare a garantire libertà, partecipazione, equilibrio tra i poteri e coesione sociale. Torna attuale l’interrogativo che accompagnò la nascita della Repubblica e l’opera dei Costituenti: come costruire una democrazia capace di impedire che il potere si concentri oltre misura e che la sovranità popolare possa trasformarsi in dominio privo di limiti e controlli?

Occorre perciò tornare alle ragioni profonde che diedero origine alla Repubblica.

Il 2 giugno 1946 non rappresentò semplicemente la scelta tra monarchia e repubblica: fu il momento in cui una società uscita dalla guerra, dal fascismo e dalla dissoluzione dello Stato liberale decise di assumersi la responsabilità di costruire una nuova forma della convivenza politica. La Repubblica nacque insieme all’Assemblea Costituente: non come mera sostituzione di un assetto istituzionale, ma come apertura di una fase costituente destinata a ridefinire i rapporti tra cittadini, potere e diritti. Per la prima volta parteciparono al voto anche le donne, sancendo l’ingresso pieno della cittadinanza femminile nella sfera politica. Da quella consultazione emerse un’assemblea chiamata non soltanto a governare la transizione, ma a dare forma a un nuovo patto civile. La Costituzione che ne scaturì non fu il prodotto di una cultura politica egemone, bensì il risultato di una convergenza tra tradizioni differenti che, pur divise da visioni del mondo e interessi sociali, condivisero la consapevolezza che la democrazia dovesse essere costruita su basi più solide di quelle che avevano consentito l’affermazione del fascismo.

L’esperienza della Resistenza costituì il terreno comune di questa elaborazione. La lotta contro il nazifascismo non produsse soltanto una liberazione territoriale, ma una riflessione profonda sulle condizioni che rendono possibile la libertà politica. Da essa maturò l’idea che la nuova Italia dovesse fondarsi sul riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali, sulla partecipazione democratica e sul rifiuto di ogni forma di potere assoluto. Le diverse culture presenti nell’Assemblea Costituente contribuirono a questo progetto comune con apporti distinti. La cultura socialista, espressa da protagonisti quali Pietro Nenni e Lelio Basso, contribuì in modo determinante all’affermazione dei diritti sociali, della tutela del lavoro e del principio di uguaglianza sostanziale. La componente comunista, guidata da Palmiro Togliatti e con il contributo di dirigenti come Umberto Terracini, partecipò alla costruzione di un sistema fondato sul pluralismo politico, sul suffragio universale e sulla centralità delle istituzioni rappresentative. La tradizione cattolico‑democratica, rappresentata da figure come Alcide De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e Aldo Moro, portò il proprio patrimonio personalista e solidaristico, ponendo al centro la dignità della persona e il bene comune. La tradizione liberale e liberal‑democratica, nella quale si riconoscevano personalità come Luigi Einaudi e Benedetto Croce, apportò la difesa dello Stato di diritto, delle libertà individuali e delle garanzie costituzionali. Un contributo significativo provenne inoltre dalla cultura azionista, rappresentata da Piero Calamandrei, Ferruccio Parri e Leo Valiani, che insistette sui temi dell’etica pubblica, della partecipazione democratica, dell’autonomia delle istituzioni e della tutela rigorosa delle libertà costituzionali.

Comune a tutti fu soprattutto la riflessione storica sul crollo dello Stato liberale ad assumere un ruolo centrale, affinché la nuova democrazia potesse sviluppare gli anticorpi necessari ad evitare il risorgere di un’autocrazia. Il fascismo non si era limitato a conquistare il governo: tra il 1922 e il 1926 la progressiva eliminazione del pluralismo politico, la soppressione delle libertà di associazione e di stampa, lo svuotamento del Parlamento e la subordinazione degli apparati pubblici al regime determinarono la fine della democrazia rappresentativa.

Da qui nacque l’architettura costituzionale fondata sul bilanciamento dei poteri: nessun organo dello Stato avrebbe dovuto concentrare nelle proprie mani un’autorità tale da compromettere le libertà dei cittadini. La centralità del Parlamento, il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica, l’indipendenza della magistratura, il controllo di costituzionalità delle leggi e il riconoscimento delle autonomie territoriali rispondono tutti a questa logica: impedire che la sovranità popolare venga trasformata in dominio incontrollato.

La scelta della forma parlamentare va letta nello stesso quadro. La Costituzione non attribuisce il potere politico a una figura investita direttamente dal popolo e svincolata dai contrappesi istituzionali, ma costruisce un sistema nel quale il governo deve costantemente confrontarsi con la rappresentanza parlamentare. La democrazia costituzionale non coincide infatti con la semplice affermazione della maggioranza. Essa richiede procedure, limiti, garanzie e luoghi di mediazione capaci di assicurare la presenza delle minoranze nel processo decisionale. La legittimità democratica nasce dalla capacità di trasformare il conflitto in confronto regolato, non dall’eliminazione del dissenso.

A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, questa costruzione appare sottoposta a tensioni crescenti. La questione non riguarda soltanto gli assetti istituzionali, ma investe il terreno sociale sul quale la democrazia si regge. L’aumento delle disuguaglianze, la precarizzazione del lavoro, la frammentazione dei legami collettivi e la trasformazione degli spazi pubblici tendono a indebolire quella solidarietà che la Costituzione considera un principio fondamentale della convivenza democratica. Quando la società si frammenta e la cittadinanza si riduce a una somma di interessi individuali in competizione, si rafforza la tentazione di affidare la soluzione dei conflitti a forme di potere più rapide e meno mediate. In questo contesto, il pluralismo viene percepito come ostacolo all’efficienza, mentre la concentrazione del potere viene presentata come risposta alle difficoltà della decisione politica. È una dinamica che attraversa molte democrazie contemporanee e che rende particolarmente attuale la riflessione costituzionale del secondo dopoguerra.

La stessa crisi investe la dimensione internazionale. La Repubblica italiana nacque all’interno di una visione della sovranità orientata alla cooperazione tra i popoli e al superamento della logica della potenza. Da questa impostazione deriva l’adesione ai Trattati di Roma del 1957 fino all’Unione Europea e alle Nazioni Unite, una scelta in cui l’Italia ha inteso esercitare la propria sovranità all’interno di istituzioni internazionali fondate sulla cooperazione, sulla pace e sull’uguaglianza tra gli Stati. Oggi tale prospettiva è messa in discussione dall’avanzata dei nazionalismi, dalla sfiducia verso il multilateralismo, dall’euroscetticismo e dal ritorno di competizioni geopolitiche che privilegiano i rapporti di forza rispetto alle regole condivise.

Non mancano critiche sterili all’assetto europeo, accusato di eccesso di regolazione e di distanza dai cittadini, quando proprio la capacità normativa delle istituzioni europee costituisce uno degli strumenti più efficaci per limitare il potere dei grandi attori economici e tecnologici, tutelare i diritti sociali e garantire forme di controllo democratico che gli Stati nazionali, da soli, faticano sempre più a esercitare. Per questo la scelta dei Costituenti rimane attuale: in un contesto segnato dal ritorno delle politiche di forza e dall’indebolimento delle regole internazionali, l’Europa e l’ONU restano punti di riferimento per un ordine basato sul diritto e sulla cooperazione. Anche il tema delle migrazioni si colloca dentro questa trasformazione storica. Le politiche fondate esclusivamente sulla chiusura delle frontiere o sulla costruzione di barriere non affrontano le cause strutturali dei movimenti migratori. Serve invece un governo dei fenomeni fondato su legalità, cooperazione europea e sviluppo condiviso con i paesi di origine, per trasformare le migrazioni da emergenza a processo governato. Anche perché i flussi migratori possono essere contenuti proprio portando opportunità di lavoro nei paesi d’origine, e, di contro, anche in Europa per diversi settori sono indispensabili i lavoratori stranieri.

È in questo intreccio tra trasformazioni interne e crisi dell’ordine internazionale che si colloca la questione decisiva del presente: la tenuta della democrazia costituzionale. Le proposte volte a rafforzare ulteriormente il potere esecutivo, soprattutto se accompagnate da sistemi elettorali fortemente maggioritari, pongono interrogativi rilevanti sul futuro dell’equilibrio istituzionale. Il rischio non consiste semplicemente nel modificare una forma di governo, ma nel ridurre progressivamente gli spazi del pluralismo e della mediazione democratica. La Costituzione repubblicana è stata costruita sulla convinzione che nessuna maggioranza possa identificarsi integralmente con il popolo e che ogni potere debba trovare un limite nelle istituzioni di garanzia. Quando il consenso elettorale viene interpretato come autorizzazione a concentrare il potere e a ridurre i contrappesi, la democrazia tende a trasformarsi in una procedura maggioritaria priva delle condizioni che ne assicurano il carattere liberale e pluralista.

In questa prospettiva torna centrale una dimensione spesso trascurata: la qualità etica della vita pubblica, essenza stessa di una ‘democrazia’. La storia repubblicana è stata attraversata dalle minacce del terrorismo e delle mafie, con le implicazioni inquietanti di istituzioni deviate, oltre che dai fenomeni diffusi della corruzione, episodi nei quali il potere si è allontanato dalla propria funzione di servizio al bene comune. Sono esperienze che confermano una lezione fondamentale: il potere, quando si concentra e si sottrae al controllo democratico, tende a diventare opaco e a perseguire interessi estranei all’interesse generale. Per questa ragione, apparenti modelli di ‘stabilità’ e di ‘efficienza’ recano insidie profonde per la democrazia. Questa non si misura dalla rapidità e dalla quantità ù delle decisioni, ma dalla qualità dei processi attraverso i quali esse vengono assunte. Trasparenza, controllo, partecipazione e confronto pubblico non sono ostacoli alla governabilità: rappresentano le condizioni che consentono al potere di restare compatibile con la libertà. Per questo una democrazia autentica non coincide semplicemente con il principio di maggioranza. Essa richiede limiti, garanzie, procedure e controlli capaci di tutelare anche le minoranze. In questo senso il pluralismo e il parlamentarismo ‘puro’ – secondo la concezione di Hans Kelsen, massimo teorico della democrazia – non costituiscono un ostacolo all’efficienza, ma una condizione della libertà.

L’eredità del 2 giugno consiste precisamente in questa consapevolezza. La Repubblica non nasce come semplice meccanismo istituzionale, ma come equilibrio dinamico tra libertà e responsabilità, diritti individuali e solidarietà sociale, sovranità popolare e limitazione del potere.

A ottant’anni da quella scelta, la sfida non è celebrarne retoricamente la memoria, ma custodirne il significato più profondo. Di fronte alle nuove concentrazioni di potere, alle disuguaglianze crescenti, alle tensioni internazionali e alle spinte che tendono a ridurre gli spazi del pluralismo, la lezione dei Costituenti conserva una straordinaria attualità: la libertà non si preserva da sola, ma vive soltanto dentro istituzioni democratiche solide, diritti effettivi, partecipazione consapevole e responsabilità collettiva.

Per questo la Repubblica non può essere considerata un’acquisizione definitiva. Essa rimane un’opera aperta, affidata alla vigilanza dei cittadini e alla fedeltà ai principi della Costituzione. Il 2 giugno ci ricorda che la democrazia non è il dominio di una parte sull’altra, ma la continua ricerca di un equilibrio tra libertà, uguaglianza, solidarietà e giustizia. È questo il patto civile che i Costituenti consegnarono alle generazioni future e che oggi, forse più che mai, siamo chiamati a difendere e rinnovare.