Nell’approssimarsi del trentaquattresimo anniversario della strage di via D’Amelio, appare opportuno formulare alcune considerazioni che, pur muovendo da una lettura necessariamente prudente dei fatti, intendono contribuire a una ricostruzione più ordinata e consapevole di una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana. In tale prospettiva, la visita a Palermo della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, accompagnata da una significativa rappresentanza del Governo, intervenuta pochi giorni prima delle celebrazioni ufficiali, merita di essere registrata in termini positivi, quale segnale di rinnovata attenzione istituzionale verso il contrasto alla criminalità mafiosa. Ciò assume particolare rilievo in un momento nel quale la città appare nuovamente attraversata da preoccupanti segnali di recrudescenza del fenomeno mafioso, alimentato tanto da tradizionali dinamiche di controllo territoriale quanto da rinnovate alleanze criminali tra Cosa Nostra e forme di delinquenza comune radicate nei quartieri più fragili e marginali.
Rimane tuttavia irrisolto, e continua a imporsi con immutata forza, un interrogativo di fondo: per quale ragione Paolo Borsellino fu ucciso con tale urgenza e con tale violenza a soli cinquantasette giorni dalla strage di Capaci?
Una parte del dibattito pubblico contemporaneo, spesso segnata da letture parziali o ideologicamente orientate, tende a sottovalutare il movente sinora processualmente accertato: l’eliminazione di un magistrato ritenuto da Cosa Nostra estremamente pericoloso, perché capace di proseguire con determinazione, autonomia e competenza la strategia antimafia già condivisa con Giovanni Falcone.
Al tempo stesso, un’altra narrazione, oggi fortemente presente nel confronto politico e istituzionale, una sorta di antimafia negazionista di partito, tende a individuare nel rapporto tra interessi mafiosi, sistema degli appalti e mondo della finanza il movente centrale, se non esclusivo, della strage di via D’Amelio. Tale impostazione, tuttavia, rischia di comprimere eccessivamente il campo dell’analisi ove venga utilizzata per escludere, in radice, ogni altra concorrente direttrice investigativa, a partire da quella relativa al possibile ruolo di apparati deviati dello Stato. Si tratta, com’è noto, di una prospettiva che ha assunto rilievo anche nei lavori della Commissione parlamentare antimafia, nell’ambito dei quali sono emerse letture non sempre convergenti tra maggioranza e minoranza parlamentare, quest’ultima spesso messa in condizione di non incidere efficacemente sui lavori della Commissione.
Chi scrive non intende aderire in modo pregiudiziale ad alcuna delle possibili piste ricostruttive. Ritiene, piuttosto, doveroso – anche alla luce della personale esperienza maturata in quella stagione giudiziaria – richiamare alcuni interrogativi che conservano intatta la loro rilevanza e che non possono essere rimossi da una relazione sui fatti che aspiri a essere completa, equilibrata e rispettosa delle acquisizioni processuali.
Un primo, angoscioso interrogativo riguarda la protezione del magistrato. Perché Paolo Borsellino non fu tempestivamente allontanato da Palermo, in un contesto nel quale il rischio di un nuovo attentato appariva concreto, attuale e percepibile anche al di fuori degli ambienti investigativi più qualificati? Perché le misure di sicurezza predisposte in suo favore si rivelarono così gravemente inadeguate rispetto alla qualità e all’intensità della minaccia? E, ancora, quale significato deve attribuirsi alla presenza, sul luogo dell’eccidio, di soggetti riconducibili ad apparati dello Stato in tempi e modalità che, per la loro anomalia, hanno alimentato nel corso degli anni interrogativi mai pienamente risolti?
Procedendo con ordine, la prima questione da affrontare concerne le ragioni per le quali Cosa Nostra avvertì l’esigenza di replicare, a distanza brevissima dalla strage di Capaci, un attentato di così devastante portata. Quale pericolo rappresentava, in quel momento, Paolo Borsellino per l’organizzazione mafiosa? Non appare sufficiente, se non addirittura fuorviante, ritenere che la preoccupazione principale di Cosa Nostra fosse riconducibile alla conoscenza, da parte del magistrato, del rapporto “mafia‑appalti” del ROS dei CC. Quel rapporto, infatti, era già da tempo nella disponibilità dell’organizzazione mafiosa ed era conosciuto dallo stesso Borsellino; inoltre, per quanto risulta, esso non conteneva riferimenti specifici ai Buscemi, alle cave di Massa Carrara, al gruppo Ferruzzi e quindi alle pretese implicazioni dell’alta finanza nelle strategie di Cosa Nostra. Tale ulteriore filone investigativo era stato sviluppato, peraltro, dalla Guardia di Finanza (ancorché in un contesto investigativo e processuale non scevro di ombre) e non risultava menzionato nel noto rapporto del ROS.
Occorre allora domandarsi che cosa preoccupasse realmente Cosa Nostra e quali ulteriori centri di interesse potessero temere l’attività di Borsellino. Alla luce delle conoscenze personali di chi scrive e delle acquisizioni emerse nelle indagini svolte tra Palermo e Caltanissetta, appare plausibile ritenere che un profilo di particolare allarme fosse costituito dalle rivelazioni che Gaspare Mutolo aveva iniziato ad anticipare al magistrato, riguardanti non soltanto i vertici dell’organizzazione mafiosa, ma anche segmenti significativi delle istituzioni e del mondo professionale: apparati di sicurezza, magistrati, avvocati, appartenenti alla Polizia di Stato e all’Arma dei Carabinieri. In questa prospettiva assume rilievo decisivo la questione della scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, nella quale, con ogni probabilità, erano annotate riflessioni e informazioni ancora non compiutamente verbalizzate. Le indagini dell’autorità giudiziaria di Caltanissetta hanno posto in evidenza come l’interesse alla sottrazione di quell’agenda non possa essere ricondotto in modo lineare a Cosa Nostra, ma appaia piuttosto compatibile con l’interesse di soggetti appartenenti ad aree deviate degli apparati statali, desiderosi di conoscerne o impedirne la conoscenza del contenuto. Risulta dagli atti processuali che l’ultimo interrogatorio di Mutolo da parte di Borsellino ebbe luogo il 17 luglio 1992, appena due giorni prima dell’attentato di via D’Amelio; in quella occasione il magistrato apparve particolarmente turbato e consapevole di trovarsi circondato da nemici non soltanto mafiosi, ma anche interni al mondo delle istituzioni. In tale quadro non può essere trascurata l’amarezza che egli avrebbe confidato alla moglie Agnese e a un ristretto gruppo di colleghi, dopo avere maturato il sospetto dell’esistenza di un traditore tra le persone delle quali si fidava di più.
Una seconda considerazione riguarda la non adeguata valorizzazione delle dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza circa la presenza di un soggetto non identificato, estraneo a Cosa Nostra, nel momento in cui veniva caricata di esplosivo la Fiat 126 utilizzata per la strage. In tale contesto, non può non colpire che l’impostura costruita attorno al falso collaboratore Vincenzo Scarantino – nell’ambito del grave depistaggio riconducibile al gruppo investigativo diretto da Arnaldo La Barbera, figura a sua volta connotata dalla duplice veste di ufficiale di polizia giudiziaria e di soggetto collegato ai servizi con il nome in codice “Rutilius” – si sia concentrata proprio sull’attribuzione di un ruolo nel furto e nel caricamento dell’esplosivo dell’autovettura destinata all’attentato. È allora legittimo chiedersi se la costruzione di una falsa verità su quel segmento della fase esecutiva non sia stata funzionale a impedire una più corretta lettura dell’episodio e, soprattutto, dell’identità dei soggetti che vi presero parte.
Una terza considerazione impone di leggere le stragi del 1992 in stretta connessione con quelle del 1993, consumate a Roma, Firenze e Milano, rispetto alle quali appare ormai difficilmente contestabile l’esistenza di una dimensione anche politico‑eversiva della strategia stragista. In tale prospettiva assume rilievo il ruolo di Giuseppe Graviano, figura centrale nelle dinamiche stragiste del 1992 e del 1993, così come assumono rilievo le dichiarazioni rese da Gaspare Spatuzza in ordine alle affermazioni attribuite allo stesso Graviano presso il bar Doney di Roma circa l’imminente successo della strategia del terrore. Né può essere eluso il significato delle affermazioni contenute nelle sentenze di primo e secondo grado pronunciate a Reggio Calabria nel procedimento sulla cosiddetta “’ndrangheta stragista”, nelle quali viene ricostruita una convergenza tra Cosa Nostra e articolazioni della criminalità calabrese orientata a esercitare una pressione violenta e destabilizzante sullo Stato. Ed ancora, come non ritenere assolutamente rilevante, approfondire il ruolo di Paolo Bellini, soggetto già condannato con sentenza definitiva per la strage alla stazione di Bologna, nel rapporto, tutto ancora da approfondire, fra eversione nera, servizi deviati e Cosa Nostra.
Le considerazioni che precedono non intendono proporre una verità alternativa a quella consegnata dalle sentenze, né sovrapporre suggestioni investigative alle acquisizioni processuali. Esse muovono, al contrario, dall’esigenza di non impoverire la complessità dei fatti, arricchire il dibattito pubblico, evitando che la ricostruzione della strage di via D’Amelio venga ridotta a un’unica chiave interpretativa, per quanto rilevante. L’uccisione di Paolo Borsellino fu certamente deliberata ed eseguita da Cosa Nostra; ma resta ancora necessario comprendere fino in fondo se quella decisione sia stata, soltanto espressione della strategia di vendetta e di sopravvivenza dell’organizzazione mafiosa, oppure se essa abbia intercettato, assecondato o favorito interessi ulteriori, collocati in zone opache di relazione tra criminalità organizzata, poteri economici, ambienti istituzionali infedeli e circuiti eversivi. Del resto, lo stesso Borsellino, nel corso di una conferenza pubblica, poco prima di essere ucciso, commentando i mandanti e il movente della strage di Capaci ebbe a dire: «non so se si è trattato di mafia, ma di mafia si è trattato comunque e l’organizzazione mafiosa ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio… quando Giovanni Falcone era ormai ad un passo dal diventare il Direttore Nazionale Antimafia». In un altro passaggio della medesima conferenza affermò in modo plastico: «La strage di Capaci è stata compiuta da Cosa Nostra, ma è stata resa possibile dall’indifferenza e dalle complicità di chi, nelle istituzioni, doveva difendere Giovanni e invece lo ha combattuto».
Per questa ragione, gli interrogativi relativi alla mancata adeguata protezione di Borsellino, alla scomparsa dell’agenda rossa, al ruolo di soggetti estranei a Cosa Nostra nella fase esecutiva dell’attentato, alla costruzione del depistaggio Scarantino, alle dichiarazioni di Mutolo e Spatuzza, nonché ai collegamenti tra le stragi del 1992 e quelle del 1993, non possono essere considerati questioni marginali o esercizi di memoria giudiziaria. Essi costituiscono, piuttosto, il nucleo ancora vivo di una domanda di verità che riguarda non soltanto la responsabilità penale dei singoli, ma la tenuta stessa dello Stato democratico di fronte alla violenza mafiosa e alle sue possibili complicità esterne.
