ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Mettiamoci d’accordo.
Diventare mediatori nel quotidiano per risolvere i conflitti.

Il libro di Maria Martello
4 luglio 2026
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Immagine generata da Gemini

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ABSTRACT

Mettiamoci d’accordo è un monito, non un semplice titolo: Maria Martello, non nuova ai temi della mediazione, affonda questa volta, nel tessuto sensibile del lettore, il suo pathos conciliativo. L’epigrafe, omaggio a Pasolini, rende immediatamente chiaro lo spirito che anima la sua recente riflessione. Nel libro niente viene dato per scontato e assodato: molte, infatti, le domande sul ruolo, sulla funzione, sul presente e sul futuro della mediazione, a cui vengono fornite risposte sia sul piano delle modalità in cui sanare i conflitti, sia sul piano del potenziale e del valore umano della mediazione perché «mediare un conflitto non significa… semplicemente pervenire ad un accordo fra le parti ma permettere alle stesse parti in lite di scoprire le ragioni profonde dei propri comportamenti». Si tratta di un saggio che propone una profonda rivoluzione culturale: «trasformare il conflitto da evento negativo e fonte di disagio in un’opportunità di crescita personale e arricchimento». Ciò – a parere dell’autrice – «è possibile diffondendo la cultura della mediazione secondo un modello filosofico e umanistico, promuovendola non solo come uno strumento giuridico o professionale, ma come una pratica quotidiana e un vero e proprio stile di vita». Declinata, in questo modo, la mediazione rappresenta una rivoluzione ‘silenziosa’ ma ‘potente’ sul modo di intendere il diritto e la giustizia e offre non solo una risoluzione più adeguata e duratura dei conflitti, ma anche l’opportunità e la motivazione per contribuire a costruire una «società più giusta, resiliente e capace di valorizzare la ricchezza delle relazioni umane e la pace sociale».

Maria Martello propone al lettore un ventaglio di storie vere nelle quali l’esasperazione, il risentimento, il rancore è sfociato in un conflitto non più redimibile se non in un’aula di tribunale. Eppure, si poteva ottenere una soluzione diversa attraverso gli strumenti della mediazione: per raggiungere una conciliazione e una riappacificazione, occorrevano sia consapevolezza e competenza, che dialogo e comprensione. Il testo di Maria Martello rappresenta una sorta di manuale del mediatore, estremamente utile perché racconta un percorso, fatto di perizia, di esperienza, di ascolto attento e partecipe, di parole e gesti per capire le motivazioni delle parti contendenti, per esplorare le radici profonde delle fratture e trovare insieme soluzioni che conducano ben oltre la semplice risoluzione pratica. Solo, in questo modo, le differenze tra punti di vista possono diventare non scarti o problemi da eliminare ma risorse preziose per raggiungere nuova comprensione. In questo contesto, il mediatore è una presenza umana capace di muoversi – come fa l’autrice – con delicatezza e con rispetto delle contrastanti emozioni, aiutando le parti a riconoscere gli effetti distorsivi del contendere.Questa nuova visione si ispira a una metafora potente: il kintsugi, l’antica arte giapponese di riparare ceramiche rotte. Il kintsugi consiste nell’aggiustare oggetti di ceramica infranti incollando i frammenti con una lacca e spolverando le crepe con polvere d’oro. E l’arte, più che nascondere le crepe, rende le fenditure un pregio unico e decorativo. A lavoro finito, i vasi rotti tornano ad essere più splendenti di prima perché lesioni e fratture non sono state nascoste ma valorizzate con l’oro. Quest’arte, pur applicandosi alle ceramiche rotte e non ai nostri corpi fisici e alle nostre menti, ha assunto una profonda valenza simbolica ed è diventata una filosofia di vita, dove le ferite dell’anima, i traumi, le imperfezioni, i conflitti non devono essere celati, ma accettati e persino trasformati in punti di forza, rendendo l’individuo più forte e consapevole. Le fratture, sia fisiche che emotive, vengono intese come elementi di trasformazione, non di debolezza. Allo stesso modo, la mediazione trasforma le ferite del conflitto in valore e rafforza le relazioni apparentemente, ma non irrimediabilmente, spezzate. La mediazione è l’arte di costruire ponti, di riannodare i fili, di riuscire a intendere anche il punto di vista dell’altro.

Al centro della proposta di Maria Martello vi è la figura del “mediatore di prossimità”, cioè un mediatore volontario “accessibile a tutti”, che diventa strumento utile per la gestione dei conflitti nella vita quotidiana. Non si tratta di semplici accortezze o strategie, ma di un vero e proprio percorso esperienziale di autoformazione ad una vita più appagante, un allenamento continuo che richiede dedizione, introspezione, responsabilità e impegno costanti.

In un mondo caratterizzato da guerre e conflitti spaventosi; in una società in cui imperversano disuguaglianze, ingiustizie e conflittualità sociali; in un’epoca dominata dagli haters, odiatori che non hanno più gli strumenti linguistici per esprimere a parole la loro rabbia e riescono a comunicare solo attraverso l’urlo e l’offesa, e in cui sembra di dover tristemente dare ragione ad Hobbes e al suo homo homini lupus, la mediazione dei conflitti, grazie alle recenti riforme, potrebbe rappresentare una risposta di civiltà all’imbarbarimento delle relazioni nel nostro tempo. La mediazione, ormai riconosciuta e resa obbligatoria in contesti legali, rappresenta, per Maria Martello, una “rivoluzione antropologica” capace di cambiare l’evoluzione dei nostri conflitti e delle relazioni quotidiane. Certa che «la mediazione un senso ce l’abbia», ed è quello riparativo e rigenerativo, la nostra autrice ribadisce che essa «va riconosciuta e rilanciata all’interno della riforma della giustizia e non va assolutamente tradita».

La mediazione può avere l’effetto rigenerativo, di cui parla Marta Cartabia, solo quando la sua applicazione consente a chi è stato “ingiusto” di tornare “giusto”. Altrimenti, rappresenta «una promessa mancata. Una ipotesi di facciata. Vuota e svuotata». Ed è questo il punto centrale della questione. Cosa può fare la mediazione in situazioni in cui la frattura ha portato all’offesa grave o in contesti drammatici dove le questioni ereditarie hanno comportato lotte sanguinose tra fratelli e sorelle? Cosa può fare la mediazione dove la violenza del marito contro la moglie ha privato i figli di una madre? E, in senso lato, cosa può fare la mediazione per sanare le ingiustizie sociali e per condurre alla pace?

Partendo dall’esperienza della nonna, una donna capace di sciogliere i nodi di tante situazioni familiari, parentali e di vicinato, Maria Martello si è sempre battuta per “una giustizia “riparativa” che guarisse le ferite e instaurasse il dialogo, che desse alle vittime la possibilità di esternare il loro dolore e, dall’altra parte, facesse sentire “responsabili” quelli che la giustizia ordinaria si limitava a giudicare “colpevoli”. Insomma, una giustizia al cui centro ci fossero le persone, con le loro storie e le loro vicissitudini e in cui le procedure giuridiche non fossero rigide e standardizzate come se si trattasse di meri numeri.

«Ho immaginato questo libro – scrive – come uno strumento “vivo”, atto a sostenere la responsabilità e il desiderio personale di costruirsi una qualità di vita felice, e capace di far intravedere a ciascuno la possibilità e il “privilegio” di ritagliarsi il compito prezioso di stare in mezzo a chi vive una situazione conflittuale e svolgere il ruolo, che ancora non esiste e che qui si vuole lanciare, del mediatore di prossimità. Padroneggiare con equilibrio questa complessità non è dato infatti a priori, per predestinazione, per carattere, per nascita: va appreso con serietà, rigore e sistematicità». E Maria Martello, didatticamente e generosamente ci spiega quali dovrebbero essere le parole, i gesti, gli atteggiamenti, le posture, le domande da porre per gestire rabbia, acredini, risentimenti, ma anche dolori e sconfitte, utilizzando la forza del dialogo e della conciliazione.

Le testimonianze e le esperienze raccolte da Maria Martello nel cap. VIII mostrano la possibilità concreta di percorrere la strada descritta in Mettiamoci d’accordo e l’effetto terapeutico della scrittura. Storie tutte diverse, quella di Santina, di Giovanna, di Annamaria, di Sonia, di Serena, di Rosa, di Daniela e di Elena, con percorsi di vita diversi che trovano nella mediazione la strada per risolvere problemi personali e professionali e per tracciare percorsi di relazioni “evitando il deserto”.

La scrittura autobiografica, come sostiene Maria Martello, e come scrive Sonia Scarpante (cap. VIII), riveste una grande importanza, non tanto e non solo come genere letterario, ma soprattutto come strumento di ricerca personale, interiore.

«Parlare di sé implica la ricerca di ciò che di noi è rimasto nascosto. La scrittura è, infatti, un atto creativo che plasma la realtà per farne ‘altro’, qualcosa da leggere dall’esterno. La scrittura di sé ha, quale caratteristica specifica, la stessa persona come mittente e destinataria. Costituisce allora un atto che presuppone il recupero di una memoria senza più riferimenti cronologici e che diventa spazio da scavare».

Per raccontarsi e raccontare occorre porsi fuori dal ritmo frenetico del vivere quotidiano e ascoltare se stessi. «La stessa parola ricordare (dal latino re‑cordo) contiene in sé questo percorso a ritroso: un ritorno alla propria interiorità, alla scoperta della storia di sé, in una nuova dimensione spazio‑tempo. Trovare il tempo della scrittura è un atto antieconomico, è una pausa che isola l’essere umano dal mondo per restituirlo allo stesso con uno sguardo diverso e nuove risorse».

Così le latitudini del nostro essere, anche quelle nascoste e dimenticate, hanno la possibilità di riemergere e noi possiamo riappropriarci del nostro mondo interiore. E qui, molti i punti di contatto con la Medicina Narrativa, una scienza riconosciuta dall’Istituto Superiore di Sanità che nasce per migliorare il rapporto tra il medico e il paziente, per tentare di sanare la difficile relazione tra le strutture sanitarie e il malato ed è fondata sulla narrazione di quanti intervengono nel processo di cura e soprattutto sul racconto del paziente.

Narrare la propria storia di malattia rientra all’interno di un percorso di medicina narrativa ed è un difficile atto d’amore verso sé stessi, che permette di ricucire i vari pezzi dell’esistenza, razionalizzandoli, mettendoli in fila e prendendone le distanze per capirli fino in fondo. Essa consente di dare un senso a ciò che è successo, ma anche a ciò che poteva essere o che non sarà mai.

Ricordare e raccontare sono termini molto simili e consentono di riavvolgere il nastro della vita ripensando alla propria storia.

Stabilire un contatto più intimo con noi stessi per mezzo della scrittura, però, è un evento difficile, specie se si adoperano i canoni della razionalità e si censurano le emozioni; la narrazione è una scelta dell’anima, difficile e dolorosa, ma liberatoria.

La scrittura autobiografica, la narrazione della propria malattia o dei propri conflitti, non è un genere e non segue canoni, gode di assoluta libertà di forma e di struttura, ma è un processo difficile.

Stabilire un contatto più intimo con noi stessi per mezzo della scrittura, far riemergere le proprie ansie è certamente un evento doloroso, perché costringe a riflettere.

Come confermano tante ricerche scientifiche ei dati Istat – leggere, ascoltare, narrare, scrivere storie, consolida l’identità narrativamente definita di ognuno di noi e accresce l’indice di felicità (scala di Ruut Veenhoven) da 7,21% a 7,44%.

Chi riflette sulla sua storia e la confronta con altre – secondo Linda Napolitano Valditara – non ne trae un utile solo per sé: «egli impara, o dovrebbe imparare, a comprendere con maggior empatia anche le storie di quanti ha attorno e anzi a costruire con loro storie comuni nuove». Sulla scia della Theory of Mind e in parte anche delle neuroscienze, possiamo sostenere che il potenziale empatico, posseduto quali esseri umani (i famosi ‘neuroni‑specchio’), «si rafforzi e si raffini proprio tramite la continua messa a punto, col narrare e ascoltare storie, delle proprie abilità narrative». A conferma, assai spesso, viene citato il filosofo Duccio Demetrio: «Ognuno di noi esiste in quanto narrazione offerta oppure negata e sottratta agli altri».

In questo senso, le parole diventano strumenti per disinnescare traumi e frantumare le angosce, strumenti per riconoscersi nelle differenze, dispositivi per costruire uno spazio comune. La scrittura attraversa l’identità come soglia aperta, luogo di ricerca continua dentro sé stessi e di intimità radicale, racconta la libertà di riannodare i fili. E il silenzio, mentre si scrive, diventa uno spazio fertile per nuove forme di esistenza. La scrittura diventa ponte tra ciò che resta e ciò che sfugge, tra ciò che si era e ciò che si è diventati. La narrazione consente di trasformare l’angoscia, la rabbia, il conflitto in strumenti di conoscenza e di riflessione rivelando il potenziale della parola. La scrittura diventa allora il luogo in cui si superano le barriere del pudore, dell’identità e del tempo. Narrare ciò che inquieta, ciò che ancora non abbiamo accettato, non significa semplificare, ma attraversare la complessità del trauma e restituire forma e senso al proprio vissuto. La scrittura diventa così un laboratorio di senso, dove ci si mette in discussione; una catarsi emozionale in cui il ricordo si fa strumento e il pensiero prende corpo. Scrivere diventa procedimento per metabolizzare tormenti, per dissolvere lacerazioni e fare emergere il significato più profondo. Un’indagine sul rimosso della propria storia, attraversando i confini del ricordo quotidiano, per riportare alla memoria ciò che abbiamo cercato di rimuovere, diventa un gesto narrativo che cura, connette, scava nei vuoti per far emergere senso e verità e la narrazione autobiografica attraversando le soglie del vissuto diventa un mezzo per raggiungere un equilibrio tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere.

«Scrivere per sé stessi – scrive Maria Martello – è un metodo per incontrarci. Possiamo farlo in molti modi, non importa la forma letteraria, dal diario alle annotazioni sparse, dai ricordi alle riflessioni, fino allo sfogo che sale libero dal cuore... L’autobiografia ci permette di ricucire i vari pezzi della nostra esistenza; dando loro la forma della scrittura riusciremo a prenderne le distanze e a capirli fino in fondo... Raccontare, dunque. Che cosa? Ad esempio, i personaggi chiave della nostra vita, i paesaggi e le stanze, le cose che ci sono care, le date importanti e i ricordi a esse legati; e poi naturalmente gli amori, le conquiste e le fughe… Potrebbe anche accadere che, nel ricostruire una storia, una vicenda, improvvisamente si crei un collegamento inaspettato con un altro ricordo. La vita non ci appare più distesa lungo la linea del tempo ma a molteplici dimensioni, più ricca e interessante. Raccontare a distanza di tempo aiuta a mettere ordine anche nelle esperienze più tristi e angosciose, a recuperare una serenità che discende dall’essersi fatti una ragione di quanto è accaduto, per amaro che sia».

In conclusione, “la magia dell’autobiografia” consiste nel fatto che grazie alla scrittura possiamo acquisire maggiore consapevolezza e raggiungere un nuovo equilibrio per strutturare meglio la nostra identità, i rapporti con gli altri e con gli eventi. «La “magia della narrazione” potrebbe consentire non solo di ridimensionare la portata dei nostri conflitti ma potrebbe anche aprire una strada per diventare, a nostra volta, mediatori di “prossimità”».

Maria Martello, Mettiamoci d'accordo. Diventare mediatori nel quotidiano per risolvere i conflitti, Milano, ITL Libri, 2026.