Dal 1996, su iniziativa della rete di Associazioni LIBERA, il 21 marzo è diventato ufficialmente la “Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie”.
È una scelta non casuale, quella del 21 marzo, il primo giorno di primavera, perché il ricordo e la memoria si intrecciano con un desiderio di vita e di proposta per il futuro, e riprendere le storie di chi ha perso la vita per mano delle mafie ci arricchisce, anno per anno, di nuove ragioni per confermare il nostro impegno di cittadini per un Paese libero da condizionamenti e discriminazioni.
La giornata del 21 marzo vede, ogni anno, una celebrazione particolare: nella piazza in cui si raduna la manifestazione – ogni anno una città diversa e quest’anno sarà Torino – vengono scanditi ad alta voce i nomi delle vittime delle mafie.
Sono 1117 i nomi di vittime innocenti delle mafie che verranno letti in piazza a Torino questo 21 marzo.
Ripetere ad alta voce i nomi, condividere il ricordo: la parola contro l’oblio, la parola contro l’arma più forte delle organizzazioni criminali di tipo mafioso, il silenzio.
Anche l’ANM ha dedicato al ricordo dei 28 magistrati vittime di terrorismo, mafie e azioni criminali un’immagine simbolo, quella delle Rose spezzate, una grafica che in questi anni abbiamo riprodotto in tanti nostri uffici.
Di quei 28 nomi quasi la metà fu vittima di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta.
Ognuno di loro rappresenta e porta con sé una storia che è sempre sorprendente e doloroso rievocare; oggi, nella giornata dedicata al ricordo, parlo di una di queste storie, e ne scrivo come se ne parlassi ad alta voce.
Antonino Saetta (Canicattì, 25/10/22 – Caltanissetta 25/9/1988)
Antonino Saetta, Presidente della Prima Sezione della Corte d’Assise d’Appello a Palermo, la sera del 25 settembre 1988 percorreva la Statale 640 che da Agrigento conduce a Caltanissetta e poi da lì a Palermo. In auto, insieme a lui, il figlio Stefano, con il quale, a Canicattì, aveva assistito al battesimo di un nipotino.
È all’altezza del viadotto Giulfo che la sua autovettura – nessuna scorta, nessuna tutela – venne assaltata da un commando di sicari che colpirono il giudice e suo figlio, lasciandoli nell’auto sbandata contro il guard-rail, trafitti da numerosissimi colpi d’arma da fuoco. Sul luogo dell’agguato verranno rinvenuti più di 50 bossoli.
Antonino Saetta era il primo giudice a venire ucciso in Sicilia da Cosa Nostra che, fino ad allora, aveva colpito tanti magistrati inquirenti e giudici istruttori.
La sua storia, forse meno nota di altre, rappresenta l’essenza del lavoro del magistrato in territori dominati da una criminalità organizzata crudele e violenta come lo fu la Cosa Nostra dominata dai corleonesi che, anche in quel caso, dimostravano di conoscere bene il funzionamento dei tribunali e le qualità dei magistrati che vi lavoravano, anche quando il lavoro veniva svolto senza clamore, ma con rigore e autorevolezza.
Dopo aver ricoperto vari incarichi, non solo in Sicilia, svolgendo anche le funzioni di Procuratore della Repubblica di Sciacca dal 1969 al 1972, a partire dagli anni ’80 il giudice Saetta era diventato Presidente di Corte d’Assise d’Appello prima a Caltanissetta e poi a Palermo, giudice di secondo grado di importantissimi processi di mafia, quale il processo celebrato a Caltanissetta per la strage nella quale era morto il Consigliere Istruttore Rocco Chinnici e poi, a Palermo, quello riguardante l’uccisione del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, un processo che vedeva imputati alcuni tra i più pericolosi capi emergenti di Cosa Nostra: Giuseppe Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia (quest’ultimo un “figlioccio” di Totò Riina).
A seguito dell’annullamento della prima sentenza d’appello da parte della Cassazione, la Sezione della Corte presieduta da Antonino Saetta aveva deciso la condanna degli imputati alla pena dell’ergastolo, ignorando e vincendo pesanti tentativi di condizionamento effettuati sulla giuria popolare, tentativi dei quali successivamente riferirono molti collaboratori di giustizia sentiti nel processo per l’omicidio del giudice.
Le motivazioni della sentenza per l’omicidio del Capitano Basile venivano depositate il 16 settembre 1988: solo 9 giorni dopo si verificava l’assassino di Antonino Saetta e del figlio.
Quel giudice aveva dimostrato, nei fatti, di essere inavvicinabile, di amministrare la giustizia “Nel nome del popolo italiano” senza farsi piegare da alcuno; già si prevedeva che avrebbe dovuto presiedere il giudizio d’appello del Maxi-Processo, quello istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e concluso il 16 dicembre 1987 in primo grado dalla Corte d’Assise presieduta da Alfonso Giordano con a latere il giudice Pietro Grasso.
Cosa nostra affilava le sue armi in vista di quel giudizio d’appello.
Lo si legge nelle motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d’assise d’Appello di Caltanissetta, l’8 aprile 2003 (sentenza divenuta definitiva): “deve ritenersi pienamente provato che l’omicidio in esame è maturato in un contesto e in un momento storico in cui l’assassinio del dott. Saetta, per le funzioni giurisdizionali svolte in determinati processi, per l’impegno profuso, per la fermezza dimostrata, per il rigore morale che ebbe ad ispirarne l’attività professionale, divenne funzionale ad un interesse strategico complessivo di quella potente e pericolosissima organizzazione criminosa, tipicamente mafiosa, denominata Cosa Nostra...” [1]
Per l’omicidio di Antonino Saetta e di suo figlio vennero accertate, in via definitiva, le responsabilità di Franceso Madonia e di Salvatore Riina, i palermitani mandanti, e di Pietro Ribisi, esponente della famiglia mafiosa di Palma di Montechiaro come esecutore in concorso con altri mafiosi agrigentini, nel frattempo a loro volta uccisi.
Un patto tra Palermo e Agrigento per uccidere, per la prima volta, un magistrato con funzioni giudicanti, a dimostrazione del fatto che la mafia non si sarebbe fatta scrupolo nell’attaccare chiunque amministrasse giustizia contro i suoi interessi.
E Antonino Saetta non era certo “chiunque” nell’amministrare giustizia: al contrario, con la sua vita rappresenta ciò che ogni cittadino dovrebbe incontrare nei nostri Uffici, quando chiede Giustizia.
Leggendo le cronache di quei giorni si apprende che, circostanza quasi unica in una lunga e sanguinosa storia di attentati mortali a magistrati, ai funerali di Antonino Saetta partecipò l’intero Consiglio Superiore della Magistratura. Il plenum del Consiglio, Vicepresidente Cesare Mirabelli, venne convocato il 27 settembre 1988 presso l’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Palermo, alla presenza del Ministro di Grazia e Giustizia Giuliano Vassalli. Una scelta che era stata fatta solo cinque anni prima, a seguito dell’omicidio di Gian Giacomo Ciaccio Montalto a Trapani, e non ebbe mai più a ripetersi.
Lo vorrei considerare un segno, un’azione simbolica del ruolo istituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura che seppe allora riconoscere e testimoniare pubblicamente quale valore avesse avuto la vita di Antonino Saetta per la Sicilia e per l’Italia intera.
Un Consiglio Superiore che si faceva anche carico della drammaticità e centralità del lavoro svolto dai magistrati in determinati contesti e situazioni, alzando la voce, se necessario.
Lo considero, oggi, un invito per tutti a rinnovare, mai silenziosamente, ma ad alta voce e con orgoglio, il ricordo di quanti hanno dedicato la loro vita al servizio della Giustizia, mantenendo l’impegno preso giurando fedeltà alla Repubblica Italiana e indicando un percorso al quale ciascun di noi intende restare fedele.
[1] I documenti che ricostruiscono la vita professionale di Antonino Saetta si trovano pubblicati al seguente link: https://www.csm.it/portale/web/csm-internet/antonino-saetta, una delle sezioni del sito del Csm dedicate a “Storie di magistrati”.
