ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Giulio Regeni. Tutto il male del mondo

11 aprile 2026
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ABSTRACT

Il 25 gennaio 2011, Piazza Tahrir al Cairo è lo scenario delle proteste contro il regime del Presidente Hosni Mubarak. Cinquantamila persone si riversano nella piazza, destinate a crescere nei giorni successivi fino a raggiungere il milione di manifestanti pacifici, che accusano il regime di non avere a cuore gli interessi della popolazione. La rivoluzione, nonostante i tentativi di repressione nel sangue, conduce l’11 febbraio 2011 alle dimissioni di Mubarak.

Il 25 gennaio 2016, cinque anni dopo, Piazza Tahrir, ossia piazza della liberazione (dal Regno Unito che occupava Egitto e Sudan fino al 1919), è blindata. Il Presidente al-Sisi, che dal 2013 con un colpo di Stato militare ha rovesciato il governo Morsi ed ha preso il potere, teme che l’anniversario della rivoluzione porti nuove proteste. Il Cairo pullula di polizia, di militari, di agenti in borghese dei servizi di sicurezza.

Quel 25 gennaio, in quel che resta della primavera araba, Giulio Regeni esce di casa per andare ad incontrare il professor Gervasio, con cui deve parlare della sua ricerca sui sindacati indipendenti egiziani per il dottorato che svolge all’Università di Cambridge. Entra in metropolitana e viene inghiottito, non arriverà mai all’appuntamento. Solo il 9 febbraio il suo corpo sarà ritrovato, con addosso evidenti segni di tortura, sul ciglio di una strada alla periferia del Cairo.

Il documentario diretto da Simone Manetti parla di quei giorni di prigionia, delle settimane e dei giorni che li hanno preceduti, ma soprattutto dei giorni che li hanno seguiti e della dolorosa, faticosa attività di ricerca di una verità che non è ancora arrivata.

Le immagini con cui si apre il film sono immagini della città, e vi compare Giulio, ripreso di striscio da quella che sembra essere una telecamera nascosta indossata dal suo interlocutore. Parlano in arabo, cercano un caffè dove sedersi per poter conversare meglio. Nel corso del film queste immagini ritornano, disturbanti per la sensazione di clandestinità che trasmettono, intervallate dalle parole di Paola Deffendi e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, di Alessandra Ballerini, la loro avvocata, dalle voci dei testimoni e dalle immagini del processo ancora in corso davanti alla Corte d’Assise di Roma.

Attraverso queste testimonianze emerge fin da subito il contrasto tra la posizione ufficiale assunta dal governo egiziano, che inizialmente minimizza sulla sparizione di Giulio e poi sulle ragioni della sua morte, imputandola ad un incidente stradale, e la realtà, evidente nei segni di tortura che Giulio porta addosso. Tortura che il documentario descrive minuziosamente, non risparmiando al pubblico alcuna durezza, attraverso le parole di chi ha visto il suo corpo, il suo viso, irriconoscibili. Tutto il male del mondo è quello che Paola Deffendi vede essersi riversato sul proprio figlio.

La storia che Manetti racconta intreccia a doppio filo i fatti ed il faticoso lavoro che è stato necessario per farli emergere e ricostruirli.

Scopriamo progressivamente che la telecamera attraverso la quale vediamo Giulio è indossata da Abdallah, un venditore ambulante a capo dei sindacati indipendenti del settore, contatto diretto di Giulio che proprio di quei sindacati si occupava. Ma occuparsi di sindacati indipendenti vuol dire occuparsi dei luoghi in cui nasce l’organizzazione del dissenso, e l’interesse di un ricercatore straniero è visto con sospetto: Abdallah denuncia quindi Giulio ai servizi di sicurezza, ritenendolo una spia, sospettandolo di voler finanziare attraverso i fondi per la ricerca i sindacati ostili alla fratellanza musulmana che sostiene al-Sisi. Dirà di averlo fatto per il bene del suo paese. Scopriamo che i servizi mettono in atto pedinamenti nei confronti di Giulio, che in un’occasione viene anche fotografato, e che vanno a casa sua, fotografano i suoi documenti, parlano con il suo coinquilino, intimandogli di non dire nulla a Giulio, e lui non lo farà. Scopriamo la falsità di un presunto testimone oculare di una lite in cui

Giulio sarebbe stato coinvolto. Anche lui dirà di aver mentito per il bene del paese. Scopriamo che i filmati delle telecamere della metropolitana, inizialmente dichiarati non disponibili, sono stati cancellati proprio nei minuti cruciali, quelli in cui è avvenuto il sequestro. Scopriamo che Giulio è stato sequestrato dai servizi di sicurezza egiziani, condotto in un carcere senza alcuna registrazione, interrogato e torturato per giorni.

Scopriamo che l’ostruzionismo del governo egiziano vira ben presto in depistaggio, con la grossolana messa in scena di uno scontro a fuoco tra i militari e un gruppo di cinque banditi, raccontati come specializzati in sequestri a fini estorsivi di cittadini stranieri. I cinque banditi muoiono tutti, a casa di uno di loro i militari fanno ritrovare effetti personali di Giulio; tutto ciò accade mentre gli investigatori italiani sono in partenza dal Cairo; tornati immediatamente operativi, svelano agevolmente l’implausibilità della versione egiziana.

La storia raccontata è a questo punto anche quella della crisi diplomatica ingenerata da questa plateale mancanza di collaborazione, col richiamo dell’ambasciatore italiano dal Cairo. Ma è anche la storia dell’intreccio di interessi economici che non consentono all’Europa di prendere alcuna posizione netta, che conducono presto l’Italia a tornare miseramente sui suoi passi, ripristinando i rapporti diplomatici con l’Egitto. Del resto, la concessione per lo sfruttamento da parte di Eni del giacimento petrolifero di Zohr è del 2016, e diviene ben presto operativa; la cooperazione energetica è con tutta evidenza più strategica di quella giudiziaria.

La storia raccontata è quella di un processo che, nonostante queste difficoltà, riesce a partire, grazie agli elementi raccolti anche dalla difesa della famiglia Regeni: l’avvocata Ballerini parla di molti testimoni anonimi che l’hanno contattata personalmente: alcuni depistaggi, alcune fonti reali e preziose. Di loro, la madre di Giulio dirà: il riscatto di Giulio è anche il loro riscatto. Un tassello alla volta, il cerchio si chiude intorno a quattro alti funzionari dell’esercito egiziano. Gli imputati vengono processati in assenza in quanto irreperibili, poiché ufficialmente mai rintracciati dal governo egiziano; sul punto è intervenuta la Corte costituzionale, sancendo che il processo in questo caso è possibile, trattandosi di crimini contro l’umanità. Il processo è ancora in corso, a seguito della sospensione per un’altra questione di costituzionalità, relativa all’assunzione da parte dello Stato italiano dei costi delle indagini difensive degli imputati assenti. Un passo alla volta, faticosamente, il lavoro corale del fare giustizia va avanti.

La storia è quella di una famiglia e della sua difesa che sono riuscite a mantenere accesa l’attenzione, grazie al sostegno cruciale di Amnesty international, della stampa, di molte istituzioni, per settimane e mesi ed anni, chiedendo incessantemente, instancabilmente, verità per Giulio Regeni.

La storia è quella di una storia che interessa tutti, che riguarda tutti, e che per questo non è stato possibile archiviare, nonostante i tentativi egiziani di farlo. Interessa chiunque abbia a cuore la libertà scientifica, e chiunque abba a cuore in generale la libertà e la verità. L’avvocata Ballerini riferisce le parole che le ha rivolto un collega egiziano: tu non puoi capire, perché sei nativa democratica. Questo è un regime, e per il regime conta molto poco la vita delle persone. Il regime è paranoico, e nel dubbio agisce di conseguenza.

Guardando il documentario, prende forma e cresce la sensazione che Giulio Regeni, nativo democratico, sia stato vittima di un gigantesco malinteso culturale, di due modi così diametralmente opposti di vedere il mondo da non potersi comprendere a vicenda. Giulio è stato drammaticamente frainteso. Se lui avesse compreso in tempo questo, si sarebbe salvato? Non era poi comprendere, quello che cercava di fare col suo lavoro di ricerca? Ma quanto può servire comprendere, quando l’intero sistema in cui viviamo sembra difendere i propri valori con così poca convinzione?

La decisione di proiettare il documentario, assunta in questi giorni da oltre 60 sale italiane, è una risposta a questa domanda.

Si tratta di una reazione all’esclusione del film dai finanziamenti pubblici erogati dal Ministero della Cultura per le produzioni nazionali, ed in particolare dei contributi selettivi (in percentuale una piccola parte dei contributi pubblici alla cinematografia) destinati a produzioni in cui il valore culturale travalica il comprovato successo di critica, di pubblico o internazionale che costituiscono il criterio per il finanziamento automatico, ed è appunto volto a consentire la realizzazione di opere di autori emergenti, documentaristiche, di animazione. Tutto il male del mondo concorreva nella categoria “film di particolare qualità artistica su personaggi e avvenimenti dell’identità culturale italiana”.

La valutazione della giuria è tecnica, non politica, è vero. È vero pure, tuttavia, che tale valutazione è stata in questo caso particolarmente ingenerosa. Il documentario è composto da immagini di repertorio, l’unico legante narrativo è affidato alle parole e all’intensa espressività di Paola Deffendi, Claudio Regeni ed Alessandra Ballerini; questo non sminuisce però la regia, né la sceneggiatura: al contrario, lavorare su materiale così frammentato e difforme è oggettivamente complesso, e la scrittura di Emanuele Cava e Matteo Billi, così come la regia di Simone Manetti, hanno consentito di sviluppare insieme ed intrecciare i fili delle plurime storie che il documentario racconta.

La proiezione del film, l’assunzione di un rischio imprenditoriale diretto, è quindi un gesto di impegno civile. Andare a vederlo lo è altrettanto che scendere in piazza a reggere una candela o un cartello giallo. A questo gesto seguirà quello costituito dall’iniziativa "Le Università per Giulio Regeni. A dieci anni dalla scomparsa, un’iniziativa per la libertà di ricerca", promossa dalla senatrice a vita Elena Cattaneo in collaborazione con la Fondazione Elena Cattaneo, Fandango e Ganesh Produzioni, che porterà per due mesi il documentario nelle università.

Ancora una volta, a prescindere dalle scelte dei governi, la società civile dice forte e chiaro che ha a cuore la memoria, la testimonianza, la verità, la libertà.

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