ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Da Gaza al caso Flotilla

Le linee rosse delle responsabilità internazionali di fronte agli oltraggi all’umanità
Tra diritto umanitario violato, radicalizzazione e nuove fratture nel conflitto mediorientale, la vicenda della Flotilla impone all’Italia e all’Europa una risposta giuridica e politica non più rinviabile
26 maggio 2026
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ABSTRACT

«Un trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele»: è il commento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, davanti alle immagini pubblicate su X dal ministro della Sicurezza israeliano, Itamar Ben‑Gvir. Quella di uomini e donne inginocchiati, con le mani legate, il volto verso il suolo mentre la voce ‘istituzionale’ di un ministro di Israele li deride davanti alle telecamere è un punto di frizione inaccettabile. Attraversa le linee rosse del diritto ma, ancor prima, i principi di umanità che il mondo si è dato dopo le grandi catastrofi del Novecento, dalla Convenzione di Ginevra alla Dichiarazione universale dei diritti umani proprio per impedire che la forza si traduca in umiliazione pubblica del corpo dell’altro. In quell’immagine si concentra, nella sua nudità elementare e per questo ancora più inquietante, ciò che Hannah Arendt ha chiamato la “banalità del male”: come le pratiche naziste contro gli ebrei, ritorna la normalizzazione amministrativa della degradazione dell’altro, ora resa spettacolo, linguaggio e persino gesto istituzionale, che costringe diritto internazionale, responsabilità politica e coscienza pubblica a misurarsi nello stesso istante, senza zone di rassicurazione.

La Global Sumud Flotilla, composta da centinaia di attivisti provenienti da decine di Paesi, fra cui molti italiani, è stata intercettata da forze israeliane in acque internazionali mentre si dirigeva verso Gaza con finalità dichiaratamente umanitarie. Le autorità israeliane hanno sostenuto la legittimità dell’operazione in base al blocco navale della Striscia, qualificando le imbarcazioni come “provocatorie” e i partecipanti come sostenitori di Hamas. Gli attivisti e numerosi governi, al contrario, hanno contestato la legalità dell’intervento, soprattutto nella sua estensione extraterritoriale e nelle modalità del fermo. In linea generale, il diritto internazionale del mare – codificato nella Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) – tutela la libertà di navigazione in acque internazionali e limita fortemente l’uso della forza contro navi civili. L’intercettazione di imbarcazioni in alto mare è ammessa solo in circostanze eccezionali e rigidamente tipizzate, come la pirateria, il traffico di migranti e di stupefacenti. In ogni caso le missioni umanitarie neutrali devono essere tutelate dagli Stati in forza del diritto internazionale umanitario, in particolare delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dei Protocolli aggiuntivi del 1977. Israele rivendica invece la legittimità dell’intervento in quanto misura di sicurezza in un contesto di conflitto armato con Hamas. È qui che si apre la faglia di frattura del diritto più contestata: la proporzionalità, la necessità e la compatibilità del blocco con il diritto umanitario internazionale. Il nodo riguarda soprattutto le modalità violente dell’intervento e il trattamento delle persone fermate. Sarebbe stata legittima – al limite – una ‘intimazione’ e una attività di ‘ombreggiamento’ delle imbarcazioni per scortarle a un porto vicino, per successive verifiche, ma non l’incursione armata a bordo. Le immagini e le testimonianze raccolte dalle ONG hanno inoltre evidenziato le condizioni degradanti, le restrizioni fisiche, l’umiliazione e l’ uso di forza in forme di detenzione collettiva, assolutamente non consentite nel caso di persone disarmate e inoffensive, con dichiarati fini umanitari. L’articolo 3 comune alle quattro Convenzioni di Ginevra – norma di ius cogens, riferita alle situazioni di conflitto armato, e a maggior ragione in situazioni di ‘pace’ – impone “in ogni circostanza” il rispetto della persona umana, vietando in modo assoluto «le violenze contro la vita e l’integrità fisica», nonché «gli oltraggi alla dignità personale, in particolare i trattamenti umilianti e degradanti». A questo si aggiunge la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il cui articolo 3 stabilisce un divieto assoluto: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Israele peraltro aderisce al Patto internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR), in cui si stabilisce all’articolo 7 che «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti», anche in situazioni di emergenza o conflitto. Così la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (CAT), anch’essa ratificata da Israele, impone agli Stati obblighi positivi di prevenzione, indagine e repressione di ogni atto riconducibile a trattamenti crudeli, inumani o degradanti inferti sotto controllo di autorità pubbliche. Sono fatti gravi, che chiamano in causa norme fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: il divieto di trattamenti inumani e degradanti, il diritto a un giusto processo, la tutela della dignità personale in ogni condizione di detenzione.

Lo scenario dei limiti superati tuttavia è dunque anche etico e politico, e qui l’episodio va letto con attenzione sul piano interno e internazionale. Il Ministro Ben‑Gvir protagonista delle provocazioni contro gli attivisti della Flotilla, proviene dal movimento del rabbino estremista Meir Kahane e ha militato nel movimento Kach, messo al bando in Israele. Nel corso degli anni è stato più volte arrestato per incitamento all’odio e legami con ambienti estremisti nel clima di reazione agli Accordi di Oslo, culminata nell’assassinio del premier Yitzhak Rabin. Nella sua abitazione nell’insediamento di Kiryat Arba, è stata a lungo esposta l’immagine di Baruch Goldstein, responsabile del massacro del 1994 alla Tomba dei Patriarchi di Hebron. Sono quindi note le sue provocazioni: dalla campagna per la pena di morte ai “terroristi”, alle rappresentazioni simboliche della forca, dalle visite provocatorie alla Spianata delle Moschee/Monte del Tempio alle marce ultranazionaliste a Gerusalemme. L’episodio relativo alla Flotilla si inserisce dunque in questa continuità, che riconduce anche a una competizione interna alla destra radicale israeliana, dove la radicalizzazione trova una sua ampia fascia di consenso. Il suo partito, Otzma Yehudit, perno della destra radicale, è decisivo nei rapporti di forza della coalizione del governo in carica. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivendicato la legittimità dell’azione di blocco, anche se ha preso le distanze dalle modalità comunicative e dal trattamento mostrato nei video, parlando di comportamento «non coerente con i valori dello Stato». Analogamente, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha criticato pubblicamente Ben‑Gvir, segnalando il conflitto istituzionale nella linea politica. La reazione interna israeliana mostra una frattura significativa, ma sono seri gli interrogativi che tutto non rimanga privo di reali conseguenze.

In questa prospettiva, la figura di Ben‑Gvir va letta dentro una frattura politica e simbolica più ampia che attraversa l’intero conflitto israelo‑palestinese, nella quale il trauma del 7 ottobre 2023 con il massacro compiuto da Hamas rappresenta un punto di svolta assoluto nella percezione pubblica israeliana e internazionale, ma che al tempo stesso si innesta su una lunga catena di responsabilità, escalation e mancati processi politici di stabilizzazione: qui la comunità internazionale è chiamata a interrogarsi su cosa fare con maggiore consapevolezza di fronte alle conseguenze di una deriva destinata solo all’escalation.

Ora la reazione internazionale ai fatti della Flotilla è apparsa responsabile e sollecita: diversi governi hanno convocato gli ambasciatori israeliani, anticipato richieste di sanzioni e anche le istituzioni italiane si sono espresse con toni di condanna molto netti avviando formali iniziative diplomatiche. Il punto decisivo, tuttavia, per l’Italia e l’Europa non dovrebbe essere solo la condanna “politica”: a Israele va contestata formalmente la “responsabilità giuridica internazionale” dei fatti, che va rimarcata in tutte le sedi, dall’Onu per l’adozione di sanzioni immediate e di risoluzioni vincolanti per l’accesso agli aiuti umanitari, fino alle Corti internazionali anche con riferimento alle responsabilità penali individuali, senza porre discussioni di procedibilità perché qui si tratta di norme universali. Il conflitto a Gaza è già oggetto di un complesso contenzioso davanti alla Corte internazionale di giustizia, nell’ambito della procedura avviata dal Sudafrica contro Israele per violazioni della Convenzione sul genocidio. Parallelamente, la Corte penale internazionale ha aperto procedimenti relativi ai crimini di guerra e crimini contro l’umanità: è in questo quadro che ogni episodio che coinvolge civili, aiuti umanitari o blocchi navali non deve rimanere isolato, e deve entrare in una trama giuridica già sotto esame.

Se si mantiene una linea rigorosa e coerente su questo percorso, si dà anche una risposta politica all’altezza della gravità del momento. Cosa devono produrre scene come quelle di Ashdod, se non la consapevolezza che la soglia della legittimità è stata ormai oltrepassata? Israele deve essere posto stavolta di fronte non solo a dichiarazioni rituali di condanna, ma alla fine compiuta di qualsiasi consenso internazionale per i suoi arbitrii nella deterrenza militare, che ha superato ogni limite del diritto e della dignità umana. Sul punto occorre precisare questa scelta: la ‘linea rossa’ del momento in cui un ministro infierisce su donne e uomini pacifici ridotti a prigionieri umiliati davanti alle telecamere, in realtà, è solo un altro avanzamento dell’infamia già ampiamente superata dai 73mila morti di Gaza.

In questo quadro, dalla vicenda Flotilla non si può separare ciò che l’Israele di Netanyahu e gli Usa di Trump stanno compiendo su tutto l’intero arco del Medio Oriente: Gaza, il Libano, e l’irragionevole conflitto scatenato contro l’Iran non sono episodi distinti, ma tasselli di un unico disegno egemonico e distruttivo che sta solo portando altre morti, distruzioni e caos nel disordine internazionale. È di fronte a questa realtà che in concreto deve misurarsi la responsabilità politica dell’Europa e dell’Italia, che ora è sollecitata da una società civile sempre più in allarme: occorre agire non solo per reazione all’ultimo evento mediaticamente più visibile, ma per la costruzione di un progetto coerente guardando al resto del mondo e al Global South in particolare. Un’Europa responsabile può ancora rivendicare con forza la pace, il diritto e la giustizia internazionale, in uno con la tutela effettiva delle popolazioni civili e il rispetto ultimo della dignità dell’uomo.

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