ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
La strage del 3 settembre 1982 

Dalla Chiesa e la lezione della Repubblica

Legalità e democrazia contro la strumentalizzazione della sicurezza
Nell’anniversario della strage di via Carini, l’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa racconta ancora un’idea dello Stato forte perché capace di conoscere e affrontare le minacce reali. Una lezione ancora attuale, contro le tentazioni di una politica che vuol fare della sicurezza solo propaganda, o, peggio, una condizione separata dalla legalità, dalla libertà e dalla Costituzione. 
3 settembre 2026
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ABSTRACT

Il 3 settembre 1982 la mafia non colpì soltanto il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, sua moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo; nella via Isidoro Carini, un anonimo affisse un cartello con una frase destinata a diventare il simbolo di quell’attacco che sgomentò Palermo: «Qui è morta la speranza dei palermitani onesti». L’allora arcivescovo di Palermo, il cardinale Salvatore Pappalardo, durante i funerali pronunciò nella basilica di San Domenico la celebre invettiva: «Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre a Roma si pensa sul da fare, Sagunto viene espugnata. E questa volta non è Sagunto, ma Palermo. Povera la nostra Palermo». Era stato colpito l’uomo‑simbolo che lo Stato aveva mandato a Palermo perché conosceva la natura del potere criminale, e perché aveva già dimostrato nella lotta al terrorismo di saper colpire a fondo, con metodi nuovi. L’eccidio fu una delle più drammatiche manifestazioni – dovevano seguire nel 1992 le uccisioni di Falcone e Borsellino – della sfida che Cosa nostra portava direttamente alle Istituzioni e, insieme, il punto di arrivo di una vita spesa nella difesa della Repubblica.

Per capire quella vicenda bisogna però tornare indietro, a un altro settembre: quello del 1943. Ci sono infatti vite pubbliche che acquistano il loro significato più compiuto soltanto quando vengono osservate nella loro interezza. Prima ancora di diventare il generale della lotta alla mafia e della risposta dello Stato al terrorismo, Dalla Chiesa era stato un giovane ufficiale dei Carabinieri che dopo l’8 settembre 1943 aveva scelto da che parte stare: la sua scelta fu la Resistenza. Rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò o di collaborare alla repressione antipartigiana e si unì alle formazioni della Resistenza nelle Marche, partecipando alle attività clandestine a favore degli Alleati. Per quella partecipazione sarebbe stato riconosciuto «Volontario della Guerra di Liberazione».

Quella morte, dunque, non può essere separata dalle esperienze vissute da Dalla Chiesa, né dalle scelte che avevano preceduto il suo arrivo a Palermo. La sua vocazione non fu l’appartenenza a un potere separato dalla società, ma la piena assunzione di responsabilità “al servizio” delle istituzioni democratiche e dei cittadini. La sua biografia racconta una lunga difesa democratica: non solo la Resistenza storica del 1943‑45, ma anche la continuità della difesa della Repubblica contro ogni potere che pretenda di sostituire alla legge la forza, alla libertà la paura, alla Repubblica una sovranità diversa da quella delle istituzioni democratiche. Nel dopoguerra fu impegnato contro il separatismo siciliano e il banditismo di Salvatore Giuliano, dietro i quali già si celavano apparati deviati dello Stato, da cui Dalla Chiesa seppe tenersi alla larga. Nel 1966 tornò in Sicilia, assumendo il comando della Legione Carabinieri di Palermo, dove contrastò Cosa nostra attraverso un metodo investigativo fondato sulla ricostruzione delle organizzazioni criminali e dei loro legami: fu allora che si fece conoscere dalla politica, relazionando alla Commissione parlamentare antimafia ove presentò le prime “mappe” sulle organizzazioni mafiose e sui loro collegamenti. Tra il 1973 e il 1979 fu a Torino protagonista della lotta alle Brigate Rosse: ne uscì vincente perché comprese che occorreva conoscere l’organizzazione, ricostruirne le reti, collegare le informazioni e comprendere i rapporti fra uomini e strutture, sfruttandone le debolezze. Come ha ricordato Gian Carlo Caselli, protagonista di quella stagione,quell’esperienza contribuì a superare la frammentazione delle indagini attraverso una stretta specializzazione investigativa e una collaborazione sistematica tra gli apparati investigativi e la magistratura[1]. La concezione della sicurezza di Dalla Chiesa non era dunque fondata sull’eccezione permanente: credeva nella capacità dello Stato di conoscere il fenomeno e seppe promuovere il sostegno della società civile per dotarsi degli strumenti necessari ad affrontarlo. Anche la legislazione sui collaboratori di giustizia va letta in questa prospettiva: non come abbandono delle garanzie dello Stato di diritto, ma come ricerca di strumenti giuridici adeguati alla natura organizzata della minaccia criminale. Quando arrivò a Palermo, il 30 aprile 1982, nello stesso giorno dell’assassinio di Pio La Torre, Dalla Chiesa portava con sé questa esperienza. Non era un neofita nella lotta alle consorterie mafiose: conosceva la Sicilia, conosceva Cosa nostra e aveva già sperimentato il valore decisivo del coordinamento degli organi investigativi.

In Delitto imperfetto, 2014, il figlio Nando Dalla Chiesa ci offre una lettura essenziale del sacrificio del padre, consegnato al mito dell’eroe solitario che pone ancora tante domande sulla società italiana e sulle responsabilità che si distribuiscono attorno al delitto. Dalla Chiesa aveva vinto la lotta al terrorismo grazie a una struttura capace di coordinare le informazioni e l’azione di contrasto. Perché a Palermo questo modello non venne realizzato nello stesso modo? Perché l’uomo incaricato di affrontare la mafia dovette denunciare pubblicamente la propria condizione di isolamento? Le mafie hanno sempre cercato relazioni con il mondo legale, con l’economia, con la politica, con le amministrazioni. La loro forza non nasce soltanto dalla violenza: nasce dalla capacità di trasformare la violenza in relazione, la relazione in influenza, l’influenza in potere. Quando Dalla Chiesa denunciò l’esistenza di una forte organizzazione mafiosa a Catania, incontrò rappresentanti istituzionali che negavano il fenomeno. L’allora prefetto della città arrivò a sostenere che a Catania “la mafia non esiste”: e così sui giornali di quel tempo si narra della presenza dello stesso prefetto, insieme al questore, all’inaugurazione di una concessionaria di auto riconducibile alla moglie di Nitto Santapaola. L’episodio rivela quanto sia difficile riconoscere la mafia quando essa si presenta non nella forma dell’assassino, ma in quella dell’imprenditore, della relazione ufficiale, della cerimonia, della rispettabilità. È questa la parte della lezione di Dalla Chiesa che più direttamente parla al presente: le mafie hanno cambiato volto. Dopo la stagione delle stragi, la loro presenza è diventata meno visibile e, proprio per questo, più insidiosa: la violenza può lasciare spazio alla capacità di muovere capitali, infiltrare l’economia legale, utilizzare professionisti, costruire relazioni e sfruttare la corruzione. Il potere criminale può diventare tanto più pericoloso quanto più riesce a non apparire per quello che è.

È in questa trasformazione che si colloca la rappresentazione attuale delle mafie nel recente libro di Maurizio de Lucia e Salvo Palazzolo, La mafia che cambia. Dalle stragi ai bitcoin, Cosa nostra oggi, 2026: la mafia è passata dalle stragi alla capacità di adattarsi a nuovi circuiti economici e tecnologici. Le indagini più recenti mostrano una Cosa nostra che, esaurita la stagione stragista, non ha rinunciato alla capacità di costruire relazioni, accumulare ricchezza e penetrare l’economia legale, e ha modificato strumenti e modalità operative: attraverso i bitcoin, il dark web e le comunicazioni criptate non solo la mafia è diventata “tecnologica”, ma una organizzazione anch’essa ‘ibrida’, capace di adattarsi ai nuovi ambienti nei quali oggi circolano denaro, informazioni e relazioni. Dalla Chiesa aveva già compreso il principio fondamentale: per affrontare una minaccia organizzata non basta colpirne le manifestazioni più evidenti, occorre conoscerne la struttura, seguirne le relazioni, comprenderne i rapporti con l’economia e la società.

Proprio questa lezione consente di porre una domanda anche sulle politiche di sicurezza del nostro tempo. Oggi i media e la politica preferiscono parlare dei reati commessi dai migranti senza valutarne l’effettiva incidenza e senza più interrogarsi sulle politiche sociali di inclusione, non aprono gli occhi sullo sfruttamento organizzato del lavoro, sulla corruzione e la grande evasione che sottraggono risorse alla sanità e ai servizi sociali, e trascurano le più invasive insidie dei nuovi sistemi criminali. Lo Stato deve conoscere prima di reprimere, distinguere prima di classificare e intervenire contro il crimine senza confonderlo con il disagio sociale, o contro l’eversione senza accomunarla alla contestazione: la sicurezza non può essere pensata soltanto come controllo indeterminato dello spazio pubblico.

La presenza delle forze dell’ordine è necessaria e, in determinati contesti, anche il loro rafforzamento può essere indispensabile; ma nessuna città diventa realmente più sicura soltanto perché si militarizzano le strade e i quartieri sensibili. La lezione di Dalla Chiesa consente perciò di interrogare il modo in cui oggi viene costruito il discorso pubblico sulla sicurezza: la sicurezza non coincide con la semplice esibizione della forza e non può essere confusa con la spettacolarizzazione dell’ordine pubblico. Essa si costruisce attraverso la capacità di prevenire le condizioni che alimentano marginalità e illegalità. Scuola, lavoro, servizi, presidio del territorio, giustizia efficiente, contrasto alla corruzione e presenza nelle periferie rafforzano la fiducia nello Stato e, con essa, la legalità. A Palermo, Dalla Chiesa non si chiuse nel palazzo: si aprì alla società civile, parlando di legalità e democrazia a imprenditori, commercianti, agricoltori e soprattutto ai giovani studenti. Non volle lanciare l’idea di uno Stato semplicemente più forte, ma quella di uno Stato capace di conoscere, prevenire e colpire le minacce reali senza smarrire le ragioni democratiche per le quali esiste. Una Repubblica democratica non diventa forte quanto più amplia indistintamente il perimetro dell’emergenza: si consolida quando sa identificare con precisione le minacce reali, intervenire contro di esse con strumenti proporzionati ed efficaci e, nello stesso tempo, rimuovere quelle condizioni sociali nelle quali insicurezza, marginalità e illegalità possono trovare terreno fertile.

La sicurezza, in questa prospettiva, non è l’opposto delle politiche sociali: ne è il risultato. È qui che la vicenda di Dalla Chiesa incontra quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le loro esperienze appartengono a un medesimo percorso civile “al servizio” dello Stato: quello nel quale la lotta alla criminalità diventa progressivamente una questione di conoscenza delle strutture criminali, di coordinamento investigativo, di aggressione dei patrimoni, di responsabilità istituzionale e di partecipazione della società civile. Il loro percorso dimostra che la difesa dello Stato non può essere separata dalla difesa della legalità. Dalla Chiesa, Falcone e Borsellino rappresentano, ciascuno nella propria funzione e nella propria stagione, una medesima idea del servizio pubblico: lo Stato non si difende attraverso la sospensione delle proprie regole, ma attraverso la capacità di rendere effettive le regole della Repubblica. La legge Rognoni‑La Torre, approvata dopo l’assassinio di Dalla Chiesa, rappresentò sotto questo profilo una risposta fondamentale: con l’introduzione dell’articolo 416‑bis nel codice penale si riconobbe finalmente la specificità dell’associazione mafiosa e consentì di colpire non soltanto i singoli delitti, ma il metodo attraverso il quale l’organizzazione esercita il proprio potere e accumula i capitali.

È una lezione che vale anche per le politiche securitarie contemporanee: quando la paura diventa il principale strumento attraverso cui leggere una società, il rischio è che la sicurezza venga trasformata da funzione pubblica a parola d’ordine politica. La sicurezza è una funzione essenziale dello Stato, ma proprio per questo non può essere trasformata in uno strumento di mobilitazione permanente del consenso. Quando la politica utilizza la paura come principale criterio di rappresentazione della società, il rischio è di confondere fenomeni differenti, dilatare indefinitamente la nozione di emergenza e presentare come questione di ordine pubblico ciò che richiede invece risposte sociali, amministrative, economiche o giudiziarie differenti.

La distinzione non è debolezza: è una forma di forza dello Stato di diritto. Dalla Chiesa aveva attraversato tutte le stagioni fondamentali della Repubblica: era stato il giovane ufficiale nella guerra di Liberazione, aveva combattuto il separatismo e il banditismo, aveva conosciuto direttamente la mafia, contribuito alla risposta dello Stato al terrorismo e, infine, era tornato a Palermo come prefetto per affrontare Cosa nostra. Non sono capitoli separati della sua biografia. Sono momenti diversi di una stessa idea del “servizio” alle istituzioni: la difesa della Repubblica democratica contro chi pretende di sostituire alla legge la violenza e alla libertà la paura. Per questo “il generale della Resistenza e della Repubblica” dovrebbe ispirare i generali e i politici di oggi, riconoscendo il filo che ha attraversato quella vita: dalla scelta compiuta dopo l’8 settembre 1943 fino agli ultimi cento giorni a Palermo, Dalla Chiesa rimase dalla parte di uno Stato che doveva essere forte contro i suoi avversari e, proprio per questo, fedele alle ragioni democratiche per le quali quello Stato esisteva.

La sua eredità non è soltanto quella della fermezza: è quella della responsabilità di non scegliere fra sicurezza e libertà, ma di costruire una sicurezza che abbia nella libertà e nella Costituzione il proprio fondamento. Il 3 settembre, dunque, non è solo una data della memoria antimafia: è una data che riporta al senso e alla storia della Repubblica.

Rileggere oggi Dalla Chiesa significa chiedersi quale idea dello Stato, della sicurezza, della legalità e della democrazia si vuole attuare di fronte alle mafie che cambiano volto, alle nuove forme della criminalità, ma anche alle tentazioni di una politica che vuol fare della sicurezza una condizione separata dalla Costituzione. Il monito della sua lezione civile va colto di fronte soprattutto ai ‘generali’ autoreferenziali e ai politici che si rincorrono sulle politiche securitarie. Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino ci hanno insegnato che non si possono strumentalizzare la sicurezza e la giustizia per farne slogan di parti politiche: quando si esercita il monopolio della forza legittima dello Stato, questa deve rappresentare una garanzia per tutti, e deve essere vincolata saldamente ai principi democratici della Costituzione.

[1] G.C. Caselli, M. Lancisi, Nient’altro che la verità. La mia vita per la giustizia, fra misteri, calunnie e impunità, Milano, Piemme, 2015.

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