Saluto con deferenza il Presidente della Repubblica, porgendo, anche a nome dei Procuratori distrettuali della Repubblica e dei Magistrati della DNA, l’espressione di un profondo sentimento di gratitudine per aver voluto essere oggi qui, nel luogo ideato da Giovanni Falcone per costruire un modello di azione coordinata del pubblico ministero chiamato a misurarsi con fenomeni criminali complessi ed irriducibili alla dimensione territoriale dei singoli uffici.
Una prospettiva di lavoro investigativo originariamente riferita alla criminalità organizzata, ma nel tempo riconosciuta come necessaria anche in altri delicati campi di indagine. Innanzitutto, il terrorismo. Quindi, da ormai tre anni, al cruciale ambito della sicurezza cibernetica nazionale e, da ultimo, soltanto da pochi mesi, al settore dei nuovi delitti contro la politica estera e la sicurezza dell’Unione Europea.
Per questa speciale dimensione di impegno quotidiano del pubblico ministero, la sua presenza, Signor Presidente, è ragione di conforto ed insieme di un rinnovato sentimento di responsabilità, che condivido coi procuratori distrettuali, ai quali va la mia riconoscenza per lo spirito di coesione e solidarietà che ne caratterizza l’azione.
Saranno Giuseppe Di Lello e padre Nino Fasullo, eccezionali testimoni di quella drammatica stagione siciliana, ad offrirci il ricordo della figura umana e professionale di Rocco Chinnici.
Ad entrambi devo gratitudine per l’amicizia da lungo concessami e per la generosa disponibilità ad accogliere l’invito ad essere oggi fra noi.
Le loro parole varranno a confermare la profondità della traccia lasciata dall’esperienza di un magistrato al quale è dovuto il riconoscimento dell’appartenenza ad una ristretta cerchia di coraggiosi innovatori, i quali, partendo da una profonda conoscenza dei fenomeni criminali, hanno determinato grandi e duraturi cambiamenti del lavoro e della stessa immagine dei magistrati italiani.
A Rocco Chinnici è dedicato anche il loggiato del primo piano di questo antico edificio.
Un riconoscimento doveroso, per il protagonista di una stagione che, come ci dirà Giuseppe Di Lello, vide, per la prima volta sul versante del contrasto alla mafia, l’azione giudiziaria cambiare decisamente passo. Si abbandonarono le vecchie prassi burocratiche del magistrato che, chiuso nel suo ufficio, attendeva il risultato delle indagini della polizia giudiziaria, per proiettarsi risolutamente verso gli obiettivi della ricostruzione delle complicità e delle ricchezze mafiose e, per tale via, della reale dimensione del fenomeno mafioso.
Un’esperienza che ha costituito il nucleo fondamentale di ciò che sarebbe divenuto il modello italiano di contrasto della criminalità organizzata.
A quella esperienza si impone ancor oggi di volgere lo sguardo.
È stato detto che Il passato non è mai morto. Non è neanche passato.
Sono parole che riflettono la consapevolezza che il passato è sempre fra noi, impegnandoci a preservarne il ricordo e l’esempio.
Ma, soprattutto, quel passato vale ad orientare ancor oggi la riflessione intorno all’organizzazione del pubblico ministero.
Una riflessione tanto più necessaria dopo una lacerante campagna referendaria, l’esito confortante della quale non di meno lascia sul tappeto questioni serie e non più eludibili, che investono la stessa responsabilità sociale della magistratura e rivelano il bisogno di un cambiamento profondo dell’organizzazione giudiziaria.
Gli uffici requirenti abbisognano di nuovi e lungimiranti indirizzi, capaci di sottrarne l’organizzazione e l’azione quotidiana al rischio di involuzione burocratica e autoreferenziale.
Un pericolo visibile attraverso la lente offerta dalla continua e talvolta inspiegabile moltiplicazione degli adempimenti formali, mentre la realtà imporrebbe di sostenere e poter verificare la capacità del sistema requirente di misurarsi in modo innovativo ed uniforme con la reale complessità dei nodi problematici che sfidano la stessa credibilità della giurisdizione.
Vi è, infatti, una relazione profonda fra lo statuto di indipendenza del pubblico ministero e la sua responsabilità dinanzi alle domande di trasparenza ed efficienza che interrogano anche la funzione giurisdizionale.
Una relazione essenziale – quella fra efficacia dell’intervento giudiziario e modernità dei suoi assetti organizzativi – che esige una chiara visione dell’urgenza di unitario orientamento dell’azione requirente, attorno a rigorose coordinate assiologiche e metodologiche.
Alcune di quelle essenziali coordinate non casualmente sono inscritte nella legge istitutiva della DNA e delle Direzioni distrettuali antimafia, attorno agli indici normativi riferiti all’effettività delle funzioni di direzione e coordinamento delle indagini preliminari, alla completezza e tempestività delle investigazioni, al razionale utilizzo delle risorse, alla funzionalità dell’impiego della polizia giudiziaria, all’impiego efficiente delle banche dati.
Si tratta di temi ancor più delicati ed urgenti oggi, nel tempo di una transizione algoritmica che sfida la nostra capacità di razionale controllo delle incognite proprie dell’utilizzo a fini di giustizia delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale generativa.
Anche per questo, da tempo ormai, si avverte il bisogno che l’azione degli uffici requirenti sia adeguatamente sorretta, attraverso infrastrutture e dotazioni tecnologiche efficienti e più moderni modelli organizzativi.
Ne risulta un’ineludibile necessità di avanzamento della stessa visione degli interventi regolatori, innanzitutto del Csm, per poter corrispondere a diffuse domande di trasparenza ed autorevolezza dell’intervento giudiziario che sono proprie di ogni ordinamento democratico.
L’esempio del lavoro di Rocco Chinnici e del suo pool antimafia resta alla base di un modello di interpretazione delle funzioni di indirizzo e direzione delle indagini essenziale per evitare il rischio di grave impoverimento culturale del ruolo del pubblico ministero. Un modello tanto più imprescindibile oggi, dinanzi alle sfide poste da sistemi criminali sempre più caratterizzati, su scala europea e globale, da logiche di integrazione e ibridazione, ormai visibilmente connesse con quelle proprie dei conflitti armati e delle economie di guerra.
Al pericolo di tale arretramento corrisponde, del resto la diffusa tentazione di restituire la questione mafiosa alla tradizionale, esclusiva dimensione dell’ordine pubblico, ciò che da sempre ostacola la stessa percezione della reale gravità del fenomeno e comporta, di fatto, la sostanziale deresponsabilizzazione delle funzioni politiche, sospinte a ritrovare soltanto dinanzi alla dimensione violenta delle mafie le condizioni di un facile unanimismo.
Per tale via, sappiamo invece che si indeboliscono gli strumenti di conoscenza e controllo dei processi evolutivi più raffinati e insidiosi della criminalità organizzata, che oggi come ieri, riguardano le connessioni dei cicli di espansione affaristica dei circuiti mafiosi con il tessuto collusivo diffuso nella pubblica amministrazione e nei mercati d’impresa.
Concludo con un’ultima osservazione, che pure proietta verso l’attualità il valore dell’esperienza di Rocco Chinnici e dei magistrati che attorno a lui si riunirono per condividere quella stagione di illuminato impegno e di duro lavoro.
Meditare sul significato di quell’esperienza, infatti, è importante per cogliere appieno la profondità delle radici dei problemi e delle scelte che abbiamo dinanzi a noi, per immaginare un’organizzazione più moderna ed efficiente delle procure della Repubblica.
Si tratta di nodi problematici decisivi per assicurare la credibilità dell’intervento giudiziario e scongiurare il concreto pericolo di un ripiegamento del lavoro investigativo in una dimensione individuale, che, al di là dell’apparente esaltazione dell’autonomia del singolo magistrato, in fondo partecipa ai caratteri burocratici che segnavano gli assetti dell’organizzazione giudiziaria che il metodo di lavoro partecipato e colto introdotto da Rocco Chinnici si proponeva di superare.
Percepire con chiarezza e coerenza questi rischi aiuterebbe a rivelare l’urgenza di una riflessione collettiva su quanto invece nella realtà contribuisce a porre il pubblico ministero su un piano inclinato all’estremità inferiore del quale si ritrovano le insegne della marginalità del suo ruolo e del pratico svuotamento delle sue prerogative processuali.
E se così fosse, la lezione di Rocco Chinnici e del pool di Palermo sarebbe irrimediabilmente perduta e lo stesso esito della recente vicenda referendaria destinato ad essere silenziosamente svuotato di senso e significato.
Anche per questo è per tutti noi importante poter ascoltare oggi le voci di Giuseppe Di Lello Finuolli e di padre Nino Fasullo e poterlo fare alla Sua presenza, Signor Presidente.
Intervento introduttivo del Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo alla Cerimonia commemorativa del Consigliere istruttore del Tribunale di Palermo Rocco Chinnici tenutasi il 29 luglio 2026 presso la Sala Giovanni Falcone nella sede Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo a Roma.
