ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Boa sorte, Venezuela

Per le ragazze e i ragazzi di Moron, di San Felipe di La Guaira, di Caracas e del Sudamerica del Ludus cantato da Eduardo Galeano
18 luglio 2026
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Foto di Simon Waldherr. Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

Foto di Simon Waldherr. Fonte Wikimedia Commons / CC BY-SA 4.0

ABSTRACT

Nel caldo pomeriggio casalingo di un sereno giorno romano, l’attesa di una partita di calcio dei Mondiali appena iniziati, sembra lenire per un attimo l’angoscia dei venti di guerra che attanagliano il mondo.

La maglia verde‑oro agitata da un bambino sul balcone del palazzo di fronte accende, con affetto e rimpianto, il ricordo di Eduardo Galeano, che era uruguaiano e aveva vissuto in Argentina, ma aveva dedicato al Brasile, che conosceva altrettanto bene, una delle sue frasi più celebri.

La nostalgia del grande scrittore mi coglie di sorpresa mentre, alzandomi dalla scrivania, chiudo il fascicolo appena studiato e inizio a riordinare, nella memoria, l’episodio che vorrei raccontare.

Il Sudamerica di Galeano non era quello che aveva sognato.

Aveva rischiato la vita raccontandone lo sfruttamento ad opera dei paesi più ricchi ed opponendosi culturalmente a due regimi autoritari.

Dopo essere stato costretto a fuggire, era però tornato nella sua terra e non aveva mai rinunciato a sognare.

Il sogno ha un valore inestimabile perché dà la forza per opporsi alla realtà.

Galeano lo aveva spiegato nella sua splendida Utopia, che ci aspetta all’orizzonte e ci infonde la fiducia di camminare per cercare di raggiungerla.

Ma il sogno di Galeano era anche nella umanità della vita dei villaggi del nord del Brasile e del sud del Venezuela, dove per alimentare il sogno è sufficiente uno strumento musicale scordato.

O un pallone sgonfio...

 

Boa Vista mi apparve come una signora rilassata, distesa su una vasca da bagno.

Vi ero arrivato da Manaus, viaggiando lungo la BR 174, per circa 800 chilometri.

Dallo stato di Amazonas a quello di Roraima il clima era diventato più fastidioso. Il caldo era aumentato man mano che si procedeva verso l’equatore e l’impianto di aria condizionata del vecchio autobus della compagnia venezuelana si era rotto poco prima di Caracaraì, lasciando ai passeggeri la scelta tra la possibilità di morire per le punture degli insetti e la certezza di affogare nel sudore.

Anche la grande foresta si era fatta gradualmente meno possente e, da un certo momento in avanti, era come se si fosse ritratta e gli alberi erano divenuti sempre più radi, lasciando il campo all’erba della savana.

Di tanto in tanto, dal finestrino aperto posto in corrispondenza del mio sedile, mi era sembrato di scorgere, in lontananza, i famosi Sciabono degli Yanohama, e persino di sentire l’odore nauseabondo dei platanos arrostiti.

Ma era solo l’illusione indotta dalle molte notti passate a sognare la selvaggia Amazzonia. Gli indios erano molto più a nord, a ridosso del confine con il Venezuela, e si tenevano lontani dalla strada statale. Inoltre, come avrei appreso in seguito con non poca disillusione, non era facile avvicinarli, poiché, per visitare i loro villaggi, occorreva ottenere apposita autorizzazione dall’organizzazione governativa per la tutela dei diritti dei nativi.

L’acqua chiara del Rio Branco formava piccole onde tra le quali si divertivano i bagnanti nella luce del tramonto.

Sulle piccole spiagge, tra le canoe nervose e i pesanti barconi dormienti, ragazze e ragazzi ballavano le musiche trasmesse dagli stereo di piccoli locali.

Boa Vista era in un altro emisfero ma era pur sempre una capitale brasiliana, anche se l’unica posta sopra la linea dell’equatore.

La voglia di divertirsi dei giovani Roraimenses mi colpì, insieme alla brezza fluviale, sul tavolo di un bar nei pressi di Praça das Artes.

«Mi Chiamo Heloisa! E tu? Sei straniero? Sei un turista? Vieni a ballare con noi!».

La caipirinha che stavo sorseggiando finì versata sulla cartina geografica della vicina frontiera, dove il Monte Roraima riunisce in un’unica cima i confini tra Brasile, Venezuela e Guyana, innalzando oltre le basse nubi subequatoriali, il mistero dei Tepuis della Gran Sabana.

Durante il samba collettivo, conobbi anche Daniel, Lourenço e Felipe.

Daniel ballava con una bottiglia di birra in mano e ogni tanto ne beveva da sorsi abbondanti, mostrandosi particolarmente assetato.

Aveva lunghi capelli tra il rosso e il biondo e una pelle chiarissima; i suoi amici lo chiamavano: O alemao.

Tra una birra e l’altra, mentre la sbronza cresceva e la danza si faceva malferma, ripeteva continuamente di amare il calcio e le ragazze: per dar conto della passione per il calcio prelevava ritmicamente dal banco del bar agrumi destinati ai cocktail e li adoperava per palleggiare goffamente; per dimostrare la passione per le ragazze tentava di baciare tutte quelle che gli venivano a tiro, talora suscitando sorrisini ilari, talaltra rimediando rumorosi ceffoni.

Lourenço era magro e serio.

In alcuni momenti ballava per compiacere i suoi amici, ma si vedeva che non amava le serate danzanti e trascorreva la maggior parte del tempo seduto al tavolo, a sorseggiare la sua coca‑cola.

Spesso, dopo aver dato un’occhiata all’orologio, si avvicinava agli altri e li esortava vanamente a ritirarsi, dicendo che si era fatto tardi e che l’indomani avrebbero dovuto alzarsi presto per partire.

Restava quindi un attimo sulla pista ad attendere – non la risposta, che sapeva già essere negativa ma – lo spintone di uno dei compagni, che arrivava puntuale e che lo induceva a tornare a sedersi.

Felipe, alto e nero come una foresta scura in una notte senza luna, era il leader del gruppo.

Ballava incessantemente sotto lo sguardo compiaciuto – e forse innamorato – di Heloisa ma restando perfettamente lucido e senza bere alcunché.

Redarguiva Daniel quando pasticciava con le arance e quando infastidiva le ragazze.

Rincuorava Lourenço, rassicurandolo che presto sarebbero andati a dormire.

Di tanto in tanto sussurrava qualcosa nell’orecchio di Heloisa, la quale si mostrava ammirata o rideva di gusto.

Credo fosse stato lui a notarmi mentre, solitario, me ne stavo seduto con il bicchiere in mano e con gli occhi sulla mappa della regione.

Heloisa mi aveva invitato a ballare solo perché glielo aveva detto lui, e da lui era tornata, lasciandomi da solo tra i danzatori di samba.

«Sei diretto a nord?», mi chiese Felipe avvicinandosi.

«Credo di sì».

«Anche noi andiamo a nord, partiamo domattina, abbiamo una missione da compiere in Venezuela».

«Venezuela?»

«Sì, Santa Elena de Uairén; all’ultimo momento uno non è potuto venire; siamo pochi, abbiamo bisogno di aiuto, tu sei italiano, se vuoi puoi aiutarci; vuoi venire con noi? Domattina, all’alba, partiamo da Praça da Pirâmide, vicino all’aeroporto. Io ho un furgone “Ford”, piuttosto vecchio; Lourenço ha una “Siena” gialla, nuovissima. A domani!».

Così mi lasciò l’autorevole (e autoritario) Felipe; e con lui lo strano gruppo dei suoi amici, per ultimo Lourenço, che ricambiai con un gesto della mano.

«Lourenço ha una “Siena” – pensai – cioè, quella che in Italia si chiama Fiat Palio: speriamo che sia la versione station wagon».

Mentre rimuginavo sulle misteriose parole di Felipe, mi si presentò, in tutta la sua attualità, il problema di come (e dove) passare la notte.

Il centro di Boa Vista, tutt’intorno a Praça das Artes, offriva diversi hotel, dignitosi e a buon prezzo.

Buono in generale, ma non per le mie tasche: la mia scorta di Real era quasi terminata.

Fu probabilmente questa circostanza che mi indusse ad accettare il passaggio per il Venezuela.

Uscendo dal locale, presi l’elegante Avenida del centro cittadino, lasciandomi alle spalle Praça do Centro Civico. Superai a piedi la stazione degli Onibus, guardando, sulla destra, il Palazzo dell’Assemblea legislativa dello Stato di Roraima.

Sulla sinistra, si rincorrevano le confortevoli insegne di numerosi hotel; cercai di trascurarle, tra il desiderio di prendere una camera per riposare e la certezza di non potermela permettere.

La città non era buia, sebbene poco illuminata; il cielo, densamente azzurro, degradava all’orizzonte in un bagliore arancione, rischiarato da numerose fontane. L’aria pulita e fresca della notte incoraggiava la passeggiata.

Intravidi così di lontano, senza che me lo aspettassi, uno dei monumenti del centro, il Portal do Milĕnio, un gigantesco arco rettangolare, una struttura asimmetrica che sembrava racchiudere, come in una sontuosa cornice, lunghissime palme e cascate d’acqua celeste.

Pensai che Boa Vista do Rio Branco fosse una città bellissima.

«Ma cosa ci vanno a fare in Venezuela? Hanno una missione da compiere, dice lui. Ma che missione può essere? Sono solo dei ragazzi. No, non credo che andrò con loro. Questa faccenda non mi piace per niente. L’unica “missione” che può unire quello strampalato gruppo di ragazzotti è lo spaccio internazionale degli stupefacenti. Probabilmente vanno a Santa Elena de Uairén per approvvigionarsi di droga da smerciare in Brasile».

Improvvisamente mi ritrovai in un bagliore turchese: le molte zampillanti fontane della città che prima avevo intravisto diradate, talora in vicinanza talaltra di lontano, lungo il cammino, si erano adunate nel mezzo dell’Avenida Garces, disponendosi su una serie di piscine a diversi livelli, per dar luogo ad un luminoso ghiri‑gori di spruzzi.

Ero arrivato a Praça das Aguas.

«Andiamo!, pensai, sono quattro ragazzi, andranno solo per divertirsi. Se davvero fossero stati intenzionati a comprare droga, non avrebbe avuto senso propormi di andare con loro dopo avermi appena conosciuto. D’altra parte, non credo di avere molte scelte: loro partono all’alba e io non so dove andare a dormire; mi conviene godermi la città camminando nel fresco notturno. Dormirò in macchina domani».

Investii dunque parte cospicua dei miei ultimi spiccioli in un grosso gelato all’Açaí e, lasciandomi alle spalle anche Palco Vela Coutinho, mi incamminai verso l’aeroporto, continuando lungo l’infinita Avenida Ene Garces, che era stato il primo governatore del Roraima e aveva dato il nome alla strada più bella e più importante della sua capitale.

Era notte fonda quando vidi sulla mia destra il bellissimo edificio del Tribunal de Justiça do Estado de Roraima e mancava pochissimo all’alba quando arrivai al Parque Anauà, con l’ Horto Municipal e il Museu Integrado de Roraima.

L’aeroporto si trovava subito dopo il grande parco e nei pressi doveva trovarsi anche Praça da Pirâmide, il luogo dell’appuntamento.

«Allora, ragazzi, ditemi cosa andiamo a fare in Venezuela!».

Ai margini della piazza deserta si erano fermate, oltre al furgone di Felipe e alla “Siena” di Lourenço, due vecchie berline Mercedes, guidate da persone che non avevo mai visto.

Complessivamente, c’erano una decina di ragazzi, tra cui i tre che avevo conosciuto, ed un’unica ragazza: Heloisa. Tutti erano vestiti con tute sportive.

Salendo sul furgone di Felipe, insieme ad Heloisa, Daniel e altri, ripetei la domanda: «dunque, cosa faremo a Santa Elena de Uairén?».

«In realtà, ci fermiamo in un piccolo paese prima di Santa Elena, sempre in territorio venezuelano», disse Felipe, con compiaciuta aria di mistero.

«Ma perché ci andiamo?».

Daniel incominciò a ridere in maniera sguaiata e sgradevole.

«Stà zitto, scemo di un alemao! Hai portato i guanti per lui?», lo redarguì Felipe.

«Li ho portati. Speriamo che gli stiano bene!».

Usciti dalla città, Heloisa accese uno spinello.

«Ci siamo», pensai.

«Senti, Felipe», dissi, cercando di dare il tono più fermo possibile alla mia voce, «ho capito cosa andate a fare. Io ci ho ripensato, non voglio venire, fammi scendere».

«Ma che dici? Ormai sei dei nostri, meu amigo. Ieri ti ho visto con quell’arancia al bar, ci servi, non possiamo fare a meno di te, dopo che alcuni compagni ci hanno abbandonato. E poi, a questo punto chi glielo dice a Ferreira? Mettiti comodo, riposa, mi sembra che non abbia dormito, è importante arrivare freschi all’appuntamento».

«Ferreira? Chi era Ferreira? Uno del cartello venezuelano!», pensai.

«E che c’entra l’arancia?», mi ricordai di aver giocato con una delle arance che Daniel aveva scalciato nel bar di Praça das Artes, la sera prima.

«Dormi, italiano!», ribadì Daniel, cercando di compiacere Felipe, «quelli che ci aspettano dopo il confine sono tremendi, non ti perdonerebbero se arrivassi mezzo addormentato».

Questa ultime parole ebbero su di me l’effetto di una mazzata.

Smisi di parlare ma maturai un proposito che, con l’andare dei chilometri, mentre i miei ospiti ridevano, urlavano, cantavano e fumavano, si fece via via più fermo: non appena ne avessi avuto l’occasione, alla prima sosta, mi sarei dileguato, piantandoli in asso; in mancanza di soste, mi sarei buttato dalla macchina in corsa, quando questa avesse rallentato, in prossimità di una curva o di un incrocio.

Passammo il confine, senza che io avessi chiuso occhio.

«Dunque – esordì all’improvviso Felipetu vuoi sapere cosa siamo venuti a fare in questo paesino sperduto tra Brasile e Venezuela?».

Aprii gli occhi socchiusi mentre me ne stavo con la testa appoggiata sul finestrino: oltre il vetro, appannato dal mio respiro, vidi una manciata di poverissime case, gente scalza e una folla di bambini malvestiti, tuttavia festanti come se dovesse accadere qualcosa di bello.

«Devi dunque sapere, continuò Heloisa, che gli abitanti di questo paese posseggono un bellissimo campo di calcio, con un’erba rigogliosa che cresce regolare come sul terreno di Wimbledon, dove si gioca a tennis. Non ne sono gelosi, la gelosia delle cose non è contemplata in Sud America, specie tra i più poveri. Consentono a chiunque di venire a giocare, così noi Roraimenses ci siamo messi d’accordo con quelli di Santa Elena e, ogni settimana, giochiamo una partita di calcio su questo splendido campo».

«E io … che c’entro?».

«Tu palleggi bene con le arance», riprese Felipe, «in più sei italiano, voi italiani avete avuto Zoff, che ci ha impedito di vincere un mondiale con una sua parata miracolosa; il nostro portiere ci ha piantato in asso; insomma, devi sostituirlo!».

«Dunque, si trattava di giocare a pallone!», pensai, non so se più sconcertato o più sollevato.

«In realtà abbiamo anche Roberto Baggio, non avete pensato che potrei giocare in attacco?», li interrogai, passando dall’intimorito allo spavaldo.

«Zoff ci ha fatto perdere il mondiale con una parata; Baggio ce lo ha fatto vincere sbagliando un rigore. Meglio che tu stia in porta!», sentenziò Daniel, gettandomi dei vecchissimi guanti.

«Ne riparleremo, Daniel!», dissi tra me, «tu non sai che per me Roberto Baggio è uno dei più grandi pensatori del 900!».

Intanto eravamo arrivati al campo. Era veramente bellissimo: un terreno liscio come un biliardo dove trionfava un manto d’erba verde lucente.

Mi venne in mente una cosa che aveva scritto Eduardo Galeano. Ed ora non riesco a trascriverla senza provare una commozione ineffabile.

“Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”.

Ero nel Sud America (meglio nel “Sudamerica”) di Galeano: quello che non contempla la gelosia delle cose. Ero nell’universo di umanità più autentico: quello della solidarietà del ludus, l’unica in grado di mutare l’indigenza e le privazioni in felicità, l’unica in grado di trasformare le barriere tra gli uomini e i rosari dolorosi dei poveri destini, nella fratellanza degli abbracci.

Ed ero lì per partecipare al ludus. Ero lì per giocare a pallone, con la maglia verde‑oro idealmente cucita sulle spalle: la maglia del Brasile!

Ferreira – avevo finalmente capito che si trattava dell’allenatore‑capitano dell’altra squadra – aveva annunciato un’oretta di ritardo.

Ora che ero sollevato mi era venuto sonno: ricordai che avevo trascorso la notte in bianco e mi stesi su una delle amache che si trovavano ai bordi del terreno di gioco.

Mentre aspettavamo di scendere in campo, nel dormiveglia sentivo Heloisa parlare con ragazze venezuelane.

Buena suerte, Brasil!”, le auguravano sorridendo.

Boa Sorte, Venezuela!”, rispondeva sorridendo.

 

Mentre questo scritterello era in attesa di pubblicazione, il Venezuela è stato colpito da uno dei più devastanti terremoti della sua già dolorosa storia.

Il lieto ricordo dei festanti, giovanili abbracci di quel giorno di Ludus affratellante su un povero campo di calcio nei pressi di Santa Elena de Uairén vorrebbe ora detergere di lacrime solidali le sofferenze delle ragazze e dei ragazzi di Caraballeda, di Moròn, di San Felipe, della splendida regione di La Guaira, dal lago di Maracaibo alla foce del Rio Orinoco, e poi a sud, risalendo il grande fiume, sino al Salto Angel e alle cascate del Canaima.

Boa Sorte, Venezuela!

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