ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Il silenzio come metodo e difesa nei confronti degli altri

La lezione di Ugo Giramondi nel romanzo di Oscar Farinetti La regola del silenzio
20 giugno 2026
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ABSTRACT

1. Ho letto il romanzo, il primo, di Oscar Farinetti per coordinare la sua presentazione, organizzata a Lucca il 20 marzo 2026 dalla Fondazione Giuseppe Pera (della quale faccio parte), alla presenza dell’Autore, in dialogo con Fabia Romagnoli (imprenditrice di lungo corso, impegnata nell’associazionismo di Confindustria, già Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato e ora Presidente del Museo del Tessuto di Prato) e Pietro Ichino (autorevole giuslavorista, conosciuto anche per la sua attività politica e per le sue iniziative nel campo del riformismo).

Probabilmente questo libro non lo avrei letto se non avessi avuto questa occasione; che è stata quanto mai opportuna anche per conoscere da vicino, in stile davvero colloquiale, Oscar Farinetti, un moderno visionario, superattivo, grande oratore, che talvolta ho seguito (non sempre condiviso) nel corso degli anni per le sue molteplici iniziative imprenditoriali (non tutte fortunate – come del resto capita a molti di noi, per le comuni esperienze di vita – anche per la sua spiccata impronta etica e politicamente orientata), e per i suoi interventi, pubblici e sui media, sui temi più vari, anche politici.

Ma è stato fatale anche scoprire in mio nipote, Antonio Zurlo, un lettore di lunga data di Oscar Farinetti, e di questo libro, tanto da scriverci sopra una breve ma intensa recensione: “La storia di Ugo Giramondi: un uomo doppiamente prigioniero” (che si può leggere nella Rubrica “eRRe”, in Diritto del Risparmio, 14 dicembre 2025).

Un affabulatore, un seduttore, Oscar Farinetti, della parola che, per l’inesorabile legge del contrappasso, affida i suoi insegnamenti al protagonista del libro, Ugo Giramondi, che ha perso la parola e fa del silenzio una regola di vita.

Oscar Farinetti è un grande lettore, ma anche uno scrittore prolifico che ha saputo coniugare vari generi, anche di carattere autobiografico e di amarcord familiare: Mangia con il pane. Storia di mio padre, il comandante Paolo, Mondadori, 2015; Never Quiet. La mia storia (autorizzata malvolentieri), Rizzoli, 2021.

Viene da lontano, la storia di Oscar Farinetti. Suo padre, di umili origini contadine, il carismatico “comandante” Paolo, a capo della XXI Brigata Matteotti “Fratelli Ambrogio”, durante la Resistenza ha combattuto (con gesta spericolate ed eclatanti, si racconta) i nazifascisti sulle colline delle Langhe, le colline della “malora” raccontate e rese celebri da Beppe Fenoglio (è sufficiente questo per capire perché a queste terre è così legato l’Autore). Egli scelse, insieme ai suoi compagni, di combattere, per la giustizia e la libertà per costruire una Italia democratica, sulle colline di Alba e della bassa Langa, terreno molto più famigliare rispetto alla montagna, potendo contare sulla collaborazione fattiva della sua gente, sapientemente coinvolta, con precisa strategia, nella guerra partigiana.

Una lezione di coraggio e di onestà, ma anche di grande umanità, per tutti. Una lezione, nobile e vigorosa, resa vivace e attuale dal figlio.

Poi c’è l’attivismo dell’uomo e dell’imprenditore, talvolta esasperato, lo spirito di iniziativa e lo sguardo, lungimirante, rivolto al futuro (a questo tema sono dedicati alcuni dei suoi libri, ma possiamo dire che questo tema è anche la trama in filigrana di molti dei suoi libri). «Bad decision is better than no decision». Una decisione sbagliata è meglio di nessuna decisione. Da qui l’esigenza, insopprimibile, di utilizzare volontà e risorse sempre verso nuove imprese, assumendosi il rischio del risultato, ma con sano ottimismo, senza perdere i contatti con la realtà e la cinica verità delle cose vissute e degli accadimenti di ogni giorno.

Fare impresa, prima affiancando il padre, poi da solo, superando ostacoli e burocrazia, e soprattutto costruendo progetti ambiziosi e scegliendo buoni collaboratori e compagni di viaggio. Sempre con la irriverente scimmietta sulle spalle a indicare la strada e portare fortuna (è questa la trama di Never Quiet). Con qualche lezione utile a fare di un imprenditore un “buon mercante” (può essere utile, qui, ricordare Anna Sartorio, Il mercante di utopie. La storia di Oscar Farinetti, l’inventore di Eataly, Sperling & Kupfer, 2008). Ma anche a giovarsi di un sano ottimismo.

È davvero un inguaribile ottimista, Oscar Farinetti. Basta leggere, a questo proposito, È nata prima la gallina… forse. 52 storie sull’ottimismo e il suo contrario, sulla gente, il cibo, la vita e l’amore, Slow Food Editore, 2022, e il suo Dialogo tra un cinico e un sognatore, con Piergiorgio Odifreddi, Rizzoli, 2019.

E ancora, prendendo a prestito le parole di Antonio Zurlo (nella recensione alla raccolta di racconti sopra citata, “Un Decamerone dei nostri giorni”, nella Rubrica “eRRe”, in Diritto del Risparmio, 22 ottobre 2024), così si può riassumere l’ottimismo dell’Autore: «Nell’interminabile battaglia tra ottimismo e pessimismo, a uscire vincitore è quel “forse”, inserito nel titolo dopo il ragionato intermezzo dei tre puntini di sospensione: nella vita è necessario credere, ma anche attendere e saperlo fare, per il tempo giusto (ça va sans dire). Perché, delle volte, ottimisti si nasce, altre lo si diventa, dopo la giusta intuizione, la migliore scoperta, la più prolifica fortuna; forse, essere ottimisti è solo questione di punti di vista o, probabilmente, un modo poetico per essere più accondiscendenti verso le illusioni. Forse, ancora, è solo un lusso, come tanti altri, che in pochi possono permettersi».

Ho parlato non a caso di Oscar Farinetti, sino ad ora, perché la storia di Ugo Giramondi, il protagonista del libro, deve molto anche alla vita vissuta dall’Autore, come lui stesso scrive nella sua nota finale, alla sua famiglia, al suo lavoro, ai suoi compagni di scuola del liceo classico “Giuseppe Govone” di Alba (proprio che fu frequentato da Beppe Fenoglio), alla sua formazione, al suo amore per i libri e la lettura, al suo amore per la conoscenza. È vero che ogni libro ha qualcosa di autobiografico del suo autore, ma in questo libro c’è molto di più di qualcosa.

Il romanzo di esordio di Oscar Farinetti è un thriller vecchia maniera, ma è più di un thriller, è un concentrato di cose, di fatti, di personaggi, alcuni anche improbabili nella realtà; una narrazione continua, realizzata con tanti episodi e storie che si intrecciano, l’una con l’altra.

2. La prima parte del libro è dedicata alla famiglia e agli amici.

La vita del piccolo Ugo Giramondi si svolge, nella gran parte della giornata, nel grande negozio di ferramenta di suo nonno Giandomenico, che non a caso si chiama “Chiodo”.

Per il nonno il “chiodo” è tutto; e lo enfatizza così tanto che rivolgendosi al nipote dice: «Il chiodo è il padre di tutto ciò che l’uomo adopera per migliorarsi la vita. Senza il chiodo non esisterebbero le case, le chiese, i mobili, la tua scuola. L’invenzione del chiodo ha fatto fare all’uomo un salto di qualità infinito. Devi andarne fiero, che ti chiamino Chiodo».

Nel retrobottega Ugo gioca e studia, e mangia; è un bambino diligente e affezionato, innamorato del nonno, dei suoi racconti, del suo lavoro. Da lui cerca di imparare il mestiere, anche quello più importante, il mestiere di vivere.

Ugo, come tutti i bambini, fa le sue scelte tra il cuore e la testa.

Una vita vissuta nell’odore del ferro, quella di Ugo e di suo nonno, che con lo stesso odore del ferro si consuma, dopo il malore improvviso che colpisce quest’ultimo. Un orologio rotto, che però due volte al giorno segna il tempo, preciso, e l’ossessione per il presente, il vero tempo reale della nostra vita, come diceva Sant’Agostino, l’unico tempo che ti consente di vivere tra il passato della memoria e il futuro della speranza.

Ugo, traumatizzato dalla improvvisa morte del nonno, perde la parola e rimane ammutolito, in silenzio; e tuttavia riesce a trasformare il suo impedimento alla parola, il silenzio ( necessario per giudicare, come scriveva Immanuel Kant; e per giudicare occorre del tempo) in una regola della vita: della sua vita e della vita degli altri. La disabilità, pertanto, si trasforma in una risorsa preziosa. Il silenzio coniugato alla solitudine e alla riflessione pensosa, fatta di tanti personaggi e di tanti ricordi, ma anche di tante idee e progetti: « Sono fatto così, penso molto e parlo poco, per non dire niente. Il fatto è che – da quel terribile pomeriggio alla ferramenta – a parlare non riesco più».

Ugo è diventato un vero beota.

Ma l’Autore molto abilmente ci restituisce il significato nobile di questa parola, alla quale rende giustizia, spiegandone, con dovizia di particolari, l’esatta etimologia e la storia risalente ai tempi della Grecia classica, di Tebe, capitale della Beozia, e Atene, poco lontane, l’una dall’altra, ma così tanto diverse: qui ho appreso fatti, episodi e personaggi che non conoscevo davvero; come abitante della Beozia, non come persona ottusa, decisamente tonta, come siamo soliti definirla); sempre con il sorriso stampato in faccia e lo sguardo involontario nel vuoto, che, dopo la morte improvvisa del nonno, alla quale ha assistito, incredulo, non riesce ad esprimere con le parole i suoi sentimenti e i suoi pensieri, anche se intensi (nel capitolo 17, Epaminonda, Ugo è descritto come un beota contemporaneo alla ricerca dei veri beoti in Beozia).

Il romanzo inizia con il racconto del suo amico d’infanzia, un amico vero, Giorgio Reitano, ossessionato dalla dieta, tanto da parlarne in continuazione, che di mestiere fa l’avvocato (penalista, ma si occupa, anche, di diritto civile e commerciale, particolarmente ossessionato dagli imprenditori vessati dal fisco), con una certa dose di successo, mentre Ugo, non abilitato alla professione, lo aiutava nelle ricerche giurisprudenziali, frequentando, poco per la verità, il suo Studio.

C’è una complessa vicenda fiscale (spiegata con dovizia di particolari, anche dei personaggi coinvolti, nel capitolo 10, Brambilla ed Esposito: Pasquale Esposito, detto Ghiaccio, e Rocco Brambilla), studiata a fondo da Ugo, che sarà, però, oggetto di rinuncia al mandato difensivo ricevuto.

Il lettore dovrà tenere a mente questo episodio, centrale per capire la trama e il finale del libro.

Ugo era nato ricco, aveva il necessario per vivere resogli disponibile dal padre, Pierferdinando, che lo riteneva incapace di continuare nell’attività imprenditoriale di famiglia. Non aveva bisogno di lavorare, ma era molto bravo nelle ricerche giurisprudenziali, che portarono all’assoluzione di un loro comune amico, giornalista televisivo, denunciato per diffamazione aggravata da una nota multinazionale automobilistica.

C’è una ossessione, però, come quella che Milan Kundera racconta nel suo capolavoro L’insostenibile leggerezza dell’essere, che la vita è uno schema che non si può né correggere né migliorare.

Nel capitolo 5, Papà, Ugo descrive, con parole significative, la diversa idea imprenditoriale del nonno e di suo padre: per il primo era essenziale il rapporto con il cliente, fatto anche di consigli, di relazione, per fargli trovare nel negozio tutto quello di cui avesse bisogno (da qui l’esigenza di accumulare e rendere sempre più ricco il magazzino);per il secondo, invece, che aveva realizzato la Casa fai da te, era necessario realizzare grandi volumi, con molt punti vendita, e maggiore profitto, alla ricerca di sempre nuovi clienti, a costo di vendere prodotti futili.

E qui emergono le due visioni, inconciliabili, del lavoro, nell’ambito della stessa famiglia: il nonno, partigiano, pensa al lavoro come comunità, come servizio per gli utenti, gli uomini e le donne che hanno bisogno; il figlio cerca di sviluppare il profitto, con il marketing, le catene di negozi, crea i bisogni per poi appagarli.

I Buddenbrook di Thomas Mann – che Ugo regala al padre a Natale del 2000 – segnano la decadenza della famiglia Giramondi; è quello il messaggio implicito di quel regalo, chiaramente percepito dal padre, ben consapevole delle scelte, dolorose, che è chiamato ad assumere, senza più rimandarle (Capitolo 6, Thomas Buddenbrook). L’imprenditore decide di vendere l’azienda a una multinazionale francese, così da vivere, lui e la sua famiglia, di rendita.

Thomas Mann è uno degli autori essenziali per comprendere la trama di questo romanzo, per comprendere la decadenza della famiglia, nello svolgimento delle attività produttive e aziendali.

L’intenso rapporto, tutto particolare, con la madre, Giovanna Vannucci (Capitolo 7, Mamma) è descritto dal suo amore soave. «Non riuscirei a trovare un termine più completo, perché unisce tenerezza, dolcezza, piacevolezza, leggerezza, serenità». Era la sua fata. Che non esitò a difenderlo con una sberla a mano aperta, vibrata con forza sulla guancia della professoressa di matematica che aveva chiamato handicappato suo figlio, colpevole di aver passato all’amico Giorgio una difficile funzione trigonometrica oggetto di un compito in classe.

Il rapporto con Augusta (Capitolo 8, Augusta) è molto intenso e Ugo lo descrive anche nei minimi particolari. È stata una ragazza, compagna di scuola, che lo ha aiutato, ma lo ha anche capito e amato, nonostante la sua infedeltà, tollerata, anche con Giorgio, il suo migliore amico, come abbiamo detto (Capitolo 9, Giorgio). Nel capitolo 14, Guido e Claudia, il dialogo del film di Federico Fellini tra Claudia (Claudia Cardinale), figura luminosa e rassicurante che incarna l’ideale femminile di Guido (Marcello Mastroianni), viene doppiato da Ugo e Augusta, a dimostrazione del loro intenso rapporto amoroso.

In questa trama di rapporti affettivi e amicali, ci sono altre persone importanti per Ugo, oltre a Ermanno, Giovanni e Vito, di cui diremo dopo:

Luca (al quale è dedicato il capitolo 11), l’amico che conosceva tutte le stelle; cè il racconto di una notte di San Lorenzo movimentata, con la scoperta della relazione amorosa tra Augusta e Giorgio;

Arianna (alla quale è dedicato il capitolo 12), un’altra amica, una donna ingorda, di cibo e di vita, che parlava sempre di sé. È lei che riesce a inculcare il dubbio sull’amore sincero di Augusta, che invece ama divertirsi, che non merita di vederlo innamorato. E poi lo porta a tradirla, per due volte sole, però.

Francesco Bianchini, astronomo (al quale è dedicato il capitolo 16), sempre alla ricerca del tempo.

3. La seconda parte del libro è dedicata al processo penale che vede Ugo protagonista e vittima predestinata, essendo imputato dell’omicidio efferato del suo migliore amico, Giorgio, e della sua fidanzata, Augusta (qui il riferimento letterario necessario è Il Processo di Franz Kafka, uno dei libri necessari di questo romanzo).

Con dovizia di particolari viene descritto il processo con riferimento ai due protagonisti, indiscussi, tanto diversi tra di loro, il Pubblico Ministero e l’Avvocato difensore, che l’Autore pone sullo stesso piano, sin dal termine utilizzato per rappresentare plasticamente il loro ruolo in udienza, definito, indistintamente arringa ( per questa e altre parti prettamente tecnico‑giuridiche, merita segnalare al lettore il ringraziamento dell’Autore a Giovanna Ichino, Magistrato milanese di grande esperienza e professionalità, che ci ha lasciato troppo presto).

Il capitolo 18, L’arringa del pm, è dedicato a Guido Mariani, che così viene descritto: «un uomo viscido, sussiegoso, cattivo: in una parola, era un bastardo». A lui interessava vincere e interessava la carriera. La tecnica dell’ovvio, come chiave del meccanismo della propaganda ( e qui l’Autore cita, con troppa enfasi, Joseph Goebbels).

L’imputato scambiato per colpevole. Nessun ragionevole dubbio del pm sulla colpevolezza di Ugo per il duplice omicidio, volontario e premeditato, di Giorgio e Augusta, sorpresi insieme nell’appartamento del primo a Milano, trovato con la pistola in pugno dai carabinieri intervenuti sul posto.

Nello scontro con il pm, Ugo difende la sua diversità, offendendolo, tanto da determinare l’intervento del Presidente della Corte (relegato ad un ruolo minore, quasi irrilevante). Ugo prova vergogna e dolore per quanto accaduto e difende la sua versione dei fatti: se non avesse ricevuto la telefonata anonima che lo avvisava del tradimento e dell’incontro clandestino, non avrebbe fatto niente, avrebbe fatto finta di niente. E spiega che si era recato nell’appartamento di Giorgio per metterli di fronte all’evidenza dei fatti, nella speranza che il legame che lo univa a Augusta e Giorgio potesse ricomporsi. Non ricordava davvero di aver portato con sé la pistola; non ricordava nemmeno di possederne una (era di suo padre, in effetti).

Il capitolo 19, L’arringa difensiva, è dedicato al suo difensore, l’avvocato Alfio Rinaldi, «il più bravo penalista che c’è a Milano», al quele Ugo aveva affidato un compito tanto delicato, quanto complesso, per dimostrare la sua completa estraneità al delitto.

L’Avvocato Rinaldi, utilizzando una sorprendente tecnica difensiva, gioca tutto sulle possibili verità del delitto non indagate e sulla necessità della colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio che fa il paio con la necessità della certezza processuale della responsabilità dell’imputato. E critica come del tutto immaginaria la ricostruzione del pm.

La giustizia si basa sui fatti non sulle ipotesi. E addita il pm come un abile sofista che cerca di creare la verità, e come tale farla credere, con l’arte sottile della sua parola.

Il Difensore prospetta, abilmente, tante ipotesi alternative, tutte possibili e credibili, che porterebbero a scagionare l’imputato. I fatti che porta sono la totale mancanza di testimoni oculari, l’assenza di una confessione e l’assoluta plausibilità del vuoto di memoria dell’imputato.

La pistola mai usata prima da nessuno; Ugo palesemente inesperto, tanto che non aveva mai sparato; la telefonata anonima, senza che ne restasse traccia, ricevuta da Ugo perché si recasse sul luogo del delitto; le diverse versioni rese dai testimoni che avevano sentito gli spari; la presenza delle impronte di Ugo sull’arma, ma anche di quelle di Giorgio (per via della colluttazione: ma chi aveva impugnato l’arma per primo?).

I carabinieri arrivati sul posto avevano trovato l’imputato a terra, accasciato e semi tramortito con la pistola tra le mani o vicino alla sua mano destra? È un interrogativo importante posto dal Difensore, posto che anche la mano di Giorgio era vicina alla pistola.

Faceva freddo la sera del delitto, nonostante fosse la metà di aprile, tanto è vero che Ugo indossava un giaccone, primo indumento trovato a porata di mano a casa, quello della settimana prima utilizzato per andare in montagna con Augusta.

L’Avvocato Rinaldi termina la sua arringa dichiarando di avere appreso nei giorni trascorsi insieme all’imputato una regola importante, la regola del silenzio: «se permettiamo al silenzio di avvolgerci, allora ogni cosa assume le giuste proporzioni e la verità, semplicemente, risplende». E chiede alla Corte di rimanere per un minuto in silenzio.

Sullo sfondo di questa partita impari giocata dal pm e dalla Difesa si intravede la sentenza di condanna, già prefigurata come tale, senza lasciare spazio alcuno alle prove a scapito dell’imputato. E si ipotizza l’errore giudiziario che poi effettivamente sarà provato, a dimostrazione che la verità accertata nel processo non è quella dei fatti, per come si sono verificati. Un errore giudiziario, gravissimo, causato dalla vanità e sicumera del Pubblico Ministero e dalla superficialità del magistrato giudicante, che con troppa indulgenza si limita a prendere atto dell’ipotesi accusatoria, senza lasciare spazio ai dubbi, fondati, espressi dalla Difesa.

Questa descrizione, asciutta e scarna, del processo potrebbe far pensare, nei combattuti tempi referendari che abbiamo vissuto nei primi mesi di quest’anno, a una posizione dell’Autore, molto critica della giustizia.

Ma così non è.

Ho appreso che Oscar Farinetti ha sostenuto attivamente la campagna per il “No”, partecipando alla manifestazione conclusiva che si è tenuta al Teatro Erba di Torino il 18 marzo 2026, alla presenza di Enrico Grosso e di Cesare Parodi e di molti altri magistrati, avvocati, studiosi ed esponenti della società civile.

È stata, per me, una piacevole sorpresa, e nell’incontro lucchese ne abbiamo anche fugacemente parlato.

Le ragioni, di merito, ma anche politiche, sono state ben spiegate nell’intervista che Oscar Farinetti ha rilasciato il 13 marzo 2026 a Ludovica Lopetti per il Corriere della Sera (“La riforma Nordio? Io voto No. Fidiamoci di più dei magistrati”), con un messaggio preciso rivolto ai cittadini chiamati al voto: quello di avere maggiore fiducia nella giustizia, nei magistrati e nelle istituzioni, guardando a problemi veri della giustizia da riformare, fuori dal ciarpame mediatico e dai condizionamenti della politica del momento.

4. Il terzo atto del libro è dedicato alla vita di Ugo che si svolge nel carcere milanese di San Vittore e poi in quello di Bollate, essendo stato condannato a ventuno anni di carcere, considerata la sua incensuratezza. Ugo non vuole fare appello, vuole scontare la pena e il suo dolore, essendo venute a mancare le due persone più care che aveva e con le quali aveva condiviso tanti momenti felici.

Non ha grandi esigenze, non le può avere, peraltro; vuole solo una cella singola, che però non può avere. E tuttavia tesse l’elogio di Vito, suo inseparabile compagno di cella, ergastolano, che aveva tentato il suicidio e poi, ripreso il gusto della vita, aveva iniziato a leggere ( cosa che non aveva mai fatto prima), con il primo libro a portata d mano, Il piccolo principe (Antoine de Saint‑Exupèry è uno dei tre autori essenziali per comprendere, nella trama di questo romanzo, i temi della rinascita e del riscatto),sino a diventare il responsabile delle biblioteche del carcere. Fu lui a incoraggiare Ugo a riprendere a leggere, con Delitto e castigo e Memorie di Adriano.

È così che Ugo comincia a rimuginare sul fatto che niente di quello che era successo sarebbe successo se avesse deciso, e fosse stato in grado di farlo, di essere un “Chiodo”, portando avanti l’azienda di famiglia ( a questi temi è dedicato il capitolo 20, Il deserto del Sahara).

Ugo inizia così a lavorare come lettore, recensore e presentatore di libri, con incontri e dibattiti, e porta alla lettura molti detenuti, con apprezzamenti sinceri e tanti riconoscimenti del Direttore del carcere, caratterizzato da grande umanità e intelligenza.

È un carcere tanto improbabile, quanto irreale quello descritto dall’Autore, che va apprezzato per aver posto il problema, uno dei problemi più importanti per chi è privato della libertà.

Esplode la pandemia del Covid e Ugo legge dal Corriere della Sera della grave crisi che attraversa Casa fai da te, che il padre aveva venduto, e decide, insieme a Ermanno, suo coetaneo – al quale è dedicato il capitolo 15, Ermanno ( rimasto sempre fedele a Ugo sin dai tempi dell’azienda di famiglia, che poi aveva lasciato, proprio per dedicarsi a Ugo e alla sua mamma) di rilevarla.

Ermanno prende contatti con il responsabile francese in Italia della società multinazionale chiamato a risanarla, esamina i bilanci e il mercato e prospetta le soluzioni possibili: vendita a costo zero della società o solo degli asset, quest’ultima preferibile.

L’idea di Ugo è creare una newco, Nuova Casa Fai da te, o qualcosa del genere, al 50% sua, per il 35% di Ermanno e per il 15% di Giovanni, l’ex direttore commerciale, passato ai francesi e poi dimessosi. Al patrimonio, a tutto il patrimonio, avrebbe pensato solo Ugo, che ricorda il padre il piacere che lui provava nel ritirare le banconote nuove dalla banca, non ancora toccate da nessuno, senza il lezzo della miseria, che non aveva mai conosciuto (ma vengono studiate anche alcune soluzioni intermedie, come ad esempio la vendita della società e il trattenimento delle posizioni debitorie; senza dimenticare le diverse problematiche legate alla sua interdizione legale in quanto condannato e al necessario intervento del giudice tutelare per poter perfezionare il contratto).

Ugo elabora un piano completo per realizzare la newco (è questa la prima mossa): un CdA snello; dieci milioni di capitale sociale; una donazione per costituirlo; utilizzazione dei bond; un accordo tra Ugo e Ermanno per rientrare in possesso del 50% della società a condanna scontata.

E programma (come seconda mossa) una colossale svendita e dopo l’acquisizione di identità italiana dei prodotti commercializzati. Tutto descritto nei minimi particolari, anche la comunicazione, gli spot, il sottofondo musicale.

Terza mossa: la fiducia da trasmettere nei compratori, realizzare un clima di fiducia reciproca.

E in ogni punto vendita una piccola libreria.

Spetta a lui controllare, nel carcere, tutte le vicende della nuova impresa commerciale

Lo smemorato assassino che si trasforma in un temerario imprenditore nell’ombra del carcere.

Qui si intravede, non è difficile intuirlo, l’intelligenza e la visione lunga dell’imprenditore, di quello che è stato ed è tante volte diventato Oscar Farinetti, ma anche il suo amore per i libri e la lettura.

Ugo scrive ed elabora progetti e iniziative possibili per tre giorni, dal 10 aprile al 13 aprile 2020. E qui si ferma. È il secondo anniversario della morte di Augusta e Giorgio. E Ugo decide di interrompere la sua storia. Il tempo si è fermato, l’orologio, che si è fatto portare in carcere, è sempre fermo alle otto meno un quarto, come quello che aveva a casa.

Davanti ad una sua foto con Augusta e Giorgio, chiede loro perdono, per molte ore parla con loro e cerca di ricomporre un dolore, sempre attuale.

Anche il perdono, il bisogno umano, essenziale, di perdonare, è un punto importante del libro.

L’ Epilogo è tutto da leggere e desterà non poche sorprese all’ignaro lettore.

Ugo riscopre una triste verità, una verità che comunque lo scagiona, e riscopre i suoi amici in una luce diversa.

Ugo ripiomba nel silenzio e sceglie di tenersi il dolore e la condanna. Affezionato ormai alla sua nobile (si fa per dire) condizione carceraria, non è dato capire se Ugo pensa di rinunciare definitivamente alla libertà o a riprendersi con orgoglio la sua libertà violata ingiustamente.

E, intanto, pensa agli spot di Natale della rinata Casa fai da Te.

Prendo ancora a prestito le parole di Antonio Zurlo, nella recensione che ho citato all’inizio, per sintetizzare – meglio di come posso fare io – la condizione di Ugo: «Il silenzio, anche indotto da questo suo sopravvenuto mutismo, funge da cassa di risonanza del tempo e dei sensi di colpa, che, arcigni, lo attanagliano nella sua doppia prigionia: il non aver potuto fare nulla, da bambino, per salvare il nonno, vittima dell’ennesimo arresto cardiaco della famiglia; l’aver distrutto le aspettative del padre, sul futuro della loro ferramenta di famiglia, da implementare e rendere grande, e, per converso, venduta a una multinazionale d’oltralpe.
Nel tempo dilatato della prigione, ecco, quindi, che c’è spazio per il racconto del passato e dei protagonisti che lo hanno animato: a ciascuno è dedicato un fotogramma, un momento, un ricordo, per valorizzare ruolo e unicità».

5. L’insegnamento necessario che si trae da questo libro, il messaggio che l’Autore vuole trasmetterci, è che la parola è il solo, vero, strumento che abbiamo per comprendere il male, ricucire le ferite, difendere la pace e la libertà.

E tuttavia, il silenzio è la parte più importante della nostra vita. Le cose più importanti si fanno in silenzio. Poi c’è la necessità di saper gestire il silenzio e di interloquire con le persone che ci stanno intorno, in maniera adeguata e positiva.

Il silenzio come estetica e etica della vita. Come registro di una morale piena e incontrovertibile. Il silenzio come misura dell’amore, dell’amicizia, degli affetti più profondi: ingredienti di vita essenziali, non solo per i giovani

E a questo proposito si può anche citare, per capire il pensiero di Oscar Farinetti, il suo Breve storia dei sentimenti umani, La Nave di Teseo, 2019: «La storia dei sentimenti umani ci può aiutare a capire che l’economia, la politica e le altre forme di organizzazione umana che paiono vivere di leggi, algoritmi e regole, in realtà sono figlie dei nostri sentimenti. Ve ne sono stati di meravigliosi nel corso della storia. Studiamoli, copiamoli e vivremo più felici».

Nell’esperienza del “silenzio amplificato”, per forza di cose, del carcere Ugo Giramondi sperimenta fino in fondo quanto il lavoro, la meditazione, la lettura siano strumenti di cambiamento e di rinnovata fiducia nel genere umano. La fiducia, del resto, è un tema ricorrente del libro.

Proprio in occasione della presentazione lucchese di cui ho detto all’inizio, per la speciale coincidenza del tempo quaresimale, ho letto lo speciale Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima: Ascoltare e digiunare: «Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace».

Un messaggio, quello del Papa, davvero potente in questi tempi di guerra e conflitti di vario genere.

Da ultimo, merita segnalare un particolare, di non poca importanza, che si trova alla fine di questo romanzo, ma anche degli altri libri di Oscar Farinetti: una bibliografia essenziale, fatta di titoli e di autori. Nella sua nota finale l’Autore tiene a precisare che nel momento in cui ha cominciato a scrivere ha sentito il bisogno di chiamare a raccolta i nomi e le parole dei tanti scrittori letti e amati, per rendere loro omaggio. E questo libro è tutto intessuto di richiami e citazioni tratte sia dalla grande narrativa, antica e moderna, sia dalla letteratura filosofica.

Del resto a cosa serve un libro? A pensare e a riflettere, in silenzio, e a leggere altri libri.

È questa la lezione di Oscar Farinetti, in arte Ugo Giramondi.

Oscar Farinetti, La regola del silenzio, Milano, Bompiani, 2025

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