ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

La legge di Zeus: accogliere lo straniero

The Odyssey di Christopher Nolan (2026)
25 luglio 2026
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ABSTRACT

La guerra è vinta, al prezzo di enormi atrocità, grazie alla spregiudicata astuzia di Odysseus (Matt Demon) e alla determinazione spietata di Agamennone. Il re di Micene, nel film The Odyssey per la regia di C. Nolan, uscito nelle sale italiane il 16 luglio 2026, ha sempre il volto nascosto dalla pesante armatura, ed è la personificazione di un potere spaventoso e temuto dagli achei quanto dai troiani, che troverà la morte per mano della consorte appena tornato sul trono.

Odysseus salpa con le sue navi nere verso Itaca, che nel film si veste della selvaggia bellezza dell’isola di Favignana, ma segue una rotta diversa dagli altri achei per allontanarsi il più possibile da Agamennone.

L’enormità disumana di quanto compiuto a Troia lo perseguita, non meno dell’ostilità del cronide Poseidone, e non lo abbandonerà mai nella sua odissea. Nolan riprende qui il cuore pulsante del suo film del 2023, Oppenheimer, dove il fisico nucleare, novello Prometeo che ha dato il fuoco atomico agli uomini, non supererà mai la deflagrazione etica di aver creato la bomba, orrore capace di distruggere il mondo.

Odysseus è schiacciato dal senso di colpa e non è più il brillante comandante di eserciti. È uno straniero, che si dibatte tra un insuccesso e l’altro, affidandosi per sopravvivere alla legge di Zeus, il sacro vincolo che impone di accogliere e proteggere chi è umiliato dagli dèi ed è sbattuto dal mare sulla terra, privo di tutto, carico di una sofferenza indicibile.

Nell’arco di quasi tre ore il film non porta sullo schermo quasi nulla della mistica del guerriero omerico, e neppure dell’Ulisse dantesco affamato di conoscenza, né dello stream of consciousness caro all’omonimo eroe di James Joyce, ma vi è molto dell’Ulisse sofferente che ci restituisce il mito di Er nel suggellare il decimo libro della Repubblica di Platone.

Al guerriero Er è eccezionalmente concesso dagli dèi di ritornare alla vita, sulla pira funebre, per narrare agli uomini ciò che ha visto nell’aldilà.

Narra loro di aver visto nell’Ade Ulisse, ultimo di una moltitudine di morti a scegliere la sua vita futura. Er ha il compito di svelare agli uomini che possono davvero plasmare il loro destino: «la virtù (ἀρετὴ) non ha padrone e chi la onora o la offende ne avrà di più o di meno. La responsabilità è di chi sceglie. Il dio, non ha colpa»[1].

Ulisse, racconta il mito, dopo le terribili prove vissute sulla sua pelle e la fatica sofferta, non sceglie di reincarnarsi in un tiranno, un re o un nobile, ma, «schivando le ambizioni, pel ricordo delle anteriori fatiche, va cercando a lungo la vita di un uomo privato e tranquillo, e a stento la trova buttata là abbandonata dagli altri e dice al vederla che avrebbe fatto la medesima scelta anche se per sorte fosse stata la prima»[2]. La sofferenza umanizza, insegna, rende saggi.

È la fatica e la tenacia l’essenza dell’Odysseus di Nolan, uomo derelitto, consumato dai suoi errori cui nessuno – né dèi, né mortali – fa sconti, accecato dalla superbia e dall’orgoglio, come quando provoca in modo superfluo Polifemo attirandosi così l’odio di Poseidone. È generoso, pronto a sfidare la profezia di Tiresia per cercare di riportare a casa i suoi uomini vivi, ma poi non conclude nulla di buono. Pur con le miglior intenzioni, li vede risucchiati a uno a uno dal loro essere, dopo dieci anni di guerra, divenuti bestiali (Circe non fa che dare le sembianze di porci quali sono), deboli (massacrati dai Lestrigoni), lussuriosi (attirati dalle Sirene), ingordi e senza senso del limite (divorano le vacche sacre a Hélios).

Onorerà con sacrifici il loro ricordo, rispettando la fragile umanità di ciascuno di loro, ma senza dimenticare, nemmeno tra le braccia di Calipso (Charlize Theron) e nella dipendenza dal loto il proprio destino ineluttabile: ritornare a Itaca e salvarla prima che arrivino i popoli del mare a distruggerla.

In patria lo aspetta Penelope, donna forte e, a differenza della divina Calipso, bella nelle sue rughe mortali (Anne Hathaway), che regge il regno con intelligenza e determinazione nell’attesa che il re torni, onorando la parola data. Pochi sono rimasti al suo fianco, a parte il guardiano di porci Eumeo, la nutrice e il cane Argo che, pur vecchissimi, sono gli unici a riconoscere il padrone sotto spoglie di mendicante straniero.

C’è poi il modernissimo deuteragonista del film, il figlio.

Telemaco è impersonato da un notevole Tom Holland che mette in scena ogni figlio alla ricerca del padre e della sua eredità. Un padre che non conosce, perché troppo a lungo assente dalla comunità (οἶκος), mentalmente e fisicamente, vuoi per senso del dovere, vuoi per mille altre ragioni e giustificazioni. Il figlio è stato cresciuto dalla madre, resa profondamente cauta dalla necessità.

Egli è a un passo dall’età adulta, e non potrà semplicemente raccogliere il ruolo che è stato del genitore, non sarà il suo clone come dimostra il fatto che non ha la forza per tendere l’arco che tra le mani regali scoccherà le frecce della vendetta contro i Proci.

Non riesce a farsi rispettare nel cerchio della società e il suo ostacolo al trono non è perciò solo la presenza di grotteschi pretendenti al trono, ormai installati nel palazzo del re di Itaca, lontano da molti anni. Come parassiti, costoro non servono chi li ha accolti, ma ne consumano i frutti divorandoli e, pur a loro volta originariamente estranei, non rispettano nemmeno la legge di Zeus nei confronti di chi chiede ospitalità a palazzo.

Sull’isola, in assenza di autorità, è crollato il rispetto delle regole più elementari e i Proci vogliono persino assassinare il figlio del padrone, come i vignaioli omicidi della Parabola, non hanno rispetto neppure per il sangue.

Il punto è che l’eredità non è un travaso, né una clonazione, non basta il sangue.

Telemaco è un orfano che deve riconquistare tutto, in ogni momento non sa cosa fare per essere degno erede, ha bisogno di affermare il suo posto al mondo. Vuole scoprire le sue radici, non esserne privato. Non desidera essere figlio di nessuno, vuole conoscere davvero il padre.

Per farlo, è costretto a sua volta a farsi straniero. Contro il consiglio della madre, rompe il legame di appartenenza con l’οἶκος e sceglie l’erranza, anche se sa che i Proci cercheranno di assassinarlo nel corso del viaggio. È un rischio che deve correre e abbandona la comunità, ormai senza legge, per recarsi a Sparta dove spera di avere notizie di quel padre che manca da troppo tempo e che solo può riportare a Itaca la norma fondamentale (νóμος).

Telemaco in quel momento riconquista l’eredità, perché non è più un clone del padre che attende passivamente, bensì mette in gioco tutto, sapendo che potrebbe perfino perdere la vita, ma vale la pena in cambio della speranza di un futuro migliore per la sua terra: ora ha una missione.

Telemaco cerca il padre e, facendosi straniero, trova il suo posto al mondo e il senso della vita. Come gli consiglia Menelao, il re di Sparta vecchio compagno di lotta di Ulisse, ritorna a Itaca senza alcuna prova che il padre è vivo, ma con una consapevolezza nuova. È il giovane che crede nella norma divina e, proprio perché la rispetta accogliendo lo straniero mendicante, ad un tempo schiva gli agguati dei Proci a Pilo e incontra il padre, sia pure senza saperlo.

Sarà la prova dell’arco e il massacro dei Proci a rivelare a tutti l’identità del mendicante, ma la vendetta non sarà il trionfo del re. Niente restituirà a Odysseus il tempo perso nel rapporto col figlio, né cancellerà la fatica e la sofferenza che ha scavato solchi profondi sul suo volto e resi bianchi i capelli e la barba.

L’eroe di Nolan non concentra su di sé la celebrazione del potere: al contrario, dopo aver ristabilito la legge nel regno, sa farsi da parte e lascia Itaca con Penelope (chi si sarebbe lasciato sfuggire Anne Hathaway?) perché il figlio possa costruire liberamente la sua narrazione.

Ed è questo che rende il film convincente e moderno, il suo concentrarsi sul senso del ritorno alle origini, attraverso la ricostruzione del rapporto tra un padre assente e il figlio che deve riconquistarne l’eredità, sul valore della sofferenza che dà senso alla vita e sul significato della regola sacra: accogliere lo straniero. Non puoi mai saperlo: potrebbe essere stato tuo padre, potrebbe diventarlo tuo figlio o potresti esserlo tu.

[1] Platone, Repubblica, X libro, 617e, traduzione di M. Vegetti, Bompiani, Milano 2009.

[2] Platone, Repubblica, X libro, cap. XV, traduzione di C.O. Zuretti, Laterza, Bari 1915.