Alexey Korzukhin, La domenica, 1884. Fonte: Wikimedia Commons.
Con questo articolo la Redazione saluta le lettrici e i lettori. Ci ritroveremo la prima settimana di settembre. Buone vacanze!
La tradizione biblica insegna che il tempo è superiore allo spazio. Il tempo si celebra, non si possiede; lo spazio, invece, si conquista. Il tempo è un dono, mentre lo spazio è qualcosa che si acquisisce. La cultura moderna ha progressivamente capovolto questa prospettiva, svalutando il significato del tempo. Tutto scorre a velocità vertiginosa, nulla viene assaporato con la necessaria calma, mentre l’attenzione si concentra sulla conquista e sul possesso di spazi sempre più ampi, in ogni ambito dell’esistenza. Questa rappresenta una forma di violenza nei confronti della nostra natura. Nel mondo contemporaneo vi è una diffusa fame di tempo: di quel tempo che ci è stato progressivamente sottratto.
È necessario riscoprire che esistono tre modi di vivere il tempo: il tempo del lavoro, il tempo libero e il tempo festivo. La cultura contemporanea, invece, tende a ridurre il tempo a due sole dimensioni: quella produttiva e quella improduttiva. Non esiste più un tempo riconosciuto come buono in sé, indipendentemente dalla sua utilità economica o dalla sua produttività. Tempo libero e tempo festivo finiscono così per sovrapporsi, perché si è smarrito il significato più profondo della festa. Eppure, senza la saggezza di preservare un tempo propriamente festivo, distinto e riconoscibile rispetto ai tempi del lavoro e del riposo, si impoverisce l’esperienza umana e si compromette la stessa dignità della persona. Oggi gli uomini sembrano lasciarsi trascinare dal tempo, senza più possedere, e forse senza nemmeno desiderare, questa terza e fondamentale dimensione dell’esistenza. La festa rivela il significato del tempo della nostra vita. Richiama l’attenzione sul suo scorrere, ci unisce alle generazioni che ci hanno preceduto e, nello stesso tempo, ci lega a quelle che verranno. Essa ricongiunge il tempo al suo significato originario e mette in relazione dimensioni che la quotidianità tende a separare: mistica e storia, interiorità ed esteriorità, attività e passività, contemplazione e azione, libertà e autorità. La festa è, dunque, una mediazione. È un’interruzione necessaria del tempo ordinario che ci permette di raccogliere, comprendere e vivere pienamente ciò che ci è dato nel tempo della vita.
L’essere umano non si dà la vita da solo: può dare inizio a molte cose, ma è stato prima lui stesso “iniziato”, cioè chiamato all’esistenza. Nessuno diventa pienamente sé stesso da solo; ciascuno ha bisogno di essere accolto, amato e guidato da altri. Se vogliamo vivere il tempo senza esserne schiacciati, dobbiamo imparare a considerarlo non come qualcosa da dominare o da subire, ma come un dono ricevuto. Questo atteggiamento è difficile da coltivare sia nel tempo del lavoro sia nel tempo libero. Il tempo festivo rappresenta invece uno spazio di apertura e di discontinuità, una salutare trasgressione dell’ordine ordinario delle cose. È il luogo di una “mistica dell’esteriorità“, nella quale l’incontro con gli altri, con la comunità e con i simboli della festa diventa la via attraverso cui l’uomo riscopre sé stesso e il senso del proprio esistere. È un tempo sospeso nel quale può emergere la verità dell’esistenza, al di là della produzione, dell’efficienza e dell’apparenza. È il tempo che restituisce significato alla storia, ricordandoci che non siamo né l’origine né il termine della nostra esistenza: veniamo al mondo nudi e nudi lo lasciamo. Ma è anche il tempo nel quale possiamo fare memoria del rapporto d’amore da cui tutto ha avuto origine. La festa ci impedisce di dimenticare, di diventare ingrati e di ripiegarci egoisticamente su noi stessi.
C’è, pertanto, una profonda differenza tra tempo festivo e tempo libero. La società contemporanea è riuscita a garantire, almeno a gran parte della popolazione occidentale, una quantità di tempo libero impensabile nelle società rurali del passato. Questa conquista, tuttavia, ha prodotto anche un fenomeno paradossale: una sorta di sindrome del tempo libero. Ci troviamo spesso immersi in un tempo vuoto e anonimo, privo di significato e di uno scopo, nel quale prevale il bisogno di evadere. È l’esperienza di molte domeniche pomeriggio in cui non c’è una partita di clacio da seguire, i negozi sono chiusi e sembra non esserci nulla da fare. Il tempo libero rischia così di trasformarsi in un tempo da riempire, anziché in un tempo da vivere. Riducendo il tempo della festa a semplice tempo libero, la cultura contemporanea ne ha progressivamente svuotato il significato. Anche molte celebrazioni religiose ne sono state coinvolte: ciò che dovrebbe essere la celebrazione comunitaria di un ideale condiviso si trasforma facilmente in un’occasione di consumo, di distrazione o di evasione. Si mangia, si beve, si balla, ma si dimentica il motivo per cui si sta insieme. Così la festa cessa di essere veramente tale. Più di ogni altro momento della vita collettiva, la festa possiede una straordinaria capacità di rafforzare i processi di socializzazione. Celebrare significa rievocare insieme il significato di un avvenimento o di un ideale e rinnovare l’impegno a renderlo vivo nel presente. La festa contribuisce così a costruire un orizzonte comune e una memoria condivisa, entro i quali una comunità riconosce la propria identità. Partecipare a una festa significa riconoscersi attorno a un riferimento comune, sia esso l’amicizia, l’amore, la fede o un ideale condiviso. Si pensi, ad esempio, a un matrimonio: amici e parenti degli sposi, spesso sconosciuti tra loro, si ritrovano uniti dall’amore per la medesima coppia. La festa rende così visibile una comunione che non nasce dalla conoscenza reciproca, ma dalla condivisione di un significato comune. Significa anche riscoprire le ragioni profonde della partecipazione comune alla storia e rinnovare la scelta dell’unità. Attraverso questi processi, sempre dinamici e mai definitivamente compiuti, una comunità consolida la propria identità, rafforza le proprie istituzioni e rinnova il proprio patrimonio di valori. Ogni gruppo umano, infatti, per continuare a vivere e a crescere, deve elaborare progetti, affrontare sfide nuove e rinnovare continuamente i propri impegni. Per farlo ha bisogno di riferirsi a valori riconosciuti come irrinunciabili, a ideali che trascendono gli interessi individuali e a ragioni ultime capaci di orientare l’agire comune. Questi valori prendono forma attraverso strutture unificanti e si traducono in concreti legami di solidarietà. Quando tali orizzonti condivisi vengono meno, una comunità si avvia progressivamente verso processi di frammentazione, di conflitto e, nei casi estremi, di autodistruzione. Le feste rappresentano, quindi, il momento celebrativo di quegli orizzonti comuni che fondano una comunità. Esse richiamano alla memoria i testimoni della storia che ne hanno costruito l’identità ed esprimono la fedeltà necessaria perché il cammino intrapreso possa proseguire nel tempo. In questo senso, la festa non è soltanto memoria del passato, ma anche responsabilità verso il futuro.
Per un’esperienza religiosa, i rituali festivi costituiscono un elemento essenziale. Ogni religione si sviluppa infatti attorno a un universo simbolico condiviso, attraverso il quale una comunità interpreta la propria esperienza del divino e dell’esistenza. I simboli richiamano l’attenzione su valori assoluti e rendono visibile ciò che trascende l’esperienza immediata. L’efficacia storica di una tradizione religiosa non dipende soltanto dalle sue dottrine, ma anche dalla capacità dei suoi simboli e dei suoi riti di rendere esistenzialmente accessibili quei valori che essa propone. Per essere autenticamente efficaci, i rituali devono aiutare la persona a comprendere la propria condizione di creatura e a viverla con serenità e gratitudine. Le feste religiose esprimono così la precarietà dell’esistenza umana, conferiscono un significato all’esperienza della morte, alimentano la tensione verso la trascendenza e ne indicano il fondamento ultimo. Tutto questo si realizza quando la festa conserva la propria natura originaria di gioiosa celebrazione della fede in Dio, riconosciuto come fondamento dell’esistenza umana.
Ma anche in una prospettiva laica, le grandi feste popolari, le sagre tradizionali o le ricorrenze proprie di particolari comunità, hanno svolto in passato un ruolo fondamentale e ancora lo fanno dove queste sopravvivono. Esse aiutano le persone a vivere un’esistenza più autentica, facendo percepire il profondo legame con la comunità di appartenenza. Costituiscono occasioni privilegiate perché invitano ciascuno a uscire dal proprio abituale schema di vita, aprendolo all’incontro con gli altri e, nel caso delle feste religiose, anche all’esperienza del sacro e del divino.
In questo senso, la festa rappresenta una delle ricchezze più preziose dell’umanità. Essa ci permette di intuire qualcosa del mistero ultimo che avvolge la nostra esistenza, dal quale proveniamo e verso il quale siamo incamminati. La festa santifica il tempo perché interrompe il tempo ordinario e inaugura un tempo nuovo: un tempo di rinnovamento e di rinascita. È kairós (il tempo opportuno, il tempo della pienezza) e non chrónos (il tempo che semplicemente scorre). È il tempo che ci viene donato affinché possiamo contemplare il significato della nostra esistenza attraverso gesti concreti, personali e comunitari. La festa genera appartenenza, libera il tempo dalla sola logica della produzione e restituisce all’uomo la gioia di un’esistenza riconciliata con sé stessa, con gli altri e, per chi ha fede, con Dio. Restituisce significato al nostro tempo e, con esso, alla nostra vita.
È in questa esperienza, condivisa e aperta alla contemplazione, che può autenticamente fiorire la pace.
Bibliografia
A. Grillo, Tempo Graziato. La liturgia come festa. Padova, Ed. Messaggero di Sant’Antonio, 2018
AA. VV., Riscoperta della festa, Roma, Ed. Borla, 1990.
