ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

La magistratura al tempo di Giacomo Matteotti di Giuliano Scarselli

23 marzo 2024
La magistratura al tempo di Giacomo Matteotti di Giuliano Scarselli

«Il dovere è votare, tutti devono andare a votare, tutti gli uomini liberi devono votare per la libertà, contro la dittatura. Andate a votare e persuadete tutti a votare. I risultati daranno solo la misura della violenza e non quella della volontà popolare, ma il risultato deve anche dimostrare che in Italia esistono ancora degli uomini liberi rivendicanti il loro diritto di cittadinanza. Ad ogni costo».

    (Giacomo Matteotti, L’Appello della direzione del partitoLa Giustizia, 5 aprile 1924, 83)

Questo contributo è parte del percorso intrapreso da questa Rivista per ricordare Giacomo Matteotti a cento anni dal suo assassinio, avvenuto il 10 giugno 1924. Il IV convegno di Giustizia Insieme, "La magistratura e l'indipendenza", Roma 12 aprile 2024 è dedicato alla memoria di Giacomo Matteotti. Per gli altri contributi già pubblicati si veda Giacomo Matteotti: il suo e il nostro tempo di Licia Fierro, Discorso alla Camera del Deputati del 30 maggio 1924 di Giacomo Matteotti, "Il delitto Matteotti" e quel giudice che voleva essere indipendente (nel 1924) di Andrea Apollonio, Una risalente (ma non vecchia) vicenda processuale: il pestaggio fascista in danno dell’on. Giovanni Amendola del 26 dicembre 1923 di Costantino De Robbio.

Sommario: 1. Il doveroso omaggio a Giacomo Matteotti a cento anni dal suo assassinio. La situazione della magistratura italiana negli anni ’20 e il ricordo di alcuni magistrati del tempo - 2. Mauro del Giudice e l’istruttoria del primo processo per l’omicidio di Giacomo Matteotti - 3. Lodovico Mortara e l’imperversare dei decreti legge - 4. Vincenzo Chieppa, l’associazionismo giudiziario e il giornale “La Giustizia Italiana” - 5. Altre vicende giudiziarie di quel periodo: il processo a Benito Mussolini per costituzione di banda armata, i magistrati artefici del processo di Chieti, il coinvolgimento della magistratura ordinaria nel Tribunale Speciale per la difesa dello Stato - 6. Il volume: A S.E. Mussolini, I Pretori d’Italia - 7. Qualche riflessione di sintesi.

1. Il doveroso omaggio a Giacomo Matteotti a cento anni dal suo assassinio. La situazione della magistratura italiana negli anni ’20 e il ricordo di alcuni magistrati del tempo

Desidero anch’io rendere omaggio a Giacomo Matteotti a cento anni dal suo infame assassinio, avvenuto il 10 giugno 1924.

1.1. Mi piace ricordare, in questo contesto, e prima di ogni altra cosa, che Giacomo Matteotti si laureava in giurisprudenza nel 1907 nell’Università di Bologna, con una tesi in diritto penale dal titolo Principi generali della recidiva, e dopo aver ottenuto il primo incarico politico nello stesso anno della laurea quale consigliere comunale di Fratta (RV), e dopo aver scritto il primo libro in materia giuridica nel 1910, fu per un certo periodo combattuto tra l’intraprendere la carriera giuridica oppure quella politica[1]

Optò, alla fine, per quella politica, partecipando nell’aprile del 1914 al XIV Congresso del partito socialista, nel quale divenne poi deputato nel 1919, nel 1921, e infine nel 1924, con il nuovo partito socialista unitario (PSU).

1.2. I fatti storici sono noti.

Benito Mussolini diventava capo del Governo tre giorni dopo la marcia su Roma, ovvero il 31 ottobre 1922.

Il 6 aprile 1924 si svolgevano le elezioni politiche, in forza della recente legge elettorale detta Acerbo, 18 novembre 1923 n. 2444, che consentiva al partito di maggioranza di godere di un premio fino ai 2/3 del Parlamento.

Il partito fascista otteneva una vittoria travolgente ma le votazioni si svolgevano tra violenze e brogli, e Giacomo Matteotti denunciava, senza mezzi termini, con fermezza e completezza di dati, quanto i fascisti avevano fatto per ottenere quel risultato.

Il suo discorso si tenne alla Camera dei Deputati il 30 maggio 2024, e fu un discorso difficilissimo da portare avanti: Giacomo Matteotti veniva continuamente interrotto dai fascisti, aggredito, offeso, trattato come fosse un pazzo o un deficiente[2].

Questo discorso costò la vita a Giacomo Matteotti, che infatti veniva ucciso da una squadra di malfattori guidata da Amerigo Dumini il 10 giugno 1924.

Giacomo Matteotti aveva solo 39 anni e lasciava moglie e tre figli.

Su ciò Emilio Lussu ha scritto: “Contro le violenze elettorali prese la parola nell’Assemblea il deputato Giacomo Matteotti, rappresentante del partito socialista, e sostenne l’invalidità delle elezioni. I deputati fascisti reagirono violentemente. Per un momento sembrò che nell’aula il dibattito finisse tragicamente. L’onorevole Matteotti terminò il suo discorso tra gli urli minacciosi della maggioranza. Riprendendo il suo posto, egli disse scherzosamente ai suoi amici: “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me”. I giornali fascisti, commentando la seduta della Camera, chiamarono imperdonabile la tolleranza dimostrata dai deputati fascisti verso l’on. Matteotti. La stessa sera Mussolini disse a un crocchio di partigiani, specialisti in rappresaglie: - Se voi non foste dei vigliacchi, nessuno avrebbe mai osato pronunziare un discorso simile-[3].

1.3. L’assassinio di Giacomo Matteotti ebbe forte e viva indignazione nel paese.

Quattro ministri (Alberto De Stefani, Luigi Federzoni, Aldo Oviglio, Giovanni Gentile) si dimisero solo tre giorni dopo, tra il 13 e il 14 giugno 2024.

Ampi settori della borghesia e dei ceti medi, che pure avevano sostenuto il fascismo, rimasero pietrificati dall’apprendere la notizia, e il 18 giugno Giovanni Giolitti scriveva una lettera a Antonio Cefaly, asserendo che: “Non avrei mai creduto che il nostro paese potesse cadere così in basso nella stima di tutto il mondo[4]

Il 27 giugno 2024, 130 deputati dell’opposizione decisero di non partecipare più ai lavori della Camera, ritirandosi “Sull’Aventino delle loro coscienze”.

Le opposizioni, però, non riuscirono ad andare oltre la condanna morale: parimenti non intervenne il Re, né niente fece il Papa; gli stessi liberali temevano che una rivolta contro il governo fascista potesse aprire le porte alle sinistre.

Mussolini, quindi, non fece altro che prendere tempo, fino ad arrivare al giorno del 3 gennaio 1925, quando tenne alla Camera il discorso di chiusura della vicenda Matteotti. 

Con assoluta arroganza e strafottenza Mussolini disse: “Dichiaro qui al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di quanto accaduto…….Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere….Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza”.

Da quella data, e con quel discorso, iniziava la dittatura.

Possiamo qui ricordare altresì le parole di Gaetano Salvemini: “Quanto lui fu ucciso, io mi sentii in parte colpevole della sua morte. Lui aveva fatto tutto il Suo dovere e per questo era stato ucciso. Io non avevo fatto il mio dovere e per questo mi avevano lasciato stare. Se tutti avessimo fatto il nostro dovere, l’Italia non sarebbe stata calpestata, disonorata da una banda di assassini.[5]

1.4. L’antifascismo di Giacomo Matteotti, e poi il suo assassinio di 100 anni fa, e poi ancora i due processi che ne seguirono, uno negli anni 1924/26, l’altro dopo la guerra nel 1944/47, sono stati oggetto di ampi studi fra gli storici[6], e certo non sarei io in grado di aggiungere niente a quanto non sia già stato studiato e scritto.

Qualche anno fa (2020) è stato altresì ritrovato un libro bianco, scritto da Giacomo Matteotti nel periodo compreso tra la fine del 1922 e l’inizio del 1923, con il quale egli, con precisione di date, di luoghi e di nomi, denunciava senza mezzi termini, e con parole chiare e semplici, tutti i misfatti fascisti, le violenze perpetuate, i feriti e i morti causati[7].

Il volume veniva dato da Giacomo Matteotti alle stampe alla fine del 1923 e circolava quasi clandestinamente a partire dal 1924 e “costituì parte di un impegno verso la difesa delle libertà democratiche che contraddistingue la vita di Matteotti e trova compimento nelle coraggiose denunce dei risultati elettorali del 1924[8]

Quando fu assassinato, Giacomo Matteotti stava lavorando ad una ristampa corretta e aggiornata di quel volume, il quale però, evidentemente, non trovò mai la luce.

Recentemente sono stati poi ripubblicati scritti vari di Giacomo Matteotti, sempre compresi tra il 1922 e il 1924[9].

È assai interessante leggere quei documenti, che testimoniano quanto Giacomo Matteotti sia stata persona lucida, coraggiosa, assolutamente determinata a contrastare il regime che stava imponendosi con la forza: “Amante della libertà come valore e come principio di umanità. Matteotti incarna lo spirito e la testimonianza estrema della lotta per quella libertà che è tua se è anche degli altri, di quella libertà intesa come condizione umana di dignità e di rispetto[10].  

Ebbene, chi voglia approfondire la storia e la personalità di Giacomo Matteotti non può che leggere i suoi scritti ritrovati, nonché i lavori che gli storici gli hanno dedicato, anche solo in questo 2024 a 100 anni da quel tragico fatto[11].

Mia intenzione, qui, non è quella di entrare in questi aspetti, bensì quella di raccontare, direi da giurista e non da storico, la situazione della magistratura italiana in quei difficili anni, caratterizzati dal trapasso tra la democrazia liberale di inizio secolo alla nuova dittatura fascista.

E poiché anche sui rapporti tra magistratura e fascismo sono state fatte pregevoli ricerche storiche[12], la mia più modesta idea è semplicemente quella di raccontare la vita di qualche valoroso magistrato di quel periodo, e poi egualmente richiamare alcune vicende riguardanti la magistratura comprese tra il 1919 e il 1926.

A ciò sono dedicate le pagine che seguono, ed è questo il mio modesto contributo per rendere memoria e onore a Giacomo Matteotti.

2. Mauro del Giudice e l’istruttoria del primo processo per l’omicidio di Giacomo Matteotti

Il primo magistrato da non dimenticare è, a mio sommesso parere, Mauro Del Giudice.

Nato a Rodi Garganico (FG) 20 maggio 1857, fece gli studi liceali a Molfetta e poi si laureò in giurisprudenza all’Università di Napoli. 

Nell’aprile del 1888 sostenne il concorso a Pretore ed arrivò primo classificato; pretore, dunque, a Cerchiara di Calabria nel 1889, giudice del Tribunale di Trani nel 1901, Presidente del Tribunale di Caltanissetta nel 1910, infine Consigliere della Corte di Appello di Roma.

Il 10 giugno 1924 Mauro Del Giudice ricopriva l’incarico di presidente della Sezione istruttoria di accusa; aveva, all’epoca, 67 anni. 

Il Primo Presidente era il magistrato Donato Faggella.

Arrivato il caso Matteotti sul loro tavolo, si dice che Donato Faggella chiese a Mauro Del Giudice: “Che intendi fare?

Mauro Del Giudice, considerata la sua età, poteva benissimo assegnare la pratica ad altro magistrato del suo ufficio, ma ritenne moralmente doveroso assumersi personalmente la responsabilità e il compito di quell’inchiesta.

Si narra che questo fu il colloquio tra i due.

Donato Fagella gli disse: “Ascolta bene quello che sto per annunciarti. Del processo che tu istruisci non rimarranno che le sole carte, però da esso deve uscire intatto l’onore della Magistratura di Roma”. 

Rispose Mauro Del Giudice: “Al riguardo il mio pessimismo supera il tuo e perciò ti dico che molto probabilmente non rimarranno neppure le carte, le quali saranno fatte sparire dal regime fascista appena operato il salvataggio completo degli assassini, dei loro complici e dei mandanti. Quello che posso assicurarti, e tu ben conosci la mia dirittura morale, è che, esaurito il mio compito di istruttore, usciranno intatti l’onore della magistratura della Corte di Appello di Roma e soprattutto uscirà illibato il mio nome, l’unica ricchezza che posseggo in questa terra. Mi auguro poi che gli altri colleghi facciano altrettanto[13].

2.1. Il 19 giugno 1924 iniziava l’istruttoria e l’idea era chiara: l’autorità giudiziaria sarebbe andata fino in fondo.

A Mauro Del Giudice veniva affiancato il sostituto Umberto Guglielmo Tancredi.

Insieme, già in quella stessa data, si recavano al carcere di Regina Coeli, ove si trovava Amerigo Dumini, nel frattempo arrestato assieme ad altri suoi sodali, in quanto indagato come esecutore materiale dell’omicidio di Giacomo Matteotti.

Amerigo Dumini trattò i due magistrati con spavalderia: “Ma loro cosa sono venuti a fare? Il Presidente Mussolini è informato di quanto loro stanno facendo?[14].

All’interrogatorio Amerigo Dumini negò ogni responsabilità per l’accaduto.

Successivamente, ritrovata la giacca di Giacomo Matteotti su un ponte della Flaminia, Mauro Del Giudice tornava ad interrogare Amerigo Dumini.

Lo stesso Mauro Del Giudice, nella sua Cronistoria del processo Matteotti, ricorda di essersi rivolto a Americo Dumini con queste parole: “Guardi questa giacca, è quella della vostra vittima del 10 giugno, di un onesto uomo che non vi aveva fatto alcun male e che, forse, nessuno di voi conosceva di persona. Avete gettato nel più profondo dolore e nella più nera costernazione una sposa infelice e una vecchia madre che adorava il figliolo suo, e resi orfani tre innocenti bambini [15].

Continuava Mauro Del Giudice: “Mentre gli rivolgevo queste parole lo guardavo fisso negli occhi. Sostenne impavido il mio sguardo scrutatore, senza muovere ciglio e senza mai abbassare la testa in atto di rimorso. Si limitava a rispondere: chi mai ha conosciuto questo Matteotti? Io non so se sia stato ucciso e chi lo abbia ucciso[16].

L’attività istruttoria proseguiva con l’interrogatorio di altri indagati, quali Albino Volpi, Giuseppe Viola e Filippo Filippelli, quest’ultimo ritenuta la persona che aveva messo a disposizione del gruppo l’automobile per il sequestro di Giacomo Matteotti; e a seguito di questi primi interrogatori venivano poi messi a confronto Americo Dumini e Filippo Filippelli. 

Filippo Filippelli forniva i primi elementi utili ai giudici.

Si dice che, proprio per ciò, nel corso del confronto, Americo Dumini gridò: “Bada a te, Filippelli, e alla tua famiglia. Mussolini ha a sua disposizione trecento baionette di militi fascisti, decisi a far tutto ciò che il Duce ad essi comanda e vi può distruggere”. E Filippelli: “Non ho paura di nulla di quanto tu minacci per intimidirmi. Mussolini non sarà giudicato in Italia ma all’estero, e sarà trattato come si merita[17].

A seguito di questo confronto, e considerata la gravità delle rivelazioni fatte da Filippo Filippelli, Mauro Del Giudice, insieme a Umberto Guglielmo Tancredi, emise due mandati di cattura contro Cesare Rossi, direttore dell’ufficio stampa del Duce, e Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del partito fascista.

L’inchiesta, a questa punto, passava dagli esecutori materiali ai mandanti. E aggiungeva Mauro Del Giudice, sempre nella sua Cronistoria: “avremmo dovuto spiccare altro mandato di cattura contro Benito Mussolini, se non ci fosse stato l’ostacolo costituzionale di essere costui deputato e capo del Governo, e quindi soggetto alla giurisdizione del Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia, perché i delitti imputategli erano stati commessi in quella sua qualità[18]

2.2. Cesare Rossi, perduta la speranza di essere aiutato da Mussolini a varcare la frontiera con un passaporto falso, dopo una settimana di latitanza, si costituiva.

Interrogato, e convinto a quel punto di esser stato turlupinato dal suo principale, ammise che il Duce, per imporre la dittatura, aveva chiesto il suo aiuto e quello di Giovanni Marinelli al fine di creare un organismo segretissimo, la Ceka, cui aveva aderito il generale Emilio De Bono, comandante supremo della Milizia fascista e direttore generale della Polizia: “con lo scopo di atterrire i deputati d’opposizione, mediante atti di energica violenza, ossia con ferimenti, bastonate, purgate forzate di olio di ricino e, occorrendo, con l’uccisione dei suoi più pericolosi avversari, inducendo così tutti al silenzio più completo[19].

Si pensi che Cesare Rossi, prima di arrivare a ciò, si dilungò nel tratteggiare i reati minori compiuti dai fascisti anteriormente al delitto Matteotti, e Mauro Del Giudice lo riprese invitandolo ad esporre esattamente le vicende di quel delitto senza divagare; al che Cesare Rossi rispose: “Se ella, signor Presidente, non mi lascia prima esporre minutamente i fatti avvenuti e i delitti commessi anteriormente alla sparizione del deputato Matteotti, io mi chiuderò nel silenzio e non parlerò più, giacché non so se questa notte sarò assassinato in questo stesso carcere”.

A fronte di ciò, Mauro Del Giudice consentì a Cesare Rossi di deporre integralmente, e questi riportò le parole del Duce: “Cesarino, tu devi indicarmi fra i nostri fascisti un individuo pieno di coraggio, senza scrupoli, e capace di commettere qualunque cosa gli sarà ordinato di fare. A costui bisognerà dare incarico di scegliere fra i fascisti facinorosi altre persone della stessa risma, e di costituire una banda pronta sempre ad agire in qualunque tempo e luogo d’Italia”[20].

Cesare Rossi fece il nome di Americo Dumini, e Mussolini rispose: “Lo conosco anch’io, è la persona adattissima alla bisogna”.

Vi erano, a questo punto, tutti gli elementi per procedere altresì con l’accusa di associazione a delinquere per l’intero partito fascista; dall’interrogatorio era infatti emerso che la banda guidata da Amerigo Dumini, aveva, oltre al delitto Matteotti, già eseguito alcuni attentati a parlamentari quali Amendola, Misuri e Forni, nonché aveva devastato il villino di Francesco Saverio Nitti.

Sopravvenivano, tuttavia, due ulteriori circostanze.

2.3. Esattamente:

a) due giorni dopo il mandato di cattura contro Cesare Rossi e Giovanni Marinelli, ovvero il 22 giugno 1924, Mauro Del Giudice veniva messo sotto sorveglianza, tanto che egli stesso scriveva nella sua Cronistoria: “Una cinquantina di fascisti facinorosi vennero a fare una dimostrazione sotto casa mia”.

Tra i vari episodi, si racconta che in un’occasione, informato che all’uscita principale del Palazzo di Giustizia lo attendevano gruppetti di camicie nere, Mauro Del Giudice fu costretto ad uscire da un portoncino secondario. 

L’indomani si sparse addirittura la notizia che fosse morto[21].

Il clima di quel periodo veniva descritto anche da Gaetano Salvemini: “Non solo furono messe le camicie nere invece dei soldati a far la guardia a Regina Coeli, affinché chi andava e veniva capisse chi era il padrone del vapore, ma due agenti furono messi alle costole di Del Giudice e altri due in borghese alla portineria di casa. I fascisti cominciarono a far dimostrazioni sotto le sue finestre: Viva Dumini, Viva Volpi, Morte ai nemici di Mussolini. Poi vennero le scritte sui muri del Palazzo di Giustizia[22]. E il 27 luglio 1924 il giornale L’Impero scriveva: “È inutile alludere, più o meno velatamente, a Mussolini per il delitto Matteotti. Il Duce, salvatore della Patria, non si tocca.....…chi tocca il Duce sarà polverizzato[23].

b) In secondo luogo, considerata la piega che le indagini avevano prese, il Procuratore Capo dell’Ufficio, Vincenzo Crisafulli, trasmetteva gli atti al Senato e sostituiva Umberto Guglielmo Tancredi con il sostituto procuratore Nicodemo Del Vasto, persona che condivideva la sua posizione di prudenza omissiva nei confronti del fascismo.

Mauro Del Giudice continuava ad insiste affinché l’indagine fosse portata avanti in modo rigoroso e completo, senza omissioni e/o favori, e al fine di non trovarsi solo cercò di nuovo il sostegno di Donato Faggella, con il quale aveva preso impegno che dall’inchiesta doveva “uscire intatto l’onore della Magistratura di Roma”.

Ma dovette con dolore constatare che purtroppo nemmeno Donato Faggella stava più al suo fianco.

Si è scritto sul rapporto tra i due: “Donato Faggella, diretto superiore del magistrato incaricato di condurre le prime indagini sul delitto Matteotti, quando si cominciò a capire dove avrebbe potuto portare un’inchiesta condotta con onestà, indipendenza e nel pieno rispetto della legge nonostante il clima politico dell’epoca, si adoperò per insabbiarla[24].

Solo pochi giorni dopo fu infatti lo stesso Donato Faggella a comunicare a Mauro Del Giudice la sua promozione a Procuratore Generale alla Corte di Appello di Catania; egli quindi doveva lasciare Roma per la Sicilia, promoveatur ut amoveatur.

2.4. Il processo Matteotti, per Mauro Del Giudice, terminava in quel momento. 

Alberto Scabelloni, avvocato e giornalista dell’epoca, scrisse: “Il fascismo, togliendogli la garanzia dell’inamovibilità, lo sbalzò in Sicilia…….da quel momento la carriera di Mauro Del Giudice fu troncata e contro di lui cominciò il periodo delle persecuzioni, durato fino al crollo del fascismo[25].

Lasciato il servizio il 20 maggio 1927, Mauro Del Giudice, dopo periodi di soggiorno a Rodi Garganico, Trani e Roma, si stabiliva a Vieste, dove abitava ininterrottamente fino al 15 luglio 1949.

I viestani che hanno raggiunto o varcato la soglia dei sessant’anni, lo ricordano come l’Eccellenza del Giudice, o più semplicemente: Il Giudice. Alto, vestito sempre di scuro, la barba bianca, bastoncino a cui appena si appoggiava, aveva una figura che era la dignità della persona[26]

Moriva a Roma nel 1951.

3. Lodovico Mortara e l’imperversare dei decreti legge

Il secondo ricordo che propongo è quello di Lodovico Mortara, ultimo presidente della Corte di Cassazione di Roma.

Lodovico Mortara (Mantova, 16 aprile 1855 – Roma, 1° gennaio 1937) non ha bisogno di essere presentato, in quanto è stato uno dei più grandi giuristi del secolo scorso[27].

Ricordo solo una vicenda, del 1922.

Ebbene, anche agli inizi del Novecento, secondo il noto e chiaro principio della divisione dei poteri, il compito di fare leggi spettava al Parlamento, e al Governo quello di metterle in esecuzione.

Con gli anni Venti, tuttavia, questa ripartizione entrava in crisi, e sempre più il Governo emanava atti aventi valore di legge sorpassando in questo modo l’Assemblea. 

Poiché nello Statuto Albertino non vi era una norma analoga al nostro attuale art. 77 Cost., spesso i decreti leggi non venivano convertiti dal Parlamento, e alle volte nemmeno presentati allo stesso per la loro conversione. 

Con l’avvento del fascismo questo metodo si rafforzava, e dati statistici indicano che negli anni compresi tra il 1915 e il 1921 i decreti legge furono 419, giustificati però dal periodo eccezionale dato dalla Grande Guerra, diminuivano fortemente nel periodo successivo durante il ministero Luigi Facta del 1922 in 103, e salivano al vertiginoso numero di 517 durante il solo primo anno del governo fascista[28].

In quel primo anno, appunto, presidente della Corte di Cassazione di Roma era Lodovico Mortara, un giurista di grande cultura e indipendenza, già ordinario di procedura civile, e già Ministro della Giustizia con il Governo Nitti.

Lodovico Mortara non sopportava l’idea che il Governo si arrogasse poteri che spettavano al Parlamento, e, avuta occasione di pronunciarsi su questo tema quale giudice, egli emanava alcune sentenze chiare e nette sui rapporti che dovevano darsi tra funzione legislativa e funzione governativa.

Faccio riferimento a tre pronunce della Corte di Cassazione di Roma, tutte del 1922, e tutte che vedevano Lodovico Mortara non solo quale Presidente della Corte bensì anche quale Presidente del collegio giudicante.

Queste pronunce sono quelle di Cass. 24 gennaio, Cass. 16 novembre e Cass. 30 dicembre 1922[29]

È importante tener conto delle date, poiché mentre la prima era con il fascismo alle porte ma non ancora al potere, le ultime due venivano pronunciate dopo la marcia su Roma, e quindi già con a capo del Governo Benito Mussolini.

Ebbene, Lodovico Mortara non aveva alcun problema a sottolineare come questo malcostume, già presente da un po’ di anni, si fosse aggravato con il fascismo.

Scriveva: “Non esiste nessuna norma costituzionale che autorizzi il Governo a investirsi in circostanze straordinarie della potestà legislativa”. Una volta accertata la “impossibilità non solo di un controllo sollecito, ma perfino di un controllo qualsiasi da parte delle due Camere sopra un grande numero di quegli arbitrari provvedimenti” è compito degli “organi supremi del potere giurisdizionale a un nuovo esame della grave questione”.

Asseriva ancora che, in effetti, in passato, i decreti legge “erano davvero emanati in circostanze eccezionali e con rigida parsimonia cosicché il sindacato parlamentare poteva essere sufficiente” ma oggi: “Il sindacato parlamentare si rileva impossibile in fatto, forse illusorio in diritto” e dunque si impongano “nuovi doveri alla magistratura, la quale, senza sostituirsi al Parlamento, non può dimenticare di essere quella fra i poteri sovrani dello Stato cui spetta la custodia dei diritti individuali contro qualsiasi offesa”. 

Il discorso era chiarissimo: il Parlamento non è più in grado di controllare il Governo, quindi questo compito spetta alla magistratura, in quanto la situazione politica ha attribuito inevitabilmente nuovi doveri alla magistratura, alla quale spetta la custodia dei diritti individuali contro qualsiasi offesa.

Questo scriveva Lodovico Mortara, e su queste basi la Cassazione fissava questi principi: a) i decreti leggi sono atti arbitrari del Governo, eccedenti la sfera del potere esecutivo e quindi per loro stessi incostituzionali; b) l’autorità giudiziaria può esaminare se il governo abbia adempiuto alla sua promessa di presentare il decreto al Parlamento e verificare che il Parlamento abbia provveduto alla sua conversione.

Orbene, Lodovico Mortara sapeva perfettamente, non poteva non saperlo, che quelle decisioni sarebbero state invise al sopraggiunto regime, e che certo il regime non lo avrebbe premiato per quelle idee.

Ma Lodovico Mortara non esitava egualmente a pronunciare quelle sentenze, perché per lui, evidentemente, il valore delle idee, il rispetto dei principi costituzionali, e soprattutto l’indipendenza della funzione che stava esercitando, erano più alti e profondi del timore di essere punito.

Nei fatti, poi, come è noto, il r.d. 24 marzo 1923 n. 601 sopprimeva le c.d. Cassazioni regionali, tra le quali anche la Corte di Cassazione di Roma, e due mesi dopo Mussolini azzerava altresì, con decorrenza 1° novembre 1923, tutti i vertici di quelle cassazioni, e quindi Lodovico Mortara veniva rimosso dal suo incarico e collocato in pensione. 

A Lodovico Mortara sarebbe succeduto nella Prima Presidenza della nuova Cassazione unica del Regno d’Italia, Mariano D’Amelio, e l’anno ancora successivo, 1924, le nuove Sezioni unite di Mariano D’Amelio avrebbero stabilito che “Il giudizio sulla valutazione della necessità urgente e improrogabile di emanare un decreto legge è demandata esclusivamente al potere esecutivo, e non può essere oggetto di sindacato da parte dell’autorità giudiziaria[30]

4. Vincenzo Chieppa, l’associazionismo giudiziario e il giornale “La Giustizia Italiana”

Il terzo ricordo va a Vincenzo Chieppa.

Nato ad Andria il 22 luglio 1890, entrava in magistratura nel 1914 e svolgeva la sua carriera quasi interamente a Roma; veniva dispensato dal servizio il 31 dicembre 1926 in base all’art. 1 della legge 24 dicembre 1925 n. 2300 in quanto antifascista; a seguito della caduta del regime, ovvero nell’estate del 1944, chiedeva e otteneva la reintegrazione in magistratura in forza del sopravvenuto d. l. luog. 24 agosto 1944 n. 183, Riassunzione in servizio di magistrati dell’ordine giudiziario dispensati per motivi politici o razziali; veniva così assegnato in soprannumero presso la Corte di Cassazione e collocato definitivamente a riposo il 12 luglio del 1960.[31]

Nell’estate del 1960 Ministro della Giustizia era Guido Gonella; egli scriveva nella lettera di congedo dalla magistratura di Vincenzo Chieppa: “fin dal 1924, allorché fu chiamato a far parte del Consiglio Centrale dell’Associazione Generale fra i Magistrati Italiani, Ella partecipò attivamente alla vita dell’Associazione, svolgendo quell’attività altamente meritoria che solo nel 1944, allorché fu riammesso in servizio, da cui era stato dispensato per motivi politici nel 1926, poté riprendere con immutabile fervore; ella ha manifestato a chiunque ed in ogni circostanza la sua tenace avversione al Regime”[32].

4.1. La storia di Vincenzo Chieppa è fortemente intrecciata con quella dell’associazionismo giudiziario[33].

Ricordo che la prima Associazione generale fra i Magistrati d’Italia (AGMI) fu fondata a Milano il 13 giugno 1909[34].

Nel 1911 si tenne a Roma il primo “Congresso Nazionale della Magistratura” mentre già dal settembre del 1909 l’associazione iniziava a pubblicare e a diffondere le proprie idee attraverso un proprio organo di stampa: “La magistratura”.

Con l’affermarsi del fascismo l’AGMI si vide costretta ad un nuovo corso, che fu interpretato da Vincenzo Chieppa, eletto segretario generale della stessa nel 1923, carica che mantenne fino al momento dello scioglimento della associazione avvenuta il 21 dicembre 1925.

Ha scritto in proposito di lui lo studioso F. Venturini: “La gestione di Chieppa, condotta con coraggio e coerenza, si caratterizzò per un ritorno alla difesa dei valori classici dell’indipendenza e dell’autonomia del potere giudiziario dalle contese politiche. Riemerse, in quel momento, una visione tecnica del giudice, senza cedimenti né a prospettive di mediazione degli interessi sociali né a ipotesi di utilizzazione dell’organizzazione di categoria per trasformare il patrimonio culturale e il sistema di valori della magistratura[35].

A seguito del rifiuto dei dirigenti dell'AGMI di trasformare l'associazione in sindacato fascista, l'assemblea generale tenuta il 21 dicembre 1925 deliberava lo scioglimento dell'AGMI. L'ultimo numero de "La magistratura", datato 15 gennaio 1926, pubblicava un editoriale non firmato dal titolo "L'idea che non muore", da tutti attribuito a Vincenzo Chieppa: "Forse con un po' più di comprensione - come eufemisticamente suol dirsi - non ci sarebbe stato impossibile organizzarsi una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi, una piccola vita soffusa di tepide aurette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia... La mezzafede non è il nostro forte: la 'vita a comodo' è troppo semplice per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire"[36].

4.2. Fin qui si tratta di storia nota, riportata in ogni scritto dedicato all’associazionismo giudiziario di quegli anni.

Mi sia però consentito ricordare una vicenda ulteriore, in quanto, in verità, la storia del giornale "La magistratura" non terminava con quel numero del 15 gennaio 1926, visto che, seppur già sciolta l’AGMI, Vincenzo Chieppa, insieme ad un certo numero di altri magistrati, apriva, in tempo immediatamente successivo, un nuovo giornale, che prendeva il nome di “La giustizia italiana”[37].

L’esistenza di questo giornale è menzionata anche nel regio decreto ministeriale del 16 dicembre 1926, con il quale Vincenzo Chieppa e gli altri venivano destituiti dall’ordine giudiziario, e ove si legge infatti, in motivazione, quale capo di incolpazione: “continuando tra l’altro: la pubblicazione del giornale sotto il nuovo titolo “La Giustizia Italiana” da essi ugualmente redatto”.

Preliminarmente, non v’è bisogno sottolinei cosa potesse rappresentare il 1926 per chi ancora anelasse alla libertà e alla democrazia, anno che diede formalmente inizio alla dittatura fascista, con l’emanazione dei provvedimenti per la difesa dello Stato e l’istituzione del nuovo Tribunale speciale per i reati c.d. politici[38].

Vincenzo Chieppa, insieme ad altri magistrati, aveva egualmente il coraggio e la forza di aprire questo nuovo giornale “La giustizia italiana”, e il primo numero usciva già il 12 febbraio 1926, ovvero a meno di un mese dall’ultimo numero de La Magistratura.

Si trattava di un giornale di 4 pagine complessive, che conteneva articoli quasi sempre non sottoscritti da alcuno personalmente, non v’era in prima pagina l’indicazione di un direttore responsabile, ma solo si leggeva in alto a sinistra: “Direzione e amministrazione in Roma, Via Bocca di Leone, 26”; il direttore era indicato solo in 4° pagina, ed era Piero Giubilosi. 

La cadenza del giornale era indicata come settimanale, tuttavia le uscite avvenivano in modo molto elastico, probabilmente per le stesse difficoltà della pubblicazione: al numero del 12 febbraio 1926 ne seguiva un successivo alla data del 20 febbraio, un terzo al 26 febbraio, poi al 13 marzo, 20 marzo, 27 marzo, ecc……..

Nel giornale del 12 febbraio 1926 si legge uno dei pochissimi articoli con firma, sottoscritto dal direttore Pietro Gubitosi, dal titolo assai significativo Dall’alba al tramonto. 

Si legge in esso: “Il 3 gennaio 1907 segna una data memoranda nella storia della Magistratura italiana. Si tenne il primo convegno per stabilire la data del congresso dei magistrati, dal quale sarebbe dovuta sorgere l’Associazione……Pochissimi degli iniziatori del movimento si trovavano ancora a far parte dell’Associazione addì 21 dicembre 1925, quando l’Assemblea ne deliberò lo scioglimento in obbedienza alla legge sui sindacati, di prossima promulgazione. Fra i pochissimi ero io e fui anche presente all’ultima plenaria adunanza. Volli che il ricordo del nascere e del morire dell’Associazione fosse accompagnato dal senso di triste soddisfazione che prova chi, con lo schianto nel cuore, chiude le palpebre del figlio che il fato inesorabilmente gli rapisce. Molti certamente hanno provato eguale dolore; tutti i soci hanno con tristezza visto scomparire la loro Associazione. Ed io sono convinto che gli stessi avversari, coloro stessi che combatterono l’associazione, a conti fatti non abbiano da essere molto contenti dell’opera loro. La fine virile del sodalizio sarà per gli avversari ragione forse di rammarico, ma fa l’orgoglio ed il conforto di quanti gli dedicarono l’opera e l’adesione devota”.

E poi, sempre nel giornale del 12 febbraio 1926, nel titolo di fondo “Capisaldi”, si legge altresì: “Bisogna persuadersi che un paese ha sempre la giustizia che si merita. Non esistono, non sono mai esistiti in questo mondo, uomini di governo i quali abbiano messo in cima alle loro aspirazioni l’indipendenza della giustizia. I più saggi fra essi han sempre pensato e pensano che, siccome la giustizia perfetta è un ideale irrealizzabile, la meno imperfetta fra tutte è quella che si amministra sotto le loro direttive. E gli argomenti dei meno saggi sono anche più spicci”. 

4.3. Non è certo inutile ricordare qui qualcosa di quanto fu scritto in quel giornale nel difficilissimo anno del 1926.

Ricorderei, prima di tutto, il tema della pari dignità dei giudici di ogni ordine e grado, nonché il tema connesso dei rischi che possono darsi nell’immaginare una magistratura strutturata in modo gerarchico.

Si tratta di un tema di particolare attualità, considerato che oggi v’è un disegno di legge di riforma costituzionale che vuole sopprime l’art. 107, 3° comma Cost. nella parte in cui sancisce che: “I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni”.

Nel numero del 20 febbraio 1926 si legge al riguardo: “Quando è in gioco la vita della giustizia, ogni interesse per noi è sacro; non c’è allora parvità di materia e le miserie del Pretore di Roccacannuccia ci toccano quanto le vicende della Corte di Cassazione”.

Il 10 aprile veniva poi pubblicato Scrutini con anticipazione, dedicato proprio alla pari dignità dei giudici, divisi solo per diversità di funzioni.

Si scriveva in quel pezzo: “Vien fatto di domandare se non sia ancor miglior partito, in una prossima riforma, accogliere il principio della equiparazione dei gradi di giudice e consigliere di appello, ma il guardasigilli On. Rocco non pare che sia di questo avviso. Si confida tuttavia che egli persista nell’idea di bandire per sempre qualsiasi forma di arrivismo ed ogni ricordo di giochi ben riusciti o voli saputi spiccare a tempo da favoriti e privilegiati…Quando un sistema di promozione è soppresso perché ha dato cattiva prova, giustizia vuole che ne siano fatte cessare al più presto possibile le conseguenze”. 

E sul tema della dignità e della qualità della giustizia i magistrati de La giustizia italiana, cercavano, trattando altro aspetto di assoluta attualità, il sostegno dell’avvocatura.

Ricordo gli articoli apparsi sui giornali del 20 e del 26 febbraio: Nel giornale del 20 febbraio: “Perché qual è il maggior interesse dell’ordine forense, se non quello di poter contare su giudici pienamente degni del loro posto, su Tribunali veramente liberi nell’assoluzione del loro compito? Sono gli avvocati che hanno il dovere e l’interesse sacrosanto di farsene paladini”. Ed in quello del 26 febbraio: “Quando il costume giudiziario divenisse abietto, e gli uomini chiamati ad amministrare la giustizia fossero avanzi di umanità in liquidazione, non ci sarebbero più leggi ed ordinamenti che potrebbero garantire l’amministrazione della giustizia; e l’ordine forense sarebbe condannato a convertirsi in una Corporazione di mediatori e di trafficanti cui la dottrina giuridica sarebbe di troppo ed il buon costume professionale ragione d’invincibile inferiorità”.

4.4. Altro delicatissimo tema, in un anno quale il 1926, quello dell’indipendenza della magistratura.

Nel numero del 10 maggio si trova un articolo dal titolo “La sola garanzia infallibile”.

Di nuovo si legge: “La magistratura, da quindici anni, va invocando in Italia un efficace sistema di garanzie che faccia dell’indipendenza della magistratura non un principio astratto ma una realtà effettiva…La giustizia perfetta non esiste in alcun paese. Dappertutto può avvenire, in qualche caso, che i governi facciano sentire la propria influenza sulla magistratura. L’essenziale è che fra magistratura e potere esecutivo non si costituisca un vincolo di ordinaria dipendenza. Or non c’è che una garanzia veramente infallibile contro la regola dell’asservimento giudiziario, ed è il controllo della pubblica opinione. Ove questa sonnecchia o è distratta da meno nobili preoccupazioni, l’indipendenza della giustizia può essere sì l’opera eroica di una categoria di cittadini, ma non sarà mai la regola sicura per tutti”.

Sempre sul tema centrale dell’indipendenza della magistratura, nel giornale del 2 settembre si trova un articolo dal chiaro titolo: “L’assurda indipendenza della magistratura”, ovvero si discute dell’opinione dei governanti, i quali ritengono assurda la stessa idea che la magistratura possa essere indipendente dal loro potere.

Si legge: “Dobbiamo dire la verità? A noi non dispiace questo brusco denudamento della vita giudiziaria. No, non saranno proprio gli assertori di una giustizia indipendente a dolersi che questa indipendenza venga proclamata un assurdo e non solo in teoria. Al punto in cui siamo giunti ad ogni menzogna pietosa è preferibile la verità più cruda, comunque possa essere dolorosa. Bisogna talvolta aver toccato il fondo dell’umana bassezza per sentire lo stimolo divino della redenzione”.

4.5. Che dire di un giornale che nel 1926 discute ancora di indipendenza della magistratura e si batte per evitare la gerarchizzazione del corpo giudiziario?

Beh, il giornale non va male, evidentemente nel 1926 v’erano ancora persone interessate alla giustizia; così, sempre nel numero del 10 maggio si legge: “In poco tempo la Giustizia italiana ha avuto la fortuna di raccogliere intorno a sé un piccolo numero di assidui collaboratori d’ogni parte d’Italia, ai quali vanno la nostra gratitudine ed il nostro saluto più cordiale”. E il giornale avvertiva tutti circa il proprio spirito: “avversione per tutte quelle banalità ond’è purtroppo infarcito il giornalismo settimanale: soffietti, adulazioni, pettegolezzi e miserie simili. Per elogiare un uomo od una iniziativa, e tanto meno poi per criticarli, non ci sembrano indispensabili goffe riverenze e dolciastre propiziazioni”.

Nel Giornale del 7 ottobre, l’articolo di fondo è intitolato “Memento!”, cioè: “I lettori possono essere sicuri che i redattori continueranno a non lesinare i loro sacrifici affinché il mondo giudiziario abbia in queste colonne una sua voce sempre più degna. Potranno essere sicuri di una cosa soprattutto: che la nostra voce non sarà mai partigiana né servile e che qui un solo interesse è sacro: quello della giustizia”.

Tra il serio e il faceto, poi, si scriveva anche sul revisionismo storico dell’era fascista appena iniziata.

La giustizia italiana se la prendeva, ad esempio, nel numero del 22 maggio, con il prof. Vincenzo Manzini, che aveva riaperto il processo a Girolamo Savonarola.

L’articolo, con tono scherzoso, diceva che a niente erano valsi a favore del frate i giudizi lusinghieri di Santa Caterina dei Ricci, Nicolò Machiavelli, Sandro Botticelli, San Filippo Neri, Francesco Guicciardini. 

Il prof. Manzini aveva così sentenziato: “Girolamo Savonarola fu un frataccio sedizioso, le sue prediche sproloqui diretti a fini utilitari, tanto vero che, all’atto dell’arresto, gli fu trovata addosso una somma di denaro di cui non seppe giustificare la provenienza”. 

A commento si aggiungeva: “Si salvi chi può signori della storia! Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Napoleone Buonaparte, Benvenuti Cellini, Raffaello Sanzio……..pensate ai casi vostri. Il prof. Manzini è all’opera, il prof. Manzini non scherza”. 

4.6. Ed ancora, nel numero del 21 ottobre, si trovano osservazioni critiche circa l’incidenza della politica sulla giustizia in Germania; forse la Germania già faceva paura, o forse, esponendo i difetti della Germania, si intendeva indirettamente sollevare pari critiche al sistema italiano. 

Si legge in quelle pagine: “E si potrebbero citare esempi su esempi di questa deplorevole jugulazione della giustizia alle esigenze dei partiti, i quali, fra tutti i partiti dei grandi paesi europei, sono forse i più settari, faziosi e violenti. Gli assassini di uomini politici repubblicani sono spesso irreperibili, e comunque i loro giudici sono pieni di clemenza. Non è stata ancora dimenticata la conclusione pietosissima del processo contro gli aggressori di Harden. E sono all’ordine del giorno i rigori della giustizia contro giornalisti e scrittori repubblicani in nome di una legge elasticissima come quella dell’ordine morale da custodire. Un giornalista è stato recentemente condannato a 200 marchi (oro) di multa per offesa a Dio, e la sua colpa si riduceva ad una antica satira sulla concezione che i razzisti si son formata della storia della creazione. Sotto la stessa imputazione sono stati condannati il poeta Zeckmayer, il caricaturista Gross, lo scrittore Pecker, ecc…. La conclusione è chiara. Quando la magistratura si fa milizia di un partito politico, la parola giustizia perde ogni significato nella vita di un paese, qualunque ne sia il grado di ricchezza e di civiltà”.

L’ultimo numero, che chiude l’esperienza de La giustizia italiana, è del 29 ottobre, e in esso non si trova niente di particolare: l’articolo di fondo è dedicato alle riforme giudiziarie della Francia, in Note e notizie si lamenta la vacanza dei posti nell’organico, poi v’è qualcosa sulla legge e il regolamento delle professioni forensi, e poi ancora, direi, nient’altro.

4.7. A fine 1926 il Governo fascista, con il ministro guardasigilli Alfredo Rocco, interveniva di nuovo, e definitivamente, contro questi magistrati, tra i quali, direi in primo piano, sempre figurava il giudice Vincenzo Chieppa.

Faccio riferimento al Regio decreto 16 dicembre 1926, che ritengo interessante riportare qui per intero, con il quale Vincenzo Chieppa ed altri suoi colleghi venivano destituiti dall’ordine giudiziario.

Si legge in tale decreto: “Ritenuto che il Consigliere della Corte di Cassazione Saverio Brigante, il Sostituto Procuratore Generale di Corte di Appello Roberto Cirillo, i giudici Occhiuto Filippo Alfredo e Chieppa Vincenzo ed il Sostituto Procuratore del Re Macaluso Giovanni sono stati i principali e più attivi dirigenti dell’Associazione Generale tra I Magistrati Italiani; Ritenuto che ad opera di essi l’Associazione assunse un indirizzo antistatale, sovvertitore della disciplina e della dignità dell’Ordine giudiziario, che fu propagandato a mezzo del periodico di classe “La Magistratura” dai medesimi redatto e pubblicato; Ritenuto che tale indirizzo sostanzialmente venne mantenuto anche dopo l’avvento del Governo Nazionale, che essi avversarono criticandone astiosamente gli atti, nonché facendo insinuazioni ed affermazioni di pretese ingiustizie e persecuzioni personali tanto da incorrere in reiterate diffide ufficiali; Ritenuto che solo per normale ossequio alla Legge sui sindacati essi deliberarono lo scioglimento dell’Associazione, la soppressione del periodico e la liquidazione della Cooperativa (a suo tempo creata per fornire stabile sede all’Associazione), ma in sostanza mantennero saldi i vincoli associativi mediante atti simulati continuando, tra l’altro: la pubblicazione del giornale sotto il nuovo titolo “La Giustizia Italiana” da essi ugualmente redatto, che si ostinò nell’avversione al Governo sino ad incorrere nel novembre scorso, dopo reiterate diffide, nella soppressione ordinata dall’autorità politica; Ritenuto che per le manifestazioni compiute i magistrati suddetti non offrono garanzie di un fedele adempimento nei loro doveri di ufficio e si sono posti in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo; Viste le giustificazioni presentate dagli interessati; Visto l’art. I° della legge 24 dicembre 1925 n. 2300; Sentito il Consiglio dei Ministri; Sulla proposta del Nostro Guardasigilli Ministro Segretario di Stato per la Giustizia e gli Affari di Culto; Abbiamo decretato e decretiamo Chieppa Vincenzo – giudice – ed altri sono dispensati dal servizio, a decorrere dal 31 dicembre 1926, ai sensi dell’art. 1° della Legge 24 dicembre 1925 n. 2300.

5. Altre vicende giudiziarie di quel periodo: il processo a Benito Mussolini per costituzione di banda armata, i magistrati artefici del processo di Chieti, il coinvolgimento della magistratura ordinaria nel Tribunale Speciale per la difesa dello Stato

Ma i giudici non furono solo questi durante il fascismo, e altre vicende di quegli anni meritano di essere ricordate.

5.1. Una prima è quella riassunta da Giancarlo Scarpati in uno dei suoi saggi sulla storia della magistratura.[39]

Questo il fatto.

È noto che il movimento fascista si dotò, già prima della marcia su Roma, di una milizia, ovvero di volontari armati che commettevano ogni genere di violenza e intimidivano, minacciavano, e in alcuni casi uccidevano, gli avversari politici.

Alla fine dell’anno 1919, nella sede della Casa degli Arditi, venivano trovate armi e munizioni, e nella cassaforte di Mussolini, nella sede del Popolo d’Italia, venivano rinvenute 13 rivoltelle.

Si apriva così un processo per banda armata, che portò all’arresto immediato dello stesso Mussolini e di altri suoi sodali, tra i quali Ferruccio Vecchi e Tommaso Marinetti, che già avevano preso parte, a Milano, all’incendio dell’”Avanti”, nonché di Albino Volpi, poi imputato e condannato per l’omicidio di Giacomo Matteotti.

Si dice che Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, telefonò al Presidente del Consiglio dei Ministri Saverio Nitti, segnalandogli che l’arresto di Benito Mussolini poteva essere considerato dall’opinione pubblica un regalo ai socialisti.

Saverio Nitti interveniva allora presso l’autorità giudiziaria e faceva sapere che, secondo lui, se su Mussolini non pendevano gravissime accuse, lo stesso doveva essere liberato.

La magistratura provvedeva così all’immediata scarcerazione di Mussolini.

Successivamente, il Questore di Milano Giovanni Gasti inoltrava alla Procura del Re un’articolata e documentata denuncia nella quale si ipotizzava a carico degli imputati non più un reato pretorile bensì un delitto di costituzione di un corpo armato contro i poteri dello Stato.

Si asseriva che all’interno del Fasci di combattimento milanesi si era formata in effetti una milizia gerarchicamente organizzata, con ufficiali affluiti dal comando militare di Fiume, pronta a ricorrere all’uso delle armi.

La procura del Re, a questo punto, inviava il fascicolo alla Procura Generale, ma il magistrato incaricato, invece di procedere, restava incerto e rimaneva in attesa degli eventi.

Gli eventi successivi però si palesarono subito chiari: uno degli imputati, Benedetto Vecchi, aggrediva il direttore dell’”Avanti”; a Roma i fascisti bruciavano la sede; e Mussolini rivendicava il tutto in un pubblico discorso tenuto a Pola: “abbiamo incendiato l’Avanti di Milano, lo abbiamo distrutto a Roma. Abbiamo revolverato i nostri avversari nelle lotte elettorali; abbiamo incendiato la casa croata a Trieste, l’abbiamo incendiata a Roma[40].

Gli elementi per accelerare il processo vi erano quindi tutti in abbondanza; tuttavia quella denuncia non veniva incrementata con i fatti successivi, né sul tavolo del magistrato arrivavano ulteriori rapporti da parte della Polizia di Stato.

Si giungeva, così, al novembre del 1920, con una situazione politica cambiata, molto più favorevole al movimento fascista; e in quel contesto Vincenzo Manzini, il penalista più autorevole del periodo, scovava un articolo del codice penale mai prima applicato, ovvero l’art. 254 c.p., in base al quale, e secondo la sua opinione: “se si costituisce senza autorizzazione un corpo di volontari per la tutela di qualche bene giuridico minacciato da pubblici disordini, esso non può considerarsi come corpo armato diretto a commettere reati solo perché, nell’attuazione del suo programma, sia prevista la possibilità ch’esso incorra in qualche reato[41].

A questo punto, la Procura di Milano, il 14 novembre 1920, chiedeva alla sezione istruttoria di rinviare a giudizio Mussolini e gli altri imputati non già per aver costituito un corpo armato contro i poteri dello Stato, bensì per aver costituito una specie di guardia civica senza licenza.

Il processo, tuttavia, subiva, anche in questa sua forma ridotta, un nuovo stallo.

Nella primavera del 1921, infatti, 35 fasc

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