Sulla strada di “Diritto verità giustizia. Omaggio a Leonardo Sciascia", Cacucci, 2021- a cura di L. Cavallaro e R.G. Conti*
di Roberto Conti
Nel Vangelo di Giovanni, quando Gesù dice di essere venuto al mondo per rendere
testimonianza alla verità, Pilato domanda: «Che cosa è la verità?»
È l’eterna domanda che può trovare risposta soltanto nella verità, non in una
spiegazione o definizione della verità? La verità è. «Io sono colui che sono». E
così la verità è colei che è. Il potere ne vuole spiegazione allo stesso modo che
della menzogna in cui si inscrive può darne.
[L. Sciascia, Nero su nero, Torino, 1979, 216]
…ci sono delle verità – frantumi, come di specchio, di una ignota verità – che, una volta scoperte o incautamente confessate, possono avere echi imprevedibili o molteplici, effetti liberatori o micidiali: e sono le verità che rovesciano o disgregano le apparenze, le «menzogne convenzionali»
[L. Sciascia, Alfabeto pirandelliano, in Opere, a cura di P. Squillacioti, Milano, 2019, Vol. II, Tomo II, 972]
A mio Padre
Sommario:1. Alle origini di una curatela a quattro mani in nome di Leonardo Sciascia - 2. L’alfabeto sciasciano: legge, giustizia, udienza (e verità) - 3. Sciascia alla ricerca del ruolo della verità - 4. Una, nessuna, centomila verità - 5. La dimensione individuale e quella collettiva del diritto di – e del dovere alla – verità - 6. Verità e complessità del diritto - 7. Scienza, diritto e letteratura a confronto con la verità e con il giudicare - 8. Il potere della magistratura - Sciascia, Livatino e la sicilitudine - 9. Il giudice Sciascia - 10. Il non giudice Sciascia - 11. La giustizia ed il sentimento ambivalente di Sciascia - 12. La vicenda del mostro di Marsala e la metafora delle veritù.Nessuna certezza sul pensiero sciasciano e tanti dubbi.
1. Alle origini di una curatela a quattro mani in nome di Leonardo Sciascia
Tre ragioni mi hanno spinto a condividere con Luigi Cavallaro la curatela di un volume dedicato a Leonardo Sciascia.
La prima è essenzialmente di natura familiare.
Vuole infatti, essere un modo per ricordare la memoria di mio padre, avvocato civilista e amante delle buone letture. E proprio in quella che fu la sua libreria, nell’abitazione in cui crebbi, in un pomeriggio domenicale di circa tre anni fa, in visita a mia madre, quasi nascosti fra Silone, Pratolini, Hemingway, Fallaci, Gramsci, Fenoglio, Garcia Lorca, Pavese, Montale, Calvino e Moravia, intravidi i piccoli volumetti di Sciascia.
Prelevai, tra Porte aperte, Todo modo e Il giorno della civetta, il più nascosto e meno visibile, Il contesto.
Mi colpì, immagino per evidente deformazione professionale, l'immagine di copertina che riproduceva uno schizzo di Giudice seduto sullo scranno.
Mi immersi così nella lettura e rimasi calamitato dai luoghi, dalle persone, dalle descrizioni, dal detto e il non detto. Un centinaio di pagine, un intrigo poliziesco, con al centro l'uccisione di una decina di giudici che l’Ispettore Rogas ricollegò subito ad un caso di possibile errore giudiziario a carico di Cres – personaggio descritto meticolosamente ma mai apparso –. Approfittando dunque del riposino di mamma e del viaggio di ritorno in treno, quell’11 febbraio 2018 – come riporta il biglietto ferroviario ritrovato nel libro – proseguii la lettura del piccolo libretto che si fece sempre più incalzante.
Mi passarono davanti figure descritte in modo straordinario, le mani del giudice Azar, '...mani scarne, incordate di arterie, maculate come pietre di lichene...', la personalità di accusati di delitti mai commessi e alla fine assolti, di giudici, di alti magistrati, gli accenni immediati e diretti all’ineluttabilità del “problema della giustizia e dell’ingiustizia che tante inquietudini aveva creato a Sciascia, fin da ragazzo[1] tanto da fargli dire, nella iconica intervista rilasciata al Prof. Claude Ambroise[2], che
“Tutto è legato, per me, al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo. Un problema che si assomma nella scrittura, che nella scrittura trova strazio o riscatto…”[3]
Ma in quella lettura, allora, colsi solo in parte la profondità, complessità e centralità dell’opera di Sciascia, sulla quale si sono giustamente concentrati anche altri autorevoli giuristi[4].
Mi colpì moltissimo un aggettivo a me fino a quel momento sconosciuto nel significato che Sciascia gli aveva attribuito, parlando delle mani del giudice Azar incordate di arterie. Mi sembrò allora che quel personaggio fosse letteralmente uscito dal libro e si fosse materializzato innanzi a me con le sue mani. Pensai, forse banalmente, che quell’aggettivazione racchiudeva non solo una straordinaria conoscenza del lessico italiano ed una cura del linguaggio – che mi apparve, a posteriori, manifesta in Occhi di capra – ma prim’ancora un’esperienza di vita legata ai luoghi natii di Sciascia, alla lontananza dal continente, al radicamento indissolubile della gente isolana con il territorio e la sua crudezza.
Più di recente trovai conferma di quella ricercatezza dell’Autore nella scelta delle parole allorché, intervistato da Ambroise, Sciascia dichiarava:
“Sì, la parola: la singola parola che suggerisce, suggestiona, si apre come un ventaglio, dispiega immagini”.
Fu dunque l’inizio di una scoperta più matura – ma sempre in punta di piedi – di uno scrittore siciliano che in una famiglia di gens de Justice ben radicata in Sicilia alla quale appartengo non poteva, fin dall’adolescenza, che continuamente comparire e scomparire, essere apprezzato e criticato, anche aspramente quando mio padre parlava di attualità e di politica. Lui che da Presidente dell’ordine degli avvocati di Agrigento per quasi un decennio aveva infiammato i colleghi con la sua potente oratoria.
Apparizioni comunque emotivamente diverse da quelle dell’altro scrittore e drammaturgo agrigentino, Pirandello, per me più direttamente collegate al periodo liceale, alle rappresentazioni teatrali ricorrenti al Supercinema, alle giornate di studio organizzate in città per commemorarlo dal Professore Enzo Lauretta, alla riflessione sulla ricerca dell’essere alle quali noi studenti del corso A eravamo instradati dall’indimenticato Professore d’italiano del Liceo Classico Empedocle Nino Picone Chiodo, anche lui, forse non casualmente, racalmutese come Leonardo Sciascia, anche lui Maestro per noi studenti liceali, condotti per mano sul terreno del ragionare, a volte anche ironico, del riflettere sul senso della letteratura.
Approccio dunque diverso rispetto a quello riservato al più contemporaneo – ed allora vivente – Sciascia, scrittore-intellettuale-politico, pure lui come il primo tessitore di grovigli esistenziali[5] ma più del primo – e forse non casualmente – fonte di ispirazione per rappresentazioni cinematografiche ed anche protagonista di veementi campagne politiche e di stampa, mediaticamente collegate a fatti spesso clamorosi ed intrighi irrisolti della storia italiana.
Non sarà dunque un caso che le sue opere abbiamo dato linfa vitale al c.d. cinema civile – basti pensare a film come A ciascuno il suo di Elio Petri (1967), Il giorno della civetta di Damiano Damiani (1968), Una vita venduta – ispirato a L’antimonio (1976) di Aldo Florio – fino a Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi (1976) – tratto da Il contesto – Porte aperte (1990) di Gianni Amelio, Una storia semplice (1991), L’uomo che ho ucciso – liberamente tratto da 1912 +1 di Giorgio Ferrara (1995) – e Consiglio d’Egitto (2002), entrambi di Emidio Greco.
Né sembra essere senza significato il fatto che Sciascia, pur ombroso, schivo e di poche parole, sordomuto[6] probabilmente amasse – “per il loro valore mediale”[7] – essere intervistato con la sigaretta eternamene accesa, fornire senza mai risparmiarsi le sue risposte – recte, le sue verità – alle domande dei suoi interlocutori, tutte orientate a spiegare le sue opere, i contesti, i sensi, i riferimenti, quasi a volere mostrare, attraverso plurime interpretazioni autentiche, chiarezza e trasparenza rispetto agli itinerari complessi ed inesplicabili che, fra il detto ed il non detto, rendono le letture di Sciascia tanto impegnative quanto metaforiche.
Il caso volle che dopo due giorni da quella lettura, mentre camminavo in uno dei lunghi ed austeri corridoi della Corte di Cassazione incontrassi Pietro Curzio, allora presidente della sesta sezione civile e nello scambiare due parole non riuscii a frenare l’istinto di condividere l’esperienza recente che avevo fatto riavvicinandomi a Leonardo Sciascia.
Mai avrei immaginato che qualche anno dopo il mio interlocutore sarebbe diventato Primo Presidente della Corte di Cassazione, incarnando uno dei ruoli che Sciascia aveva così plasticamente tratteggiato. E mai sarebbe in me balenata l’idea di potere contribuire ad una riflessione così importante come quella che gli autori del volume hanno creato.
La seconda ragione che mi conduce a Sciascia è essenzialmente legata ad una forte vocazione alla curiosità che crebbe quando Luigi Cavallaro mi propose di condividere quel progetto editoriale.
Mi chiesi e richiesi più volte il perché di quell’invito, proveniente da un profondo conoscitore di Sciascia e prim’ancora della sua terra natia. E pur non avendola ancora oggi pienamente trovata, ma comunque provenendo anch’io dalla natia Agrigento, ancorché meno legato alla sicilianità, non foss’altro che per le mie origini meticce – in parte bergamasche ex latere matris – decisi di accettare, incuriosito dall’idea di mettere davanti a Sciascia l’esperienza professionale di alcuni fra i giuristi più insigni del panorama contemporaneo.
Mi domandai, immediatamente e ancora di più dopo i primi concistori con Luigi, divisi fra Roma e Racalmuto, cosa sarebbe potuto uscire fuori da quella che a me apparve essere davvero una ricerca sistematica mai compiuta prima, un itinerario a più corsie che stavamo tentando di tracciare perché fosse percorso parallelamente, ma separatamente, da quegli autorevoli “lettori” delle diverse opere di Sciascia che alla giustizia avevano contribuito parecchio, ciascuno in prospettive ed ambiti particolari e non sovrapponibili.
La matrice comune di questa grande strada era dunque quella della giustizia o per meglio dire, prendendo a prestito un’espressione usata dallo stesso Sciascia, della nevrosi della giustizia[8].
In effetti, proprio quell’approccio originario a Il contesto mi aveva fatto balenare il convincimento che Sciascia avesse una grande fame di giustizia, per le menzogne che alimentano a volte una verità giudiziaria falsa, ma comunque verosimile – icasticamente dimostrate ne La strega e il capitano[9] –per le ingiustizie, alcune reali, alcune immaginate, altre spinte volutamente fino all’eccesso, al paradosso, alla parodia o anche solo alla rievocazione storica di processi a dire di Sciascia ingiusti, nei quali non si distinguono “…l’uccisore dall’ucciso, il boia dalla vittima, il torturatore dal torturato, la gioia dal dolore[10].
Quanto quella nevrosi fosse derivata da ingiustizie subite in prima persona o da persone a lui care – come ipotizza Collura – non è dato sapere, pur tornando alla mente il pensiero del Cardinal Martini che individua il seme del senso di ingiustizia nell’ingiustizia subita “o da noi o da chi ci è caro e che consideriamo parte di noi”[11].
E proprio lo spaccato non proprio edificante del pianeta giustizia che dal primo all’ultimo elemento veniva fuori dal Contesto, pittato – per dirla con un’espressione del dialetto siciliano al quale Sciascia prestò particolare attenzione – come inadatto ad offrire risposte di giustizia che un’umanità spesso dolente attendeva, pur consapevole della loro fallacità e delle a volte intrinseche, pervicaci e ostinate illogicità, giustificava davvero, ai miei occhi, l’esigenza di farsi promotori di un’iniziativa che arricchisse il già importante osservatorio di saggi monografici per il tramite di un volume capace di offrire, per l’autorevolezza degli Autori coinvolti e per le opere individuate come oggetto delle riflessioni stesse, un valore aggiunto.
Ecco dunque uno dei possibili “sensi” della ricerca volta ad approfondire il pensiero di Sciascia con il coinvolgimento, oltre che di Paolo Squillacioti che di Sciascia è uno dei più raffinati conoscitori, di autorevoli giuristi – Irti, Luccioli, Donini, Galliani, Serio, Lupo, Mammone – che pure con il linguaggio hanno dimestichezza al di fuori del genere letterario usandolo però, al pari del nostro, quotidianamente per esprimere opinioni, giudizi, riflessioni sulle “cose di diritto”.
I frutti di questa ricerca appaiono per più versi potenzialmente fecondi proprio perché chiamano a rivisitare Sciascia che a più riprese espresse forti riserve sul ruolo della giustizia e dei suoi attori. Una ricerca, dunque, riservata ai protagonisti, diversi ovviamente per ruolo e funzioni, di un settore al quale Sciascia sembra anelare al punto di affermare che non vi è mondo senza giustizia, ma al contempo guardare nella sua dimensione concreta con aspro disincanto.
Ma accanto a questa e prima di questa esigenza proiettata verso una dimensione a me esterna, ero andato maturando un bisogno, tutto personale, cresciuto nel foro interno, di saperne di più, di approfondire la conoscenza, di farmi un’idea su Sciascia che mi avrebbe in definitiva riavvicinato a mio padre, alle sue letture, alla sua passione per la giustizia. Una passione, la sua, diversa da quella da ma vissuta in trent’anni di magistratura che tuttavia sentivo e sento importante ricordando il “modo” con il quale mio padre esercitava la professione.
Ed in questa ricerca il confronto con Luigi è stato stimolante ed arricchente, poiché come spesso accade l’ignorante che sta accanto all’erudito alza la cresta e dapprima timidamente, poi a volte quasi altezzosamente prospetta, contesta, distingue, a volte addirittura tende a dileggiare il suo più dotto interlocutore, approfittando dell’amicizia e della stima che affonda in un sentimento lontano nel tempo, che non si stenta a poter definire, questo sì, frutto di una sicilitudine [12] a volte, complicata da intendere per chi non proviene dalla Sicilia[13] e dunque ruvida e scorbutica, ma sinceramente sana, autentica, vera e, direi, vitale.
2. L’alfabeto sciasciano: legge, giustizia, udienza (e verità)
Il giudice davanti al quale venne portato Candido, ricorda Romano Belfiore, “restò assorto davanti alla bellezza di quelle due parole, di quelle due idee: la legge, la giustizia[14]”.
In svariate opere si è studiato, volta a volta, il rapporto fra Sciascia e la giustizia, fra la giustizia come ideale potenziale ed il diritto e fra la giustizia ed il potere. Studi approfonditi tesi a cogliere quanto in Sciascia fosse marcata la divergenza e la divaricazione fra i termini delle coppie qui riproposte, ma anche quanto quelle parole – giustizia, diritto, udienza, giudice – insieme a verità (del quale si dirà diffusamente in seguito) e potere fossero nella cassetta degli attrezzi di Sciascia onnipresenti, ambivalenti, capaci di attrarsi come di divaricarsi.
Leonardo Sciascia, nella sua Racalmuto, il 27 aprile 1986 partecipò ad un convegno intitolato “Il problema della giustizia”, dichiarando di sentirsi ossessionato da quella questione. Quando Sciascia descrive la mala giustizia lo fa, per l’un verso, convinto che di fronte ai diritti umani non si può mai indietreggiare, anche a pena di essere indicati come collusi, conniventi, contigui al crimine di matrice mafiosa, terroristica o comune che sia.
Lo strumento per combattere le ingiustizie umane è la legge che non può essere violata per debellare l’ingiustizia, senza diventare essa stessa ingiusta.
Ecco la bellezza dei due valori, delle due “idee”, senza le quali il mondo sarebbe immondo, privo di quel controllo che invece è proprio delle democrazie moderne. Il controllo di garanzia e dei poteri.
Non basta, dunque affidarsi al comodo broccardo che il Procuratore di Porte aperte resuscita nascondendosi dietro il “La legge è legge, non possiamo che applicarla”. Il mondo attende figure professionali attive, proattive, capaci anche, quando occorre, di ribellarsi e disobbedire alla legge attraverso la legge stessa, pur rimanendo nel circuito della legalità[15].
Moderno, Sciascia nel battersi per le regole dello Stato di diritto.
E ci si potrebbe fermare qui, non occorrendo nemmeno ricordare al lettore i fronti sui quali oggi si avverte, forte, che il canone appena richiamato venga protetto, ricercato ed affermato in modo effettivo, tanto a livello nazionale che, soprattutto, nella “nostra Europa” assalita da pericoli e derive sovraniste che vanno via via emergendo soprattutto nell’est europeo, senza ovviamente dimenticare la frattura prodotta nell’UE dalla Brexit.
Il bisogno di giustizia, la sete di giustizia si manifesta rispetto al dominio del potere, sicché per esercitarla al meglio non bisogna essere potere, ma contropotere al servizio di un’idea, di un bisogno insopprimibile. Il problema è che alla giustizia dovrebbe provvedere il giudice che tende, a volte, a diventare esso stesso potere e non servizio, fallendo così miseramente la sua mission[16].
Alla parola Udienza Sciascia dedica, nel suo Alfabeto pirandelliano[17], espressioni memorabili, non esclusivamente riservate all’ambito proprio del processo, se è vero che il “chiedere udienza” è non solo l’ascoltare del giudice, ma anche “istanza di giudizio, a chi sta in alto, sui propri bisogni: per vivere, per sopravvivere”. Dunque, “dall’udienza, dall’ascoltare, dal capire – dal sapere ascoltare, dal sapere capire – il sentimento popolare aspetta giustizia o misericordia, giustizia e misericordia insieme”.
Nel leggere questa rappresentazione dell’udienza dedicata da Sciascia a Pirandello si rimane davvero colpiti, soprattutto nel vedere accostate e fuse le istanze di giustizia e di misericordia, se si pensa che a scriverle era un laico non credente.
Forse esse aiutano davvero il lettore e lo guidano sul concetto di giustizia.
Dico forse perché la spiegazione è assolutamente personale. Sembra infatti che la giustizia non guardi affatto all’amministrazione della giustizia terrena, al dare ciò che è giusto a chi lo reclama, a colpire il colpevole, ma ricerchi qualcosa di superiore e, appunto di misericordioso, affidato alla conoscenza, alla capacità di ascolto e di comprensione, alla condivisione di ciò che è giusto.
Straordinario, a me è parso, l’accostamento di un ragionamento complesso fatto dal laico Sciascia a quello molto più recente di un cattolico “praticante”… Papa Francesco, nel suo Misericordia e Giustizia[18], quando afferma che la misericordia “evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza”.
Sciascia non pensava certo in questi stessi termini ma, forse, l’istanza sottintesa al suo pensiero – che pure si coglie nelle espressioni successive sempre dedicate nell’Alfabeto pirandelliano al termine udienza: ci sono le udienze dei tribunali e ci sono le udienze dalla Madonna dell’Udienza, la sentenze giuste dei tribunali e quelle misericordiose della Madonna – è proprio quella di una convergenza fra la giustizia umana e l’esigenza, non meno umana e terrena, della conoscenza misericordiosa, destinata a ridare dignità all’uomo, colpevole o innocente che sia, ad alimentarne la speranza, a proteggere la memoria.
Dunque, proprio quell’idea universale per cui la misericordia non è la sospensione della giustizia, ma il suo compimento, secondo le parole che sempre Papa Francesco pronunziò il 15 febbraio 2020 in occasione del 91° anno giudiziario vaticano.
Evidente, dunque il filo che lega due personalità, non accomunate nella fede ma sulla via di un umanesimo intriso di valori comuni ed universali.
Da qui, forse, quel ruolo illuministico che Italo Calvino, come ricorda Carlo Vecce[19] gli riconoscerà in una lettera del 1964:
“Tu sei ben più rigorosamente ‘illuminista’ di me, le tue opere hanno un carattere di battaglia civile che le mie non hanno mai avuto”[20].
Ruolo che Giovanni Fiandaca definirà poi come illuministico-pessimista nel suo saggio già ricordato che, in ogni caso, conferma la straordinaria modernità di Sciascia, in definitiva, e si coglie nel pretendere che il giurista sia in perenne contrasto contro l’arbitrio dei poteri e, dunque, alfiere di quel rule of law di cui si diceva poc’anzi, che può tradursi come preminenza del diritto[21].
La legge, in definitiva, serve secondo Sciascia purché chi la applica riesca a scovare i furbi e tutti coloro che, facendosi scudo della legge, ritengono di poterne prescindere.
Una lezione che impone al giudice di dismettere l’abito del detentore del potere proprio per garantire che il potere non sia considerato estraneo alla legge.
Ma tornando all’Alfabeto pirandelliano, vi trova posto anche la parola verità.
Nel ricordare la vicenda dell’assassino della moglie fedifraga da parte di Tararà - per cui v., anche, L. Pirandello, La verità, in Contro gli Avvocati, Palermo, 2019, 97 ss. - e di quello che sarebbe poi diventato in Pirandello Il berretto a sonagli, Sciascia si concentra sugli effetti che può produrre l’ansia di verità, in quel caso cagionando l’inflizione di una pena al reo che non aveva ritenuto di poter nascondere al Presidente della Corte la piena conoscenza del tradimento da parte della moglie al punto da determinare una pena ben superiore a quella che sarebbe derivata per un delitto di onore senza premeditazione. La “rivolta” del reo ad una non verità è il pretesto per far dire a Sciascia che “ci sono delle verità – frantumi, come di specchio di una ignorata verità – che una volta scoperte o incautamente confessate, possono avere echi imprevedibili e molteplici, effetti liberatori o micidiali: e sono le verità che rovesciano o disgregano le apparenze, le «menzogne convenzionali»”[22].
3. Sciascia alla ricerca del ruolo della verità
Va così progressivamente emergendo lo spirito del volume, nel quale la giustizia costituisce soltanto un terzo del titolo che insieme a Luigi abbiamo pensato. Appunto Diritto verità e giustizia.
In questa triade, in cui l’assenza della virgola non è frutto di disattenzione ma, al contrario, ricerca di un’unità di senso tra i valori che tali espressioni incarnano, ciò che più mi ha interessato ed incuriosito, da qualche anno a questa parte, è sicuramente il secondo, ponendo il concetto di verità interrogativi che il giurista ha serie difficoltà a dipanare.
La personale sensazione che ne ho tratto, accostandomi un po’ più da vicino ai racconti – come spesso li definiva Sciascia stesso – ed agli articoli dell’intellettuale, sia pur in punta di piedi e da lettore non erudito e colto, è che in lui serpeggi una radicata prospettiva dicotomica fra giustizia e verità[23].
Dove c’è l’una spesso non c’è l’altra. Il che può sembrare paradossale, a ragionare con la lente tradizionale e comunemente accettata dall’uomo comune che intravede, al contrario, il giudice artefice della verità, almeno di quella processuale, in ciò peraltro accompagnato da ben più articolate posizioni dottrinali
Ma appunto il paradosso è tale nella misura in cui Sciascia intende contestare recisamente il giudizio, il luogo in cui si svolge, il modo con il quale è condotto, i suoi protagonisti – giudici, avvocati, procuratori, investigatori – incapaci (salvo qualche rara eccezione) di essere illuminati e, cioè, di ragionare, come nota ne Una storia semplice il Professor Franzò al suo allievo, diventato Procuratore della Repubblica, ancorché debole in italiano: “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare”, “Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”[24]. Immagine impietosa in sé, quella del Procuratore, ma ancora più grave se essa dovesse costituire, come spesso accade in Sciascia, metafora di un sistema più che rappresentazione del singolo protagonista del racconto.
Insomma, per Sciascia gli attori della giustizia sembrano tutti impegnati, più o meno in buona fede, a raggiungere una verità che possa acquietare le domande dei tanti che aspettano, appunto, una verità, poco o per nulla interessati a che quella verità sia quella “giusta”. Al punto che per nascondere la verità i solerti inquirenti sono pronti a creare una falsa verità capace di appagare l’ansia di verità, come accade in La storia semplice, quando la morte del Commissario causata dal brigadiere viene affermata come accidentale per nascondere le trame dell’uccisione del diplomatico.
Per questo il ragionare si pone agli antipodi del formalismo – da qui la vicinanza di Sciascia a Salvatore Satta evidenziata dagli studiosi e che si materializza nelle riflessioni sul formalismo interpretativo che il grande processualista, ricordando Capograssi, dedica ne Il mistero del processo[25] – della strenua e bieca ricerca del dato letterale di una norma, assurgendo a prospettiva di tutta’altra fattura, di tutt’altro spessore, di tutt’altra “verità”.
4. Una, nessuna, centomila verità
Esiste, dunque, la verità sciasciana o sono tante le verità di Sciascia?
Già un lettore distratto e disinvolto di Sciascia, come si considera chi scrive, riesce a percepire il peso e la critica di fondo del pensiero sciasciano, a tratti non arrivando a comprenderla fino in fondo perché consapevole di quanto la massimizzazione dei giudizi su “quello che diceva Sciascia” rischia di perdersi per strada – o imboccare strade impervie – e lasciare sullo sfondo un altro mondo pulsante che pure sembra vivere nel pianeta giustizia e che è portatore proprio di quel patrimonio che Sciascia vede ripetutamente (e forse inesorabilmente) perduto.
5. La dimensione individuale e quella collettiva del diritto di – e del dovere alla – verità
Sul tema della verità, sviscerato in ambito giuridico con finissimi studi che muovono dal ragionamento che sorregge la decisione giudiziaria[26], Sciascia sembra dunque gravitare in una dimensione ben diversa da quella del “processo” ove questo non sia – o non sia stato – adeguato alla complessità del caso e offra risposte burocratiche, tese ad affermare una verità qualunque essa sia. Al punto che per questa prospettiva non esiste l’errore giudiziario, come ripete il Primo Presidente della Cassazione Riches ne Il contesto.
La sensazione che si ha accostandosi a Sciascia è dunque quella che la verità mai ritrovata nelle vicende umane non potrebbe comunque essere solo quella affidata al giudice.
Una verità, quella di Sciascia che si alimenta della non verità, dell’impostura – solo a volte smascherata, seppur vanamente, come ne Il Consiglio d’Egitto, per bocca dell’Avvocato Di Blasi che pure riconosce che la menzogna “assume le apparenze della verità” (117) – della doppia verità – come quella rivendicata nel Teatro della memoria dalle famiglie Cannella e Bruneri rispetto allo smemorato di Collegno – o confusione fra verità e sanzione della verosimiglianza – che ne La strega e il capitano vede “la verità dei giudici e la menzogna di Caterina”[27] e, dunque, i giudici nutrirsi delle falsità esternate dalla strega Caterina de’ Medici[28].
Ora, la straordinaria modernità di Sciascia ed il suo essere precursore di esigenze, prospettive ed orizzonti che oggi, a distanza di molti lustri dalla sua scomparsa emerge, così, a tutta prima dal particolare significato che egli attribuisce all’endiadi “verità e giustizia” e che va prepotentemente emergendo nell’attuale fase storica in una dimensione propria dei diritti umani, appunto sganciata dal concetto di nazioni e territorio ed invece collegata al carattere sovranazionale dei diritti umani.
Il farsi coscienza critica della società in nome della verità e della sua ricerca e lo spiccato civismo di Sciascia preconizzano tematiche che assumono crescente valore anche nel nostro Paese a distanza di tanti lustri dalla morte dello scrittore girgintano.
Il diritto alla verità[29] rivolto a disvelare il mai conosciuto rispetto ad eventi tragici che hanno segnato la storia individuale (delle persone) e collettiva del Paese si riempie, infatti, di contenuti e dimensioni plurali, pur ancora da compiutamente definire nei quali si fondono, fino a modificarsi geneticamente quando entrano in contatto la prospettiva individuale – della o delle vittime – e quella collettiva, che vede in gioco lo Stato-persona – tenuto a indagare, condurre i processi, adottare misure ripristinatorie e repressive nei confronti dei responsabili –, ma anche lo Stato-collettività, al cui interno si collocano la polis[30], gli studiosi, i letterati, appunto presso i quali dovrebbe emergere, secondo Sciascia, un’esigenza diffusa alla conoscenza di fatti che costituiscono parte delle ragioni di identità dello Stato stesso. Dunque, un “dovere di verità”.
Quella che Stefano Rodotà, nel suo saggio dedicato al diritto alla verità, descrive osservando che «È l’umanità intera, senza confini spaziali e temporali, che compare sulla scena, ed è proprio essa a dover essere traghettata verso tempi illuminati e redenti dalla forza della verità»[31].
Un diritto alla verità che sembra pendere decisamente verso la dimensione collettiva, nella quale la verità diventa “dovere” per la società, da imporre anche a chi si acconcia alla falsa verità, si acquieta sulla portata assorbente e totalizzante della verità processuale e ne rivendica la infallibilità.
Un “dovere di verità e giustizia” che riecheggia ancora nelle parole del Presidente Mattarella di fronte ai familiari delle vittime della strage di Bologna, quando nelle celebrazioni per il quarantennale[32] ritorna ad affermare con forza non solo “il dovere della memoria, l’esigenza di piena verità e giustizia e la necessità di una instancabile opera di difesa dei principi di libertà e democrazia”, ma anche “l’esigenza di piena verità, l’esigenza di giustizia, di verità completa che è stata perseguita con determinata e meritoria ostinazione dall’azione giudiziaria, dalla sollecitazione dei cittadini, dei familiari delle vittime contro ogni tentativo di depistaggio e di occultamento”.
Sembra davvero di risentire in quelle parole del Presidente il fiato di Sciascia – che affiderà alla raccolta intitolata “A futura memoria” una parte importante dei suoi articoli – la sua cadenza dialettale, il suo sguardo intenso nel pensare appunto alle vittime, ma anche alla società intera ed al dovere di verità.
Ora, tutto questo si ritrova in modo adamantino nella produzione letteraria e giornalistica di Sciascia, nel suo anelito a quella “verità pubblica” di cui parla S. Battaglia[33] che va ricercata nel fondo delle coscienze frustrate e che è, essenzialmente, ragione, ragione di una riscossa comunitaria e collettiva.
Qui, forse, sta il senso del pensiero sciasciano che non può essere soddisfatto se non in parte dalla sentenza resa da un giudice sol perché essa costituisce espressione dell’ordine giudiziario e solo in quanto “cosa giudicata”.
La verità sarà tale solo se trae alimento da quel “pezzo di carta” purché esso sia ispirato da quel desiderio, da quella “ossessione” rispetto alla quale Sciascia non sembra mai pago. La decisione del giudice, dunque, come frammento di una verità che può anche giungere a mostrarsi diversa e contraria a quella espressa “in nome del popolo italiano”.
Insomma, quello che Sciascia vagheggia sembra essere il punto di incontro fra verità processuale che pretendono le vittime e verità storica che reclamano, certo, le vittime, ma anche la società – recte, la parte migliore della società –.
A volte l’assenza di giustizia e verità pare infatti essere in Sciascia critica feroce e impietosa rivolta a quella parte di società che non sembra affatto preoccupata della verità. Quindi, sì critica agli attori della giustizia, ma prim’ancora censura profonda dell’umanità e dell’assenza di valori che non sembrano, per Sciascia, trovare adeguato posto e tutela al suo interno, tanto da suscitare l’intervento del letterato che rilegge o a volte riscrive la storia.
In definitiva, la crisi della giustizia nasconde la crisi dell’uomo, del suo sfuggire ai grandi temi che lo circondano, del suo appiattirsi ed acconciarsi a false verità di comodo, del suo fermarsi sulla soglia della verità, del disinteresse per il senso ultimo che il tema giustizia evoca, quello della dignità e del rispetto dell’uomo[34].
Una crisi che Sciascia tenta di sovvertire, facendosi dunque coscienza critica degli stessi vizi della società. Quella passione civica e civile di Sciascia che proprio un suo amico e collega di pari valore, Vitaliano Brancati, non mancava di attribuirgli con grande onestà intellettuale
“Io invidio la tua forza civile, il tuo impegno sociale, la tua capacità di servirti della parola scritta per persuadere o dissuadere”[35].
Il carattere poliedrico della verità ha, in apparenza, centri di imputazione diversi ma che appaiono alimentarsi vicendevolmente e in modo inesauribile, al punto che risulta difficile individuare il confine fra le une e le altre.
La sfera intimista della vittima – primaria e secondaria – in altri termini, si offre alla collettività perché a essa pure pertiene la sofferenza, il dolore, lo strazio, ma anche il diritto alla conoscenza (art. 21 Cost.), così del resto attuandosi concretamente quella precondizione di solidarietà che pure campeggia nella Costituzione (art. 2).
Un’appartenenza della verità alla parte civile della collettività che Sciascia tenta di individualizzare e personificare – e così fa nella figura dell’Ispettore Rogas, in cui emerge una vera e propria ansia di verità, almeno finché egli non incontrerà il Presidente della Corte suprema o in quella del brigadiere de Una storia semplice – per farla uscire da uno stato etereo, incorporeo e diffuso attraverso l’emersione della rilevanza superindividuale della vicenda – attenendo a un’esigenza di verità appunto collegata alla giustizia rispetto a condotte che hanno violentato barbaramente la persona umana, attorno alla quale ruota lo Stato-persona, secundum Constitutionem.
Ecco che l’identità, imputabile in via esclusiva ed individuale alla persona, diventa patrimonio comune quando essa è violata; diventa bene comune da salvaguardare, proteggere anche oltre l’esistenza ed esperienza terrena di colui che è stato vittima, al punto di terminare la propria esistenza lasciando altre vittime a subire il lutto dell’assenza definitiva ed irrisarcibile.
Una verità che, guardata con la lente del Primo Presidente della Corte di Cassazione de Il contesto assomiglia davvero alla non verità. L’affermazione che il risultato finale del processo non può che essere naturalisticamente l’affermazione del vero è per davvero la negazione della funzione giudiziaria. Ed è ancora di recente Luigi Ferrajoli a ricordarcelo quando mette in evidenza, fra le virtù del giudicare, appunto quella del dubbio[36].
Una verità su fatti del passato che, se non ancora raggiunta o se mistificata per effetto di eventi che orientano verso una prospettiva di non verità di ciò che ufficialmente viene espresso come verità, va comunque ricercata, accertata, compresa – come si sforza di fare, vanamente, il Brigadiere Lagandara ne Una storia semplice – per dare sollievo, come si diceva, alla ragione.
Prospettiva che rimane un obiettivo ineludibile anche quando non si riesce a raggiungerla.
Ed in questo Sciascia è sicuramente un precursore dei nostri tempi, avendo colto prima di tanti altri studiosi sfumature ed esigenze allo stato liquido e scomposto che trovano nella sua personale ricerca della verità una forma precisa, un contorno definito, una matura concretizzazione.
Sciascia aiuta a comprendere quanto il diritto alla verità su episodi che hanno caratterizzato particolari momenti storici di una nazione diventi centrale per le democrazie moderne e non sia possibile eliderlo, dimenticarlo, nasconderlo magari affidandosi all’oblio che si va formando quasi naturalmente per il solo trascorrere del tempo. O, peggio, ancora, appiattendosi rispetto alla Ragion di Stato evocata proprio per impedire che la verità venga accertata.
Ed in questo la vicenda delle torture inflitte dalle forze di polizia in occasione del G8, stigmatizzate dalla Corte edu nelle sue sentenze – sulle quali ci siamo soffermati in passato[37] – dimostra la lungimiranza straordinaria di Sciascia[38] nel farsi artefice e portatore di valori universali in un tempo nel quale in pochi avevano compreso l’importanza. La sua tensione - avversione per la ragion di Stato quando è agitata per favorire la non verità sarà quella che spinse i giudici della Corte di Strasburgo ad esecrare i risultati della giustizia nazionale sulle vicende della sparizione di Abu Omar Quando, nella sentenza della Corte edu resa nel caso Nasr e Ghali c. Italia, la Corte di Strasburgo riconobbe che “...malgrado il lavoro degli inquirenti e dei magistrati italiani, che ha permesso di identificare i responsabili e di pronunciare delle condanne nei loro confronti, le condanne in questione sono rimaste prive di effetto, a causa dell’atteggiamento dell’esecutivo, che ha esercitato il suo potere di opporre il segreto di Stato, e del Presidente della Repubblica” riconoscendo che “il principio legittimo del «segreto di Stato», evidentemente, è stato applicato allo scopo di impedire che i responsabili dovessero rispondere delle loro azioni.” Non si può non cogliere un filo rosso con il pensiero sciasciano già espresso ne Il contesto, quando per spiegare l’uccisione di Rogas il Vice segretario del partito rivoluzionario evoca, appunto, la ragion di Stato[39].
In questa prospettiva vanno probabilmente iscritte le sue “ricerche”, alcune davvero risalenti nel tempo, sia da scrittore e poi da deputato, della verità su alcuni dei più gravi fatti della storia politico-giudiziaria dei nostri tempi, andando agevolmente il pensiero alle vicende Majorana, Moro e Tortora.
Verità, come si accennava prima, spesso richiamate come metafora del presente e che “una volta scoperte o incautamente confessate, possono avere echi imprevedibili o molteplici, effetti liberatori o micidiali: e sono le verità che rovesciano o disgregano le apparenze, le «menzogne convenzionali»”.
Verità che, secondo una prospettiva quasi ontologicamente bifronte sembra per l’un verso indirizzarsi quasi inconsapevolmente verso la dimensione primaria della persona, che è per l’appunto rappresentata dalla sua dignità e, per altro verso, si eleva a metro universale della democrazia dei paesi e dei loro processi, infondendo un’ansia di effettività dell’ordinamento giuridico destinata a non cessare[40].
Sciascia sembra volersi ribellare alla deriva di un mondo occidentale che tende a volere cancellare la memoria collettiva ricercando la verità, alla quale sente di affidarsi proprio perché, prendendo a prestito le parole di Michele Taruffo, essa “assicura la libertà dei cittadini contro il potere tirannico”[41].
Ed allora, cos’è questa ansia di verità se non la “colla” che tiene unita la generazione presente a quella che non c’è più o non c’è ancora[42]?
Una colla costituita dai diritti umani in una proiezione che tende a divenire sempre più universale, nella quale il genere femminile del termine verità colora in modo ancora più profondo l’aspirazione a vederla realizzata in tutte le sue declinazioni ed in tutti i suoi possibili sensi, soprattutto quando essa coinvolge i più deboli, i più vulnerabili, facendo di Sciascia un autentico Maestro di verità, consapevole di quella stessa ansia di verità alla quale Moro si riferiva già negli appunti alla sua lezione di filosofia del diritto nel 1944[43] e in alcune lettere dalla prigione delle Brigate Rosse come incommensurabilmente più importante di milioni di voti, come ricordato più volte da Damilano[44].
6. Verità e complessità del diritto
Il percorso che sembra tracciare Sciascia è dunque irrorato dal tema della complessità assai caro a Italo Calvino che di Sciascia fu uno dei primo estimatori, e da quelli ad esso succedanei dalla difficoltà e dalla onerosità.
Il suo radicato europeismo che fece di Sciascia esponente della cultura mitteleuropea e spesso stanziale a Parigi, del resto, sembra essere precursore dell’attuale contesto della giustizia, tutto aggrovigliato attorno a chi si accapiglia sul rapporto fra giudice e legge con prese di posizione che odorano, a volte, di scontri epici fra guelfi e ghibellini ed altre assumono il sapore di vere e proprie crociate, recando con sé il tanfo ideologico che poco si addice all’attuale fase storica in cui la scommessa sta, forse, più che nella ricerca del tarlo dell’una o dell’altra posizione nell’aprirsi alla ricerca di un equo contemperamento fra l’avanzare di un costituzionalismo globale, nel quale assumono crescente peso e significato i principi fondamentali della persona e la necessità di realizzare una giusta convivenza con altri principi ed interessi di rango costituzionale, nessuno dei quali può assumere una posizione tirannica se non quello della dignità. Il che sembra essere, in definitiva, l’anelito di Sciascia, il rispetto della persona, della sua dignità, dei valori che ad essa appartengono e che lo Stato non può né deve mai annichilire, ma al contrario attivamente proteggere.
La tendenza allo scontro che, a volte, prevale invece sul tema del rapporto fra legge e giudice non pare adeguatamente considerare che è proprio la complessità[45] – di Sciascia, della società, del suo dinamismo – a non potere essere imbrigliata in formule astratte e/o all’interno delle categorie che non possono certo in alcun modo essere elise o eliminate, ma che devono continuamente essere riponderate, attualizzate rispetto al contesto, rinvigorite, riempite dal nuovo rappresentato dall’attualità in cui i confini crollano progressivamente a favore di una sempre più avvertita esigenza di protezione e salvaguardia della persona.
Il tutto al fine di raggiungere la giustizia che si compone continuamente attraverso nuovi tasselli che legislatore, giudici, comunità interpretativa – per dirla con Lipari – e società devono sapere maneggiare e, in una parola, conoscere.
Il rigoroso e rigido riferimento alla legge che sembra animare il capitano Bellodi e che – pur ricostruendo la verità[46] - non approda, tuttavia, alla affermazione di giustizia merita, forse, una apertura maggiore all’applicazione ragionata, intelligente, razionale del comando legislativo che trova, dunque, nell’interpretazione del comando normativo – e per lo scrittore nell’interpretazione e combinazione dei fatti in una particolare struttura d'intreccio[47] - e nella coscienza di chi quel dato è chiamato a vivificare nel caso concreto la sua anima, senza la quale la legge rimane astratta declamazione, incapace di raggiungere il suo vero obiettivo, appunto, la giustizia.
Conoscenza, ancora, che è alla base di quel “diritto alla verità” al quale qui si è provato ad accennare e che per questo motivo si lega, quasi inscindibilmente, al tema della giustizia e del diritto.
Sarebbe errato, peraltro, quanto al tema della verità, pensare che la prospettiva giudiziaria possa perseguire percorsi disgiunti, disallineati o anche solo indipendenti da quelli che la società, la cultura, il dibattito civile possono, a loro volta, realizzare.
Anzi, Sciascia convince ancora di più di quanto ci era parso emergere in una recente riflessione sul diritto alla verità[48], quando sottolineavamo la necessità di un collegamento osmotico fra società e giustizia, chiamate necessariamente a interagire secondo un meccanismo che impone alla società e ai suoi individui di chiedere al giudice giustizia e impone al giudice di rispondere a quelle istanze, non ammettendosi il non liquet. Una sinergia composta da diversi tasselli, i quali rendono necessari il dialogo, il confronto, la pluralità di domande, la diversità dei casi, per consentire il raggiungimento di un obiettivo condiviso: appunto, la verità!
Obiettivo che, dunque, non può rimanere riservato alle aule giudiziarie, troppo anguste per esaurire un anelito che aspira, forse, a obiettivi ancora più alti rispetto a quelli della giustizia dispensata nelle e dalle Corti.
Un diritto, quello alla verità, che va per l’un verso rispettato e, per altro verso, adempiuto – per dirla con Rodotà – da parte di chi governa, essendo questi tenuto a realizzare un “regime della verità, nel senso della piena possibilità della conoscenza dei fatti da parte di tutti”[49].
Sciascia, forse, è lì a ricordarlo a tutti quelli che gravitano attorno al mondo della giustizia, mischiando e confondendo il piano del diritto e quello del dovere alla verità, forse inconsapevolmente prefigurando scenari che gli studi filosofici (Bobbio, per tutti) e quelli dichiaratamente giuridici avevano già da tempo precorso cercando di tracciare il contenuto dei diritti fondamentali e la loro radice rispetto alla persona.
Ma, è questo il punto, parafrasando le parole di Sciascia in un suo articolo pubblicato sul Corriere della sera del 26 gennaio 1987, chi ha il coraggio di bussare alle porte della verità? Quanti sono disposti realmente ad incanalarsi in quel percorso aspro? Quanto l’ansia della verità viene insegnata, condivisa, compresa, studiata? Quanto il mondo “non giudiziario”, la scuola, la politica, le istituzioni culturali si impegnano, oggi, per ricercare la verità riconoscendone il valore? Quanto va approfondito il tema del “dovere” di dire la verità, di ricercarla attraverso la storia che nutre la giustizia?
E ancora: quanto la magistratura è pronta a mettere in gioco il comando di una legge se questo dovesse mostrarsi in contrasto con i valori cardine della persona incarnati dalle Carte dei diritti fondamentali quando in gioco c’è la verità?
Quanto essa magistratura è pronta a riscattarsi anche agli occhi della società in nome della quale amministra la giustizia? Quanto essa intende mettersi al servizio della verità e mai del potere e ad essere, in definitiva, disobbediente[50] fino al punto da incarnare un atto di opposizione civile[51],
come lo fu il piccolo giudice[52], pronto a confessare di avere escluso la pena di morte attraverso un’operazione di sussunzione dei fatti all’interno di un unico disegno criminoso -…l’argomento principe sarebbe stato quello dell’infermità mentale; mancandomi, l’ho surrogato assumendo i tre omicidi nella continuità di un unico disegno criminale-?
Interrogativi, questi ultimi, che a ben considerare non riguardano solo e tanto la magistratura, ma appunto la polis che i giudici in parte rappresentano.
7. La prescrizione del diritto alla verità e la lunghezza dei processi come diniego di verità
Forse un aspetto non coerente con la stessa ricerca della verità di Sciascia si intravede quando lo scrittore parrebbe attribuire alla irragionevole durata dei processi la negazione tout court della giustizia[53].
Il che rende ancora di più di straordinaria attualità il suo pensiero, proprio in un periodo nel quale le riforme in discussione in Parlamento anche in materia penale, intendono introdurre dei limiti alla durata del processo penale, giungendo alla conclusione che superato un certo limite temporale, non vi è solo un’esigenza di limitare la durata del processo ed eventualmente di sanzionare la durata che supera quel certo limite, ma ricorre anche la necessità che il processo si concluda senza giungere al suo sbocco naturale, costituto dall’affermazione di colpevolezza o di innocenza.
Sia chiaro, non che questa prospettiva possa essere considerata in sé falsa, al contrario.
Ma la verità di questo postulato deve tuttavia fare i conti con altre verità, alcune delle quali non disponibili da chi è chiamato a partecipare al sistema giustizia che, appunto, vanno comunque tenute in considerazione se si vuole giungere ad un verdetto finale appagante, ragionato[54], e in definitiva giusto.
Chi partecipa a questo sistema – sia esso decisore politico o giudice o procuratore – è infatti chiamato, per funzione, a bilanciare valori, interessi, situazioni, con
