Matteo Frasca alla presidenza della Corte d'appello di Palermo
Già dalla recente occasione referendaria si è ravvivato il dibattito sul grado di concreta attuazione nel nostro ordinamento delle previsioni e dello spirito costituzionali. La rilevanza della questione non può non chiamare in causa la responsabilità degli organi competenti ad effettuare una puntuale ricognizione politica delle accorate e diffuse denunce, impossibili da lasciar passare inosservate, di avventurosi rimaneggiamenti o, ancor peggio, di colpevole obliterazione dei precetti costituzionali.
È evidente che ogni analisi che ruoti attorno alle effettive probabilità di successo della volontà di completa recezione nel tessuto politico‑istituzionale del documento fondamentale di cui si celebra l’ottantesimo anniversario non possa che muovere da dati di realtà, gli unici idonei a formare una credibile base di verifica. E se questa verifica si compie è giocoforza prestare avallo alla convinzione che l’opera di attuazione, che non può che essere piena ed integrale, sia bel lungi dall’essere compiuta. Da qui la ragionevolezza dei propositi destinati a colmare il pericoloso vuoto attraverso una vigorosa ed intransigente attività di coraggiosa indicazione dei vistosi vuoti e dei ragionevoli rimedi. Sembra, quindi, che il metodo da seguire in questa preziosa impresa sia quello di individuare i settori nei quali più manifesto si rivela lo scarto tra la situazione concreta registrabile in aree che dovrebbero essere direttamente incise dal dettato costituzionale e quella ideale ed astratta.
Il complesso mondo dell’esecuzione della pena ed i luoghi in cui essa è destinata ad essere espiata, e più in generale, l’intero universo della privazione della libertà personale e delle condizioni di chi la patisce, offrono un drammatico terreno di elezione assertivo dello scostamento, finora incolmato, tra essere e dover essere costituzionale. In modo inedito, quanto perfettamente doveroso, la magistratura penale fiorentina è intervenuta con provvedimenti cautelari di sequestro di parti di un locale istituto penitenziario in quanto versante in condizioni di insicurezza incompatibili con la sua naturale vocazione ad essere attratto nella nozione e nella disciplina legislativa di luogo di lavoro. Sebbene della notizia sia stato possibile trarre solo frammenti a causa della bruschissima riduzione degli spazi informativi su vicende giudiziarie imposta dalla molto discussa deliberazione del Csm del 10 giugno, appropriatamente definita da Nello Rossi in Questione Giustizia «un passo indietro rispetto al recente passato», il suo senso profondo è indiscutibile: in ben 7 sezioni di un carcere italiano, come segnalato in anni recenti nei rapporti del Garante nazionale dei diritti delle persone private della propria libertà, le condizioni si ponevano in contrasto con le norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Si parla di celle inagibili, di tracce di incendio, di infiltrazioni ed allagamenti, di morsi di cimici, di presenze di zecche, di casi di scabbia.
A questa tremenda constatazione, che investe come soggetti passivi in pari misura detenuti e personale dell’amministrazione penitenziaria, cui ha dovuto porre rimedio urgente un’indagine penale, in assenza degli attesi provvedimenti politico‑amministrativi, si accompagna un tasso di sovraffollamento carcerario di qualche decimale soltanto inferiore al 140%.
È noto e costantemente ricordato il fondamento rieducativo delle pene che trova solida radice costituzionale. Se ancora apparisse necessario trovare avallo fenomenico alle amare analisi prima richiamate sui limitati margini di attuazione della Costituzione, sarebbe in questo modo possibile fornire la più eloquente ed incontrovertibile delle dimostrazioni.
Non può, pertanto, più dubitarsi che l’opera attuativa della Costituzione debba essere condotta senza tentennamenti o intollerabili remore.
Non è più il tempo dell’attesa ai danni delle categorie che esigono venga loro data da parte dei poteri legislativo ed esecutivo piena tutela costituzionale. Né, d’altra parte, può destare stupore l’allarmata ed autorevole analisi di Magistrati titolari di delicatissimi uffici requirenti circa la diffusione di condotte illecite poste in essere da detenuti volte a perpetuare modelli comportamentali anteriori alla privazione della libertà. Non si tratta certo di dichiarazioni rese al di fuori di ogni controllo o implicanti censure o sfiducia nei confronti del personale dell’amministrazione penitenziaria, che apprezzabilmente spende le proprie migliori energie lavorative, ma di un doveroso e fruttuoso contributo informativo che merita rispetto ed attenzione sociale in quanto ancora una volta si inserisce nel duro contesto della situazione carceraria. Azioni di aperta e vistosa delegittimazione allargano il solco delle lesioni costituzionali e disorientano la comunità dei cittadini, che, in ogni caso, ha saputo indubbiamente dimostrare la propria capacità di reazione critica allorché funzioni e figure appartenenti ad un potere dello Stato vengano rese oggetto di tentativi di discredito o depotenziamento ingiustificati.
Matteo Frasca alla presidenza della Corte d'appello di Palermo
