Per chi rivolga il proprio impegno professionale a beneficio delle istituzioni pubbliche il passaggio del tempo non può solo coincidere con i destini personali. Proprio la prospettiva pubblica impone che lo sguardo debba rivolgersi a quanto nel tempo quell’impegno abbia consentito di produrre in termini di consolidamento e crescita dell’Istituzione stessa. E ciò perché nelle più virtuose esperienze di servizio la rilevanza dello stesso va essenzialmente concepita e proiettata sull’immagine dell’ente in cui esso è prestato. Vanno, pertanto, arricchite in occasioni celebrative come quella odierna le semplici testimonianze di apprezzamento e riconoscenza nei confronti dell’onorato quasi che la sua figura possa essere ricordata in dissociazione dai risultati vantaggiosi per l’Istituzione prodotti dalla relativa dedizione.
Ed allora, la parabola della preposizione di Matteo Frasca alla presidenza della Corte d’appello di Palermo, in effetti iniziata in funzione vicaria già all’esordio dell’estate del 2016 ed oggi conclusa in qualità di reggente con in mezzo gli 8 anni di presidenza effettiva, attesta che questo periodo è trascorso secondo la sua piena spendita in chiave puramente funzionale all’affermazione ed al consolidamento dei valori costituzionali di cui non può che essere imbevuto l’esercizio della giurisdizione. Primo tra essi il rispetto delle fondamentali aspettative della collettività di un’amministrazione della Giustizia autonoma, indipendente, imparziale, spedita. Gli strumenti formali, quelli, cioè direttamente consegnati dall’ordinamento giudiziario e dal lungo corteo di disposizioni di livello secondario, servono solo a dipingere un’immagine sfocata e convenzionale dell’ufficio direttivo distrettuale, quella banalmente solo attenta a districarsi tra precetti e modelli burocratici. Immagine perfettamente corrispondente al dominante desiderio di lasciare che i documenti e gli atti siano rigidamente uniformi a norme che, seppur nate a garanzia della effettività della tutela giurisdizionale ed a beneficio della comunità, vengono vissute ed applicate con semplice scopo difensivo del dirigente da censure di inosservanza di disposizioni minute, non di rado bizzarre e di ardua decifrazione. La concreta, rassicurante quotidianità è capace, tuttavia, di rilasciare un altro quadro attuativo delle prerogative e dei poteri, e delle speculari responsabilità, del Presidente di una corte d’appello dalle dimensioni e dal prestigio di quella palermitana. Si tratta del modo di concepire il ruolo, e delle ben visibili e durature tracce, della quasi decennale guida distrettuale posta in essere da Matteo Frasca. Sarebbe fallace ed insincero sottacere l’influenza che sulla maniera, aperta, solidale, efficiente di vivere il proprio compito deve aver esercitato il patrimonio ideale, di senso della funzione istituzionale, di totale compenetrazione nella tavola dei principi costituzionali in materia di giurisdizione, di elevato e nobile senso politico cui il Presidente Frasca si è ispirato, traendone conforto, nella sua diuturna attività. Questa, a propria volta, è stata contrassegnata dalla costante, irriducibile ricerca della via d’accesso ad un servizio di amministrazione della giustizia conforme alle esigenze individuali e sociali. Molteplici sono state le manifestazioni di questo programma di ascolto delle speranze dei fruitori di giustizia. L’inveramento più sicuro di questa ricercata sintonia va immediatamente colto nella presidenza di ben tre consigli, in differente composizione, giudiziari. Duplice il sintomo palpabile dell’adibizione dell’organo al perseguimento del fine organizzativo inteso quale via rettilinea per giungere all’approdo verso un’amministrazione della giustizia né altera, né autocelebrativa, né appagata dal solo conseguimento di obiettivi evanescenti nella sostanza quanto aderenti all’arido, e spesso insoddisfacente, criterio normativo. Nel presiedere i Consigli Giudiziari il Presidente Frasca ha mostrato, in controtendenza con non ancora sopite resistenze al pieno riconoscimento del ruolo della componente accademica e di quella professionale partecipativa alle deliberazioni riguardanti le carriere dei magistrati del distretto, quell’apertura mentale che vale a sgombrare lo spettro della chiusura a riccio corporativa, anacronistica e capace di rincarare la dose di atteggiamenti critici orientati a solleticare reazioni di natura circense in pregiudizio di un potere dello Stato. Se oggi il terreno è definitivamente dissodato, anche in virtù della discreta e lungimirante lettura della prima inedita attribuzione del diritto di presenza a tale componente (sempre avvalsasi con misura e discrezione dell’occasione), non così può dirsi dei non recenti anni in cui il Presidente ha debuttato nella conduzione di questo rilevantissimo organismo di raccordo con il Consiglio Superiore della Magistratura. Ed ancora, lo stesso Presidente non ha esitato ad assegnare rotativamente ai cosiddetti laici i vari procedimenti da trattare, senza esclusione di tipologie di affari. Segnali univoci, questi, dell’ariosità intellettuale propria dei dirigenti e dei Magistrati colti ed allevati all’insegna della costruzione di ponti con l’intera società e le sue numerose e rispettabili pieghe. A questi profili, solo all’apparenza esteriori, si sono accompagnati quelli di vera sostanza, condensati nella concezione realmente paritaria degli apporti di ogni componente consiliare, rifuggendo sapientemente dalla precostituzione di posizioni settarie o dalla calcolata preminenza accordata alle opinioni dei togati. A chi abbia avuto, o abbia in atto, la fortuna di aver fatto, o di far, parte dei Consigli Giudiziari presieduti da Matteo Frasca è sempre mancata, e manca, sempre, la possibilità di individuare l’appartenenza di singoli magistrati a quei gruppi, plebiscitariamente noti come correnti, che oggi sembrano essere più temibili del Covid 19 o della peste manzoniana. E questo non perché si registrasse o si registri un inatteso e, aggiungo, indesiderato, calo delle tensioni ideali che strutturalmente appartengono al genoma all’idea aggregativa senza vincolo di mandato dei magistrati quanto perché il livello impresso dal Presidente al dibattito era tale da sterilizzare fin dal suo possibile sorgere la tentazione di condurlo in un’ottica di parte. Né può dirsi che questo risultato, che alcuni inguaribili ed ipercritici scettici potrebbero a torto giudicare innaturale se non inverosimile, sia, o sia stato, il frutto di una conduzione autoritaria dei lavori. È, piuttosto la naturale inclinazione d’animo di chi ha sentito gravare sulle proprie spalle lo schiacciante peso di preservare il prestigio dell’ordine giudiziario distrettuale da interessate distorsioni argomentative: il risultato netto è stato quello di far sì che il Consiglio palermitano sia comunemente accreditato di un meritato giudizio di equilibrio e sobrietà deliberativi, anche grazie all’altrettanto misurata opera di chi veste i prestigiosi panni di Procuratore Generale. Ed in questa coordinata diarchia risiede la ragione intima del credito che circonda il distretto palermitano.
Il secondo profilo emergente dalla prolungata presidenza di Matteo Frasca dei consigli giudiziari succedutisi lungo un arco poco meno che decennale è direttamente collegato alle modalità organizzative del servizio giudiziario e dei carichi di lavoro. Impegno particolarmente oneroso che ha attraversato il drammatico periodo della pandemia, con il connesso strascico di misure rivolte alla protezione della salute, debitamente coniugate con la necessità di non dar luogo a pericolose soluzioni di continuità dell’amministrazione della giustizia. Continuità del servizio, assidua verifica delle situazioni critiche riguardanti singoli uffici o magistrati, tempestivi interventi correttivi, doverosa intransigenza nei controlli di produttività, dedizione, diligenza e disciplina, previsione di soluzioni innovative e migliorative, disponibilità ad assumere su di sé carichi di lavoro ingenti: sono tutti ingredienti che valgono a corroborare la statura del Presidente, sempre attivo, presente, pronto all’ascolto, pienamente informato della situazione del distretto in ogni, seppur esigua, articolazione. Tradirebbe la realtà fenomenica una raffigurazione del Presidente Frasca come fagocitato dall’impulso efficientista e dimentico del precetto costituzionale che vuole i magistrati appartenenti ad un unico, e indivisibile almeno nelle sagge intenzioni del Costituente, ordine giudiziario tra loro distinguibili solo per funzioni. Numerosi ed efficaci si sono, infatti, rivelati i Suoi generosi interventi diretti alla tutela di singoli magistrati o di particolari uffici raggiunti da autentiche campagne denigratorie ed ingiustamente mortificati sia nella dimensione professionale sia in quella umana. Il Presidente Frasca, re et verbis, ha saputo ristabilire con coraggiosa fermezza l’ordine violato, così cooperando a prevenire la verificazione di ulteriori, allarmanti episodi. Perché Matteo Frasca non ha saputo dimenticare le origini della propria carriera e non ha mai rinunciato alla giovialità dei rapporti con Colleghi, Avvocati, personale, pubblico. Non che questo gli abbia provocato apprezzabili sacrifici: sul ruolo apicale ha sempre saputo imporsi l’aspetto personale ed umano, per sua natura lontano da boria, supponenza, ostentazione del potere.
Vi è, infine, ma con significato preminente da considerare la funzione propulsiva di visioni ideali, di rilevanti tensioni etiche, di baluardo difensivo del potere giudiziario e dei suoi appartenenti che il Presidente Frasca ha saputo e voluto svolgere in occasioni rituali e pubbliche, che magari in taluni auspici si sarebbe reputato preferibile confinare nell’area della fredda ed inanimata ufficialità pur a cospetto di ribollimenti sociali e di fervidi confronti. Egli, senza mai dismettere la dignità della toga e proponendosi come Persona di ideali e non di fazione, ha reso noti, arricchendoli di propri alti contributi di pensiero, sentimenti diffusi di preoccupazione circolanti nella magistratura italiana alla vigilia di un appuntamento referendario che potrebbe irreversibilmente mutarne il volto con decremento di un assetto collaudato nel tempo e probabilmente meritevole di maggior considerazione in ragione della crescita del livello di civiltà giuridica da cui ha tratto giovamento il popolo italiano sin dal primo gennaio 1948. E le diapositive proiettate sullo schermo di questa aula magna, della Costituzione, insieme ad esposizioni del pensiero di giuristi e statisti che hanno professato il culto della democrazia, costituiscono la più vivida rappresentazione dell’impegno civile, culturale, professionale di Matteo Frasca nel corso del periodo di magistero presidenziale. E le relazioni inaugurali degli ultimi anni giudiziari rappresentano un’indicazione di direzione ai più giovani magistrati ed ai cittadini che si avvicinano, fiduciosi o titubanti, ai palazzi di giustizia :e la direzione, per la saldezza e la salvezza del nostro Stato e dei principi posti a suo fondamento, non può che essere quella della fiducia nelle Istituzioni strutturate secondo un collaudato sistema organizzativo, di governo autonomo, di comune ed inseparabile formazione culturale, che appare oltremodo rischioso modificare radicalmente.
Per questo messaggio, esplicito, diretto, coraggioso, c’è diffusa e convinta ragione di gratitudine verso Matteo Frasca da parte dell’intera comunità che si raccoglie a difesa di valori ed istituzioni da non mettere a repentaglio ma da preservare. Non per neofobia ma in nome di una stabilità che ha permesso in questi ultimi 80 anni di affinare e rafforzare, mediante un’incessante opera evolutiva, le fondazioni dello stato di diritto.
Lunga e felice vita biologica e professionale a Lui, serena attività presente e futura all’intera magistratura del distretto così a lungo autorevolmente diretta e garantita.
