ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Recensione

La questione israelo‑palestinese e la forma politica del possibile

A proposito del libro di Tecla Mazzarese Fuori tempo massimo? “Apeirogon” e la questione israelo‑palestinese
16 maggio 2026
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ABSTRACT

Ciò che colpisce, nel testo di Tecla Mazzarese, non è soltanto la posizione che assume, ma il punto da cui decide di parlare. In un contesto dominato dall’urgenza e dalla saturazione emotiva, Fuori tempo massimo? “Apeirogon” e la questione israelo‑palestinese compie infatti un gesto controcorrente ma profondamente radicale: mette in discussione l’idea che il presente sia chiuso e compiuto e lo riapre a una dimensione storica e politica che il discorso pubblico tende a comprimere.

Non si tratta semplicemente di “contestualizzare”. Piuttosto, il testo mette in crisi una delle operazioni più pervasive della narrazione dominante: la costruzione di un’origine. L’idea che il 7 ottobre rappresenti uno spartiacque assoluto, un punto zero da cui tutto si spiega e si giustifica, viene qui smontata con rigore. Non per attenuarne la violenza, ma per sottrarre quella data alla funzione che le è stata assegnata: quella di cancellare la continuità.

È proprio questa restituzione del tempo lungo a rendere nuovamente pensabile ciò che oggi appare impraticabile. Il riferimento ad Apeirogon non è solo evocativo: è una scelta teorica. L’immagine di una figura dai lati infiniti diventa una forma di pensiero del conflitto, che rifiuta la linearità e la riduzione. In questo senso, il romanzo di Colum McCann non viene utilizzato come semplice cornice narrativa, ma come dispositivo critico che permette di disarticolare le semplificazioni e di riaprire il campo delle possibilità.

È dentro questo movimento che si colloca la messa in discussione della formula dei “due popoli, due stati” che oggi appare sempre meno praticabile, fino a ridursi a un orizzonte incapace di misurarsi con la realtà concreta del conflitto.

A emergere è allora una proposta che oggi viene relegata ai margini del dibattito: quella di uno Stato unico, binazionale e laico. Ma il punto non è tanto la sua immediata realizzabilità quanto la prospettiva politica che dischiude: uscire dal regime delle alternative obbligate.

In questo quadro, uno dei passaggi più rilevanti riguarda la ricostruzione della continuità delle strategie militari israeliane. Il richiamo al Piano D e alla cosiddetta Dahiya Doctrine non ha una funzione meramente storica, ma critica: mostrare come la violenza contemporanea non sia un’anomalia, bensì l’esito coerente di una concatenazione che il discorso pubblico tende a rimuovere. È proprio questa rimozione – insieme al disconoscimento di molti accadimenti storici – a rendere il presente opaco e a impedire di leggerlo per ciò che è.

E tuttavia, il testo non si esaurisce nella denuncia. Al contrario, introduce un elemento che ne modifica profondamente il registro: l’attenzione per ciò che resiste. Anche dentro un contesto segnato dalla violenza, il testo mette in evidenza pratiche e posizioni che incrinano la presunta compattezza del consenso bellico. Le forme di dissenso nella società israeliana, il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani, le pratiche di solidarietà: elementi spesso marginalizzati, ma decisivi per comprendere che il conflitto non coincide interamente con le sue espressioni più violente. In questo senso, realtà come B’tselem assumono un valore che va oltre la testimonianza: indicano la possibilità di una frattura interna al discorso dominante, mostrano che l’identità non è un blocco compatto e che esiste una pluralità di posizioni anche là dove tutto sembra ridursi a schieramento.

È a partire da questo livello che si apre, quasi in controluce, una dimensione ulteriore: quella di pratiche politiche fondate sulla relazione. Il testo non le tematizza direttamente, ma si muove nello stesso campo di possibilità di esperienze come quelle promosse dalle donne israeliane di Women Wage Peace e dalle donne palestinesi di Women of the Sun, che insistono sulla necessità di tornare a parlarsi proprio mentre il linguaggio pubblico si irrigidisce nella logica della separazione.

Qui emerge forse il tratto più originale del saggio: l’idea che la questione della pace non sia solo un problema di soluzioni istituzionali, ma di forma politica del possibile. Tornare a parlarsi, in questa prospettiva, non è un gesto retorico né un richiamo morale, ma una pratica esigente che implica condizioni materiali e trasformazioni profonde – prima fra tutte la fine dell’occupazione.

È su questo crinale che il testo trova la sua forza più incisiva. Non nell’offrire un modello compiuto, né nel delineare un esito, ma nel disattivare l’idea che il campo del possibile sia già interamente dato. In questo senso, il saggio non invita a immaginare scenari astratti, ma a riconoscere che è dentro le condizioni presenti – anche le più segnate dalla violenza e dalla chiusura – che si gioca la possibilità di un loro spostamento. Non come evento improvviso, ma come processo che prende forma nelle fratture, nelle resistenze, nelle relazioni che non si lasciano assorbire dalla logica dominante.

È lì, in questa trama non lineare e spesso marginale, che il conflitto smette di coincidere interamente con la sua riproduzione e torna a essere terreno di trasformazione. Non perché esista una via già disponibile, ma perché il possibile non è mai del tutto esaurito da ciò che si impone come inevitabile.

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