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Quando si parla di diseguaglianza economica, il dibattito tende quasi sempre a trasformarsi in una contrapposizione di valori. Da una parte chi considera la redistribuzione una necessità di giustizia sociale; dall’altra chi teme che un’eccessiva progressività fiscale penalizzi il merito, il risparmio, l’iniziativa individuale e, in ultima analisi, la crescita. Credo sia utile, invece, spostare la discussione su un terreno diverso: ridurre la diseguaglianza non è soltanto un’esigenza etica o addirittura religiosa: è una necessità economica! È questa una tesi che ho già argomentato nel mio libro Diseguaglianza, redistribuzione e crescita (Vita e Pensiero, 2016). In effetti, la letteratura individua numerosi meccanismi attraverso i quali una diseguaglianza eccessiva può frenare la crescita. Per citarne solo alcuni, osserviamo innanzitutto come i fallimenti del mercato del credito possono impedire ai meno abbienti di investire nell’istruzione o nell’attività imprenditoriale, non per mancanza di capacità, ma di garanzie, lasciando così inutilizzato capitale umano potenzialmente produttivo. Inoltre, le rendite di posizione possono proteggere chi è già avvantaggiato, riducendo concorrenza e innovazione. La trasmissione intergenerazionale della ricchezza tende poi a perpetuare le diseguaglianze e a ridurre la mobilità sociale, facendo dipendere le opportunità più dalla famiglia di origine che dal talento individuale. Infine, forti disparità possono indebolire la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni, aumentando conflittualità e instabilità e creando un ambiente meno favorevole agli investimenti e alla crescita.
L’idea non è, evidentemente, cancellare ogni differenza di reddito: le differenze che riflettono capacità, impegno, innovazione e produttività svolgono una funzione di incentivo per l’economia. Il problema nasce quando la posizione di partenza determina quella di arrivo. Se un giovane capace non può studiare per mancanza di risorse, è l’intera economia a perdere capitale umano e crescita. In passato ho già richiamato l’attenzione sulla progressiva trasformazione della nostra società dalla “meritocrazia” all’“ereditocrazia” (Avvenire, 24 settembre 2025), cioè sul rischio che le condizioni familiari pesino sempre più sulle possibilità individuali. E, limitandoci alla sola imposta sul reddito delle persone fisiche, ho anche successivamente ricordato quanto radicalmente fosse cambiata l’IRPEF dal momento della sua introduzione nel gennaio del 1974 con la attuazione della riforma legata alle figure di Luigi Preti e Bruno Visentini (Avvenire, 2 novembre 2025). Nella sua prima applicazione tale imposta prevedeva, in effetti, un’aliquota marginale massima del 72% applicata a chi oggi guadagnerebbe più di 4 milioni di euro, mentre oggi l’aliquota marginale massima è del 43% per chi supera appena 50.000 euro. La sproporzione è evidente! Un individuo un tempo veniva classificato come “ricco” a partire da una soglia estremamente elevata, e tale categoria riguardava un gruppo molto ristretto di individui che veniva colpito da una aliquota fortemente progressiva. Oggi la soglia della “ricchezza” è molto più bassa ed è superata da ben 3 milioni di contribuenti, caratterizzati da profili reddituali molto diversi, ma tutti equiparati dal punto di vista della tassazione diretta. Il sistema originario poi prevedeva una pluralità di scaglioni (32 per l’esattezza) che rendeva assai più graduale il realizzarsi della progressività prevista in Costituzione.
La domanda, allora, è molto concreta: è possibile oggi aumentare significativamente la progressività senza diminuire il gettito complessivo e, soprattutto, senza aumentare le imposte per la stragrande maggioranza degli italiani?
Ho provato a rispondere a questa domanda analizzando i dati pubblicati dal Dipartimento delle Finanze del MEF, nella sua sezione Analisi statistiche sulle dichiarazioni, relativi alla distribuzione dei contribuenti per classi di reddito. (I dati sono disponibili sul sito del MEF per le dichiarazioni del 2025 relative all’anno di imposta 2024).
Va detto con chiarezza che il nostro esercizio non pretende di delineare una riforma fiscale completa, la quale dovrebbe considerare anche altre forme di tassazione. Esso vuole solo mostrare quali margini redistributivi esistano già oggi all’interno dell’attuale struttura dell’IRPEF. Il vincolo imposto alla simulazione è particolarmente severo: il gettito complessivo deve rimanere invariato. Non si tratta quindi di aumentare le tasse per finanziare nuova spesa pubblica, ma semplicemente di distribuire diversamente fra i contribuenti il medesimo carico fiscale.
Lo schema che abbiamo ipotizzato conserva innanzitutto l’esenzione fino ai 7.500 euro. Per i 19.345.656 contribuenti che nel 2025 dichiaravano un reddito compreso fra 7.500 e 22.000 euro, l’aliquota, nello scenario che ho delineato, scenderebbe dall’attuale 23% al 22%. All’estremo opposto della distribuzione, la maggiore progressività riguarderebbe esclusivamente i redditi molto elevati. In particolare, per gli 84.375 contribuenti con reddito tra 200.000 e 300.000 euro l’aliquota marginale sulla quota eccedente i 200.000 euro salirebbe dal 43% al 48%; per i 35.734 contribuenti con redditi tra 300.000 e 500.000 euro essa salirebbe al 53%; per i circa 17.500 contribuenti con un reddito compreso tra i 500.000 euro e il milione arriverebbe al 60%; infine, per i circa 5.000 contribuenti che dichiarano più di un milione di euro, essa raggiungerebbe il 68%. È importante sottolineare alcuni aspetti. Il primo è che queste aliquote più elevate, secondo il normale funzionamento di un’imposta progressiva per scaglioni, si applicherebbero soltanto alla parte di reddito che ricade negli scaglioni superiori, non all’intero reddito. Il secondo è che anche i contribuenti più ricchi beneficerebbero della riduzione prevista sulla parte iniziale del loro reddito. Infine, le aliquote previste in questo esercizio si collocano all’interno di quelle varate dalla legge Visentin. Quest’ultima prevedeva aliquote dal 10% al 72% mentre nella nostra simulazione esse variano tra il 22% ed il 62%. Per i redditi superiori al milione non è stato possibile affinare ulteriormente l’esercizio perché i dati pubblicamente disponibili non consentono una disaggregazione sufficiente. Se conoscessimo con maggiore dettaglio la distribuzione all’interno di quella fascia (distinguendo, per esempio, tra chi dichiara 1, 2, 5 o 10 milioni di euro) sarebbe possibile immaginare ulteriori gradini di progressività, evitando di trattare allo stesso modo situazioni reddituali molto differenti.
Il risultato è significativo: circa 42 milioni di contribuenti, il 99,6% della platea considerata, beneficerebbero di un prelievo inferiore a quello attuale, mentre il maggiore onere riguarderebbe una frazione minima: i 58.234 contribuenti sopra i 300.000 euro, pari allo 0,14% della platea, e, in misura più contenuta, gli 84.375 tra 200.000 e 300.000 euro. Anche per loro l’aliquota maggiore riguarderebbe però soltanto gli scaglioni superiori. Per fare un esempio un contribuente nella classe 200‑300 mila euro pagherebbe lo 0.45% in più di quanto non faccia ora, uno nella classe 300‑500 mila euro il 2.9% in più, uno nella classe da 500 mila euro a 1 milione di euro il 6.7% in più e chi è nella classe oltre il milione di euro l’8.5% in più.
Non è una proposta contro i ricchi. È un modo diverso di intendere la fiscalità: chiedere un poco meno a moltissimi e di più solo ai pochissimi che detengono le quote di reddito più elevate, mantenendo invariato ciò che lo Stato incassa. Ma il punto fondamentale è che non si tratta di un gioco a somma zero. Se ridurre la diseguaglianza amplia le opportunità, sostiene il capitale umano e aumenta la mobilità sociale, la torta stessa può diventare più grande. Con la cautela necessaria a non confondere correlazione e causalità, nel mio libro già citato ho mostrato come nei Paesi OECD livelli più elevati di diseguaglianza all’inizio del periodo risultassero associati a una crescita successiva più debole del reddito pro capite negli anni successivi. Non è una legge dell’economia. È però un’indicazione che dovrebbe indurci a considerare la diseguaglianza non soltanto attraverso la lente della giustizia distributiva, ma anche attraverso quella della crescita. La progressività fiscale prevista dall’articolo 53 della Costituzione nasce dal principio della capacità contributiva, ma a questa motivazione costituzionale possiamo affiancarne una seconda più strettamente economica. Una società nella quale tutti possono partecipare alla crescita, investire nelle proprie capacità e migliorare la propria posizione indipendentemente dalla famiglia nella quale sono nati non è soltanto una società più equa: è un’economia che utilizza meglio le proprie risorse.
La nostra simulazione non pretende certo di indicare le migliori aliquote possibili. Mostra che esiste uno spazio concreto per restituire progressività all’IRPEF, ridurre il prelievo sui redditi medio‑bassi, contrastare le diseguaglianze e sostenere la crescita mantenendo invariato il gettito. Dopo anni nei quali il dibattito fiscale si è concentrato sulla riduzione degli scaglioni, forse è tempo di porre una domanda diversa: non quante aliquote possiamo eliminare, ma quanta progressività possiamo recuperare per rimettere in moto la crescita.
