ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

SANTIAGO – ITALIA di Giovanni Liberati

SANTIAGO – ITALIA di Giovanni Liberati

I fatti di qualche giorno fa, collegati al divieto di sbarco dell’ultima nave di una ONG con a bordo migranti salvati in mare, le polemiche che ne sono seguite, e, soprattutto, la violenza espressa nei confronti della comandante della nave, anche da cittadini di Lampedusa al momento del suo arresto, mi hanno fatto ripensare al film di Nanni Moretti Santiago – Italia, a quanto ci fa riflettere sull’Italia di oggi, su come è, soprattutto, su come siamo diventati Noi italiani, rispetto a come eravamo ( all’epoca del film e anche prima).

Ci possono essere molti modi diversi per fare un film sull’Italia di oggi e sugli italiani. Per parlare di politica, di questioni sociali e per toccare temi che sono centrali, come l’accoglienza, la solidarietà, l’inclusione sociale, la tolleranza e il razzismo. Per ragionare di questi argomenti, che se rappresentano la parte più accesa del dibattito politico di questi ultimi anni, sono anche alla base di arroccamenti culturali sempre più netti e spesso immotivati, o comunque privi di una base razionale, in seno all’opinione pubblica.

Ci sarebbero molti modi dunque, ma forse quello scelto da Nanni Moretti – e cioè andarsene il più lontano possibile dall’Italia – è l’unico veramente possibile. Santiago, Italia, infatti, è un film che parla del nostro Paese di oggi ma che lo fa partendo da 12000 km e 45 anni di distanza. Ci racconta, innanzitutto, che c’è stato un altro 11 settembre, un po’ meno ricordato ma altrettanto terribile di quello del 2001: quello del 1973, quando l’esercito cileno guidato dal generale Pinochet (con il supporto ideologico ed economico degli Stati Uniti) rovesciò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende, instaurando una dittatura lunga diciassette anni che piegò duramente il Cile e stroncò in maniera inesorabile il processo democratico del Paese sudamericano. Le immagini del Palazzo della Moneda (la residenza presidenziale) bombardata dai caccia dell’esercito e le ultime parole di Allende, asserragliato nel palazzo, pronunciate per radio poco prima di suicidarsi, fanno parte dell’immaginario collettivo di molte generazioni e sono state consegnate alla storia.

Quello che forse è meno noto è quanto nei giorni e nelle settimane successive al golpe il ruolo dell’Italia sia stato fondamentale nell’opposizione al regime appena instauratosi. Mentre la dittatura aveva già iniziato le durissime e barbare persecuzioni nei confronti dei sostenitori di Allende, l’ambasciata italiana a Santiago iniziò ad accogliere centinaia di persone che cercavano di sfuggire ai rastrellamenti, arrivando ad ospitarne fino a seicento. Nei mesi successivi, grazie ai funzionari dell’ambasciata, al Ministero degli Esteri di allora, guidato da Aldo Moro, e al decisivo supporto del PCI, l’Italia riuscì a organizzare il trasferimento di tutti gli asilados che avevano ottenuto rifugio nella ambasciata italiana nel nostro Paese, dove la permanenza fu loro garantita a tempo indeterminato e dove tutti riuscirono a inserirsi nel tessuto sociale, trovando un lavoro, spesso grazie alle “cooperative rosse”, e radicandosi in Italia, dove sono rimasti, fatta eccezione per i pochi che, dopo la caduta della dittatura, fecero la scelta di fare ritorno in Cile.

Moretti documenta il dolore di un popolo che ha visto sfiorire atrocemente il proprio sogno democratico, raccogliendo i ricordi dei testimoni di tutto quell’orrore e di tutta quella violenza. E affida ai suoi interlocutori la memoria legata alla solidarietà, all’impegno e all’accoglienza che l’Italia seppe dimostrare. Nel film le testimonianze degli italiani sono pochissime (come le dichiarazioni di uno degli allora funzionari dell’ambasciata: Piero De Masi che con il collega Roberto Toscano ebbe un ruolo decisivo nella storia), il resto del racconto avviene per mezzo delle parole dei cileni. L’intento di Moretti è quello di lasciare che a parlare di noi siano gli altri, gli stranieri, i migranti e i rifugiati dell’altra parte del mondo. Vuole che dell’Italia emerga un punto di vista esterno, sconosciuto e laterale, qualcosa che non siamo abituati ad ascoltare e che nessuno, in fondo, ci ha mai raccontato. Ne risulta il ritratto di un paese aperto, curioso, solidale. Sono determinanti in questa storia – come è ovvio – le questioni ideologiche e politiche ed è innegabile che tutto abbia una connotazione fortemente di sinistra. Eppure i cileni che raccontano l’Italia degli anni Settanta – benché siano tutti militanti socialisti e siano stati accolti col favore del PCI – descrivono commossi e riconoscenti un Paese che si dimostrò ospitale e pronto a farsi carico della vita e della sorte di rifugiati stranieri con prontezza e disponibilità e nonostante le difficoltà che stava a sua volta affrontando. Un Paese che sembra stare da un’altra parte – oltre che in un altro tempo – e che a sentirselo raccontare con tanta riconoscenza e tanto calore sembra un posto in cui chiunque vorrebbe vivere.

Eppure non è un film nostalgico Santiago, Italia e nemmeno una celebrazione del “come eravamo” o degli “italiani brava gente”, dell’epoca in cui ascoltavamo gli Inti Illimani o nella quale la squadra italiana di Coppa Davis giocò per protesta la finale con il Cile in maglietta rossa (quando i gesti erano rigorosamente bianchi). Rappresenta invece una voce dissonante all’interno di un dibattito che nel nostro Paese si sta sempre più radicando su posizioni populiste e che si nutrono di un nazionalismo approssimativo e strumentale. Dove concetti come quello di “rifugiato”, “richiedente asilo”, “profugo” o “migrante” hanno assunto connotazioni negative che vanno al di là del loro significato intrinseco e che hanno lentamente smarrito la propria accezione semantica per diventare antonomasie di una forma mentis, di un’espressione culturale o ideologica.

Ma quello di Moretti è anche uno sguardo (ancora una volta) non riconciliato nei confronti della sinistra e delle sinistre di oggi. Allo smarrimento dei partiti progressisti contemporanei, soprattutto in Italia, egli contrappone (idealmente) i sentimenti di fiducia, caparbia voglia di rinnovamento e freschezza veicolati dall’affermazione del socialismo democratico di Allende. La forza dirompente di un sogno di cambiamento – quello cileno fu il primo governo socialista democraticamente eletto della storia – che venne accolto con grande entusiasmo in tutto il mondo e la cui tragica fine rappresentò uno choc per milioni di persone. Un’esperienza che ha rappresentato non solo un’occasione mancata ma anche la fine di una speranza che lì, come altrove, non ha più avuto modo di rinascere. E se sostenere che il Cile di allora somigli all’Italia di oggi – come asserisce uno degli intervistati sul finire del film – è davvero troppo azzardato, è pur vero che spesso voltarsi indietro e vedere come speranze ed entusiasmi del passato siano soffocati nel realismo del presente è la più cruda delle prese di coscienza.

Ma, e mi ricollego all’inizio e alle vicende di questi giorni, ancora più cruda è la presa di coscienza non tanto di “come eravamo”, quanto di “come siamo diventati”: da Paese la cui stessa ambasciata era un luogo sicuro per i perseguitati, ospitati in tutti gli spazi disponibili e anche nel giardino dell’ambasciata stessa, che organizzò il trasferimento in pullman degli asilados all’aeroporto attraverso una città militarizzata, che li accolse garantendo a tutti il diritto di soggiorno a tempo illimitato e consentì loro di inserirsi nella nostra società in modo dignitoso e confacente alle loro aspirazioni e capacità professionali, a Paese nel quale viene vietato l’approdo a navi con a bordo persone salvate in mare, nel quale i “migranti” sono descritti come un pericolo, in cui la comandante di una nave di salvataggio viene insultata pesantemente al suo arrivo a terra: al di là delle valutazioni singole su casi specifici e delle opzioni ideali o ideologiche, ciò su cui ci fa riflettere quel film è la necessità di recuperare i valori dell’accoglienza, della solidarietà, dell’inclusione sociale e della tolleranza, che hanno connotato e caratterizzato le stagioni migliori della Storia italiana recente.

 

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