ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Il ragionare per principi e paradossi di Sciascia e la riforma costituzionale

28 febbraio 2026
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ABSTRACT

La campagna referendaria continua a sorprendermi. Da ultimo, ho scoperto che esiste un comitato per il Sì che ha inteso chiamarsi "Pannella-Sciascia-Tortora" (o "Pannella-Tortora-Sciascia"? I nomi sono comunque quelli, rigorosamente separati dal trattino). Me lo dovevo aspettare. In questa campagna referendaria sono state estratte dall’album della Repubblica (o del Regno d’Italia) le più disparate figurine, da Giovanni Falcone a Giacomo Matteotti; e in effetti dovevo aspettarmi che l’album non fosse finito.

L’operazione di maquillage compiuta utilizzando il nome di Tortora è evidente: con la separazione delle carriere, la duplicazione degli organi di governo della magistratura (e delle relative spese di bilancio, cioè dei nostri soldi), il sorteggio dei loro componenti (cioè la loro delegittimazione democratica), finalmente si porrà fine alla serie di errori giudiziari. È stato detto davvero.

In realtà, numeri alla mano (mai stato bravo coi numeri, però), quelli che vengono definiti errori giudiziari (tacendo il fatto che nella realtà empirica non esiste giudizio che non abbia margine di errore) rischiano di moltiplicarsi: perché se oggi pubblico ministero e giudice condividono la stessa cultura della giurisdizione, appunto finalizzata – attraverso la comune formazione e l’aggiornamento professionale – a ridurre questo (fatale) margine di errore, domani il pubblico ministero, allontanato, anzi scacciato da questa cultura, sarà immesso e immerso nella sub-cultura poliziesca: da giudice a super-poliziotto, per intenderci. Un bell’affare, per il cittadino alle prese con la giustizia.

Un giudice è perso per strada, e non uno qualunque. Il primo giudice della vicenda e della condotta umana, quello che dà avvio al procedimento, quello che si studia gli atti appena sfornati dalla polizia giudiziaria e fa le sue richieste: e sarà perché faccio il pubblico ministero, ma lo ritengo, questo giudice, il più importante. Questo giudice non sarà più tale: e se in una procedura, nella sua prima fase, da due giudici si passa ad uno solo, per logica (mai stato bravo con la logica, però) gli errori giudiziari non si azzerano, ma raddoppiano. È un ragionamento paradossale; non meno delle ragioni che hanno spinto ad utilizzare il caso Tortora a favore della riforma.

Ma rimango ancora più perplesso per l’utilizzo del nome di Sciascia, addirittura intestandogli un comitato per il Sì. Ovviamente, mai Sciascia si è espresso sul tema, neppure di sfuggita, neppure implicitamente: del resto, è morto in coincidenza con l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura, di quel sistema accusatorio che – secondo i sostenitori del Sì – dovrebbe vedere giudici e pubblici ministeri "separati" per ragioni – dicono – consustanziali. E allora perché lo si tira per la giacchetta? Perché è una delle migliori figurine dell’album della Patria, che si è interrogato ininterrottamente sul senso della legge e della giustizia; e qualcuno, evidentemente, non ha saputo resistere alla tentazione di affiancarlo a Tortora, Falcone, Matteotti, ecc. ecc.

In realtà, nessuno saprebbe dire quale posizione avrebbe preso il maestro di Racalmuto in questa campagna referendaria; certo è che una posizione avrebbe preso, ed anche polemicamente; certo avrebbe sorpreso estimatori e detrattori, come era abituato a fare. Quasi quarant’anni dopo la sua morte, visto che si è deciso di tirarlo in ballo, meglio farlo con cognizione di causa: il che può voler dire soltanto lasciarsi suggestionare dalla sua opera e dal suo pensiero, per chi l’abbia assimilata. E andando di suggestione in suggestione, io mi sono convinto che sarebbe stato per il No. Forse, sarebbe stato per il No, e vi spiego perché.

Anzitutto, lui, che era per la centralità del Parlamento, prima espressione democratica, mai avrebbe condiviso il modo con cui questa riforma è nata (nelle segrete stanze dell’esecutivo, per essere imposta senza un reale confronto tra le forze politiche, con una procedura parlamentare condotta a tappe forzate): per questa sua convinzione, d’altronde, aveva accettato la candidatura, da indipendente, tra le file del partito radicale, salvo poi scoprire che il Parlamento stava, già allora, perdendo la sua funzione. Congedandosi da Montecitorio, Sciascia disse – scoraggiato – di avere «fatto quello che ho potuto», in un Parlamento in cui «ci saranno trecento anime morte, gente che sta lì a fare numero». Facile intuire cosa avrebbe detto di una riforma costituzionale mai davvero maneggiata dai parlamentari, definita fin da subito "inemendabile".

A questo proposito: Sciascia venne candidato da Pannella, il quale se di separazione parlava, lo faceva denunciando da ogni pulpito «il progressivo venir meno della separazione fra partiti e Governo, fra partiti e Parlamento, fra partiti e Governo [che] ha fatto saltare il sistema democratico di bilanciamento tra i poteri». A occhio, neanche lui avrebbe condiviso il metodo della riforma.

L’uno e l’altro – questo il punto – credevano fermamente nel principio di separazione dei poteri fissato nella Costituzione, sebbene già negli anni Ottanta Sciascia guardasse il Paese entrare «in una fase "pre-Montesquieu": i tre poteri, che dovrebbero restare indipendenti, si sono riunificati nella partitocrazia»; credeva, ancor più intensamente, nella globalità dei principi indicati nella Costituzione: «lo Stato per me è la Costituzione», intesa nell’insieme soprattutto dei limiti fissati, tanto per l’ingerenza di un potere nei confronti dell’altro, tanto per l’esercizio stesso del potere.

Sciascia, che della cultura francese – illuministica, pascaliana – si sentiva intriso, ragionava per principi: e con gli stessi principi i suoi personaggi dovevano fare i conti. Tutti ricordano l’obiezione che il capitano Bellodi rivolge a se stesso, dopo avere avvertito, nella lotta impari al boss mafioso che stava conducendo, «l’angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi», vagheggiando «un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione [...]. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre». E invece al Bellodi-Sciascia vengono subito alla memoria «le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee». Come tutti gli uomini del suo tempo, come tutti gli intellettuali del suo tempo, egli aveva ben chiaro il senso stesso della Costituzione, frutto del sacrificio della lotta partigiana, rimedio definitivo contro ogni forma di autoritarismo, di ieri e di domani.

Avrebbe mai accettato una riforma così radicale, così vasta, della Costituzione, al punto da riscrivere daccapo la parte su uno dei tre poteri dello Stato: «che dovrebbero restare indipendenti»? Di più: se Sciascia, con la sua concezione eretico-comunista del mondo improntata alla sacralità del libero giudizio e della libera contraddizione (primo, questo, fra tutti i suoi principi), avesse avuto anche solo il sentore che la riforma avrebbe nel lungo termine dissolto l’ombrello dell’indipendenza, vi si sarebbe opposto con ogni sua energia.

La parte da riscrivere è quella sulla magistratura: e a Sciascia i magistrati, salvo qualche eccezione dettata dalla conoscenza personale, non erano granché simpatici: pur riconoscendo l’essenzialità della funzione giudiziaria, pur avendo scritto uno dei suoi racconti più belli per mostrare all’insonnolito Paese ciò che accade quando l’autonomia del giudice è assediata dagli altri poteri (Porte aperte), li riteneva tassonomicamente espressione di un potere autoreferenziale. È rimasto ineguagliato, nella letteratura contemporanea, il dialogo che l’investigatore Rogas conduce con il presidente della Corte Suprema, che proclama beffardamente, dopo essersi definito bocca della legge, e appunto per questo: «l’errore giudiziario non esiste».

Ecco che si torna al punto dell’errore giudiziario, cui Sciascia chiaramente attribuisce all’autoreferenzialità dei magistrati la scaturigine: e a maggior ragione adesso ci si può chiedere: non sarà forse accresciuta l’autoreferenzialità con la duplicazione dei poteri, con la creazione di un potere a sé, necessariamente – e spaventosamente – autoreferenziale, quale quello del pubblico ministero?

Non a caso, di questo potere, del potere inquisitorio "puro", Sciascia aveva gran timore ingaggiandovi straordinaria lucidità di pensiero. Da tutti i suoi romanzi a sfondo poliziesco si coglie distintamente la distinzione tra indagine ed inquisizione, tra inquirente e inquisitore: il primo è il garante leale della verità (il capitano Bellodi, l’ispettore Rogas, il procuratore Scalambri quando dà ascolto al pittore di Todo modo), il secondo è colui che, fingendo di interrogare, vuole imporre la propria verità (Juan Lopez de Cisneros: e Morte dell’Inquisitore non è solo un titolo qualunque della produzione sciasciana, ma un programma politico-letterario, un suo rivoluzionario motto). Cosa direbbe, Sciascia, di un pubblico ministero scacciato dalla cultura giurisdizionale tutta improntata alla genuina, leale ricerca della verità? Morte all’inquisitore, forse direbbe.

Ma ciò che più mi persuade, nella mia sciasciana (e quindi intensamente dubitativa) convinzione, è quanto egli scrisse sul giudice istruttore Terranova, che egli conosceva personalmente: di tutta la sua produzione, mi sembrano le frasi che più entrano nel tema che ci occupa.

«Per essere stato implacabile e acuto nemico della mafia, Terranova sarà sempre ricordato. [...] Ma qui ed ora io voglio anche ricordare il suo essere giudice non solo nell’accusare e nel colpire ma anche nell’assolvere, nel liberare». Sciascia ha voluto sottolineare il doppio profilo, di accusatore e giudice, di essere stato Terranova giudice che accusa (di essere cioè pubblico accusatore) e giudice che assolve e libera. Terranova, infatti, dopo essere stato giudice istruttore, aveva scelto di essere pubblico ministero, trasferendo il momento intimo del giudizio nella funzione di pubblica accusa; e per questo duplice profilo, con cui ha lottato contro la mafia e per cui dalla mafia è stato ucciso, dice Sciascia, «sarà sempre ricordato».

Con la sua stessa esperienza giudiziaria Terranova ha mostrato quanto il passaggio tra l’esperienza giudicante e quella requirente porti a compimento quel percorso di formazione culturale che vede nella giurisdizione non l’arroccamento nelle proprie posizioni ma la comprensione dei fenomeni, in specie di quelli più complessi, e quindi l’accertamento dei fatti; e quindi la tensione alla verità. Era un pubblico ministero capace di giudicare, meglio di un giudice, per avere attinto a piene mani da quella cultura: «Due casi mi sono trovato a seguire da vicino in cui persone indicate come colpevoli sono state da lui riconosciute, per come erano, innocenti. E non era facile. Gli ci voleva il suo "candore" per arrivare a tanto, la sua capacità di far tabula rasa di prevenzioni e pregiudizi, la sua prontezza a cogliere, al di là delle apparenze, gli elementi della verità». Sciascia non sembra stranirsi di fronte ad una capacità di giudizio trasversale alle funzioni giudiziarie, che nel momento in cui scriveva (1982) erano più comunicanti e limitrofe che mai: altro che separazione delle carriere, con creazione di un ulteriore, autoreferenziale, potere giudiziario: quello dei pubblici ministeri, ovvero dei pubblici accusatori.

Era, in definitiva, questo formante culturale improntato – illuministicamente – alla verità l’unico modo, ai suoi occhi, per evitare il protrarsi di una ingiustizia atavica, impossibile da redimere, che in luoghi come la Sicilia è ancora più avvertita: di «quel che da sempre tutti sanno: che la legge non è uguale per tutti, che non è giusta la giustizia». Era il suo principio e al tempo stesso il paradosso cui si sentiva più legato, che riversava nei suoi scritti e spiattellava alla società di ieri e di oggi, sfidandoci a provare il contrario. Ecco perché Sciascia non passerà mai.

Ecco perché Sciascia è stato tirato per la giacchetta. Da una parte e dall’altra, dal Sì e dal No, si dice che proprio questo sia il rischio che corre la democrazia: che la legge non sia uguale per tutti, che non sia giusta la giustizia. E il conforto acritico di Sciascia, per l’una e l’altra parte, checché se ne dica, non lo si può avere; ognuno elabori le proprie suggestioni, se vuole, e il dibattito ne risulterà certo più ricco.

Ma di una cosa possiamo dirci certi: che Sciascia, da autentico cercatore della verità, detestava le mistificazioni. È quindi una fortuna che questa campagna referendaria gli sia stata risparmiata.

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