ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

La crisi del primo quarto di secolo del secondo millennio

1 gennaio 2026
La crisi del primo quarto di secolo del secondo millennio

1. L’anno che questa notte si è concluso è stato un anno profondamente segnato dalla crisi delle certezze che noi europei avevamo ereditato dal secolo scorso: il diritto a una pace perenne, il ripudio della guerra; la legittimazione degli organismi sovranazionali alla repressione dei crimini contro l’umanità; il principio del pari trattamento davanti alla legge; il sistema del bilanciamento dei poteri; il rispetto della persona e dei popoli.

Approdi che credevamo acquisiti una volta e per sempre sembrano allontanarsi.

Del resto, i sistemi democratici – così come gli strumenti e gli organismi sovranazionali deputati alla tutela dei diritti dell’umanità – non nascono una volta per tutte: essi vanno costruiti e ricostruiti ogni giorno[1].

Viviamo un’epoca in cui sembra si sia avviato un profondo processo di delegittimazione dei giudici, delle corti internazionali e di tutte le istituzioni deputate al controllo di garanzia della legittimità dell’esercizio dei poteri di governo. Un processo che ha già prodotto un palpabile livello di sfiducia: verso il multilateralismo, verso le corti, verso la cultura del limite e del bilanciamento e, sul piano nazionale, verso la magistratura.

Assistiamo sempre più spesso in vari ambiti – nei conflitti, nelle relazioni fra Stati e nella gestione del fenomeno geopolitico dell’immigrazione – a una crescente intolleranza nei confronti delle istituzioni che dovrebbero vigilare sul rispetto della legalità, sul contenimento dell’uso arbitrario della forza, sulla tutela della dignità delle persone e dei popoli.

Non si tratta di una crisi teorica o astratta ma di una crisi  reale che si manifesta in due forme convergenti: da un lato attraverso il rifiuto dei controlli di legalità e dall’altro attraverso il tentativo di ridimensionare o neutralizzare gli organismi internazionali nati proprio al fine di impedire il ritorno alla legge del più forte.

La Corte penale internazionale si è trovata di fronte alla prova più difficile della sua storia: procedere contro Capi di Stato di Paesi membri del Consiglio di sicurezza, in particolare contro Vladimir Putin per i crimini commessi con l’aggressione all’Ucraina e contro Benjamin Netanyahu per i crimini commessi contro la popolazione palestinese.

È in gioco il principio che governa tutti gli organismi giudiziari: la giustizia è uguale per tutti, e ciò vale anche per i capi delle potenze occidentali o dei Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza.

È tanto vero quanto inquietante il richiamo al fatto che la Corte penale internazionale è il risultato della volontà degli Stati, ma che quella stessa volontà che l’ha istituita è anche quella che potrebbe distruggerla. Oggi non è in discussione soltanto l’azione della Corte, ma anche la volontà degli Stati di sostenerla, di difenderne la credibilità e dunque di conservarne la stessa esistenza[2].

Le pressioni politiche e le sanzioni ne sono una dimostrazione evidente. In questo ambito abbiam osservato, ad esempio, il comportamento degli Stati Uniti, i quali hanno imposto sanzioni contro i componenti  della CPI, a seguito degli interventi per la repressione dei crimini contro l’umanità perpetrati in Palestina e il comportamento della Russia che ha condannato un giudice italiano della Corte, Rosario Aitala, per decisioni relative ai crimini in Ucraina. A ciò si sono aggiunte le crescenti minacce all’indipendenza della giurisdizione internazionale, denunciate anche da magistrati (quali la giudice slovena Beti Hohler), e le difficoltà strutturali e finanziarie delle corti internazionali, aggravate dal mancato riconoscimento della loro giurisdizione da parte di grandi potenze come Stati Uniti, Cina e Russia.

Si è registrata, inoltre, una crescente impotenza di fronte a una forma nuova  di  guerra – quella di Gaza, ancor più di quella in Ucraina – la quale, come ha osservato Massimo Cacciari,  “ha cancellato ogni distinzione tra militare e civile, tra lecito e illecito, tra guerra e sterminio”. Non esiste più uno ius in bello: dove sono i militari c’è la popolazione civile, e insieme diventano il nemico. È una guerra assoluta.[3] Si tratta di una trasformazione radicale del conflitto, la quale segna una rottura storica. Infatti, se in passato anche le guerre più feroci riconoscevano, almeno formalmente, limiti e regole, oggi quel fragile baluardo sembra crollato del tutto. Non si combatte più contro eserciti, ma contro popoli; non più contro avversari politici, ma contro l’esistenza stessa dell’altro. Da qui la domanda decisiva: che ne è del diritto internazionale e del “diritto alla pace” quando la guerra diventa assoluta? Per Cacciari, l’Europa sta smarrendo le proprie radici giuridiche e morali, illudendosi che tutto possa tornare come prima una volta eliminato il nemico. Ma così facendo, avverte, crolla non solo il diritto, ma la stessa civiltà europea.

Il problema non è soltanto giuridico: è prima di tutto politico e culturale. La domanda che ci interpella è semplice e terribile: gli Stati vogliono ancora sostenere il diritto internazionale o stiamo tornando alla logica della forza? Sembra, infatti, riaffacciarsi la legge della forza descritta da Tucidide nel dialogo tra gli Ateniesi e gli abitanti di Melo: “Per legge di natura, chi è più forte comanda; questa legge non l’abbiamo istituita noi, ma l’abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per sempre”.

Sembra essersi interrotto così, ancora una volta, quel processo di incivilimento dell’umanità, quell’“addomesticamento” di cui scriveva Freud nel carteggio con Einstein promosso dalla Società delle Nazioni nel 1932.[4]

 

2. In questo contesto, da un lato con riferimento alla mancata esecuzione da parte dell’Italia del mandato di arresto emesso nei confronti di Al Masri e, dall’altro, con riferimento alle dichiarazioni di esponenti di governo circa la volontà di non arrestare Netanyahu qualora entrasse nel territorio nazionale, il nostro Paese sembra manifestare una posizione non coerente con quella assunta ai tempi della firma del Trattato di Roma.

Il governo italiano, d’altro canto, sostiene che le Corti internazionali non debbano interferire con le decisioni parlamentari sui confini e l'ordine pubblico. La principale frizione tra il governo italiano, la Corte europea dei diritti dell’uomo e la Corte di Giustizia ha riguardato il tema dei rimpatri rapidi verso paesi non pienamente sicuri. Mentre l'esecutivo accusa i magistrati italiani di "politicizzazione", usa lo stesso argomento per delegittimare le sentenze di Strasburgo che proteggono i diritti civili dei migranti o dei detenuti. Il 23 maggio 2025, l'Italia, insieme a Danimarca e altri sette Paesi UE, ha presentato una lettera aperta alla Cedu per chiedere una revisione della sua giurisprudenza. Si sostiene che l'interpretazione dei diritti umani da parte della Corte di Strasburgo impedisce di fatto le espulsioni di stranieri. A seguito di una sentenza della Cgue del 1° agosto 2025 che ha limitato la discrezionalità degli Stati nel definire i “paesi sicuri”, il Governo italiano ha accusato le corti europee di rivendicare spazi politici non di loro competenza. È stato denunciato un tentativo di bloccare il protocollo Italia-Albania attraverso decisioni giurisprudenziali internazionali. Il Governo ha manifestato poi insofferenza per una serie di condanne della Cedu contro l'Italia[5].

Sul piano interno, i rapporti tra potere esecutivo e potere giudiziario sono stati segnati da una tensione crescente. Le critiche di esponenti di governo all’esercizio della giurisdizione hanno spesso travalicato i toni istituzionali, trasformandosi in attacchi personali ai magistrati autori di decisioni sgradite.

Nel 2025 si è ulteriormente accentuato il processo di delegittimazione dei giudici civili, già avviato negli anni precedenti, fino a colpire le Sezioni Unite civili della Corte di cassazione per le decisioni in materia di soccorso in mare e diritto d’asilo. In tale occasione, le Sezioni Unite hanno riaffermato che l’obbligo di soccorso in mare costituisce il fondamento delle principali convenzioni internazionali e prevale su norme e accordi bilaterali volti al contrasto dell’immigrazione irregolare. L’allora Prima Presidente della Corte di cassazione, Margherita Cassano, è intervenuta a difesa dei giudici, ricordando che le decisioni possono essere criticate, ma che sono inaccettabili gli insulti che mettono in discussione la divisione dei poteri su cui si fonda lo Stato di diritto.

Il punto non è la conformità o meno alla legge di una singola decisione – per la quale esistono le impugnazioni e i successivi gradi di giudizio – ma la questione riguarda l’invadenza del potere esecutivo sul potere giudiziario. Attacchi analoghi hanno riguardato il Procuratore Lo Voi, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila e la Corte dei conti.[6]

In nessuno dei casi menzionati si può ragionevolmente, e secondo diritto, sostenere che il potere giudiziario abbia invaso il potere esecutivo, nessun provvedimento non previsto dalla legge è stato assunto  e nessun concreto atto di  straripamento di poteri è stato denunciato.

Questo è il contesto nel quale si colloca la riforma della Corte dei conti definitivamente approvata il 28 dicembre scorso e  questo è il contesto nel quale si colloca il progetto di riforma costituzionale della magistratura firmato da Nordio.

 

3. Il 23 ottobre 2025 la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati, Margaret Satterthwaite, ha trasmesso al Governo italiano una comunicazione ufficiale di forte preoccupazione per le modifiche proposte agli articoli 102, 104 e 105 della Costituzione, in particolare per la separazione delle carriere, la creazione di due Consigli superiori distinti, l’introduzione del sorteggio per le nomine e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare.

Secondo la Relatrice, tali modifiche rischiano di compromettere l’indipendenza della magistratura, in contrasto con gli standard internazionali sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici. La separazione delle carriere e la creazione di due Consigli superiori potrebbero indebolire in particolare l’autonomia della Procura, rendendola più esposta a interferenze politiche.

Particolari critiche riguardano anche il sistema di sorteggio dei componenti dei nuovi organi di autogoverno e la previsione di una Corte disciplinare che giudicherebbe in primo e secondo grado, eliminando il controllo di legittimità della Cassazione. Tutti elementi che, nel loro insieme, rischiano di alterare l’equilibrio tra i poteri e di ridurre le garanzie di indipendenza dei giudici.

La comunicazione delle Nazioni Unite si conclude con un appello a una revisione attenta della riforma, affinché rafforzi – e non indebolisca – l’indipendenza della magistratura e il diritto dei cittadini a un processo equo davanti a un giudice competente, indipendente e imparziale.

 

4. Questo primo quarto di secolo si chiude, dunque, sotto il segno di cambiamenti profondi e inquietanti, che interrogano la tenuta del diritto, delle istituzioni e della stessa idea di civiltà giuridica su cui l’Europa ha costruito la propria identità.

Di fronte a tutto questo, serve tornare al fondamento di ciò che chiamiamo umanesimo giuridico: bisogna tornare all’idea che il diritto non è solo una costruzione normativa, ma un progetto di civiltà.  Occorre ritrovare la rotta facendo appello alla responsabilità e alla libertà delle nostre comunità politiche.

Per la verità, non mancano segnali di reazione e di difesa: oltre quattrocento giuristi hanno sottoscritto un appello al Parlamento europeo in difesa della CPI e dei suoi giudici; accademici e organizzazioni per la difesa della legalità, anche in Italia, hanno lanciato appelli a difesa dello Stato di diritto contro gli attacchi politici alla giurisdizione.

Sul piano nazionale è fondamentale che i cittadini ricomincino a partecipare all’elaborazione etica della polis, ricomincino a fare politica o quanto meno ricomincino ad andare a votare.

Il controllo dei cittadini sulla politica che si esercita attraverso il voto negli ultimi anni  è imploso attraverso una crescente radicalizzazione dell’astensionismo. In effetti, abbiamo assistito ad un accresciuto processo di disaffezione verso la politica e verso le istituzioni con un’astensione  che si è attestata al 36% (il 42,7% nella fascia di popolazione tra i 18-34 anni)  per le politiche del 2022, mentre le regionali di quest’anno ci hanno mostrato una popolazione italiana che è andata alle urne solo nella misura del 40%.

È indispensabile invertire questo trend.

Nel mese di marzo saremo chiamati a esprimere il voto per opporci alla riforma costituzionale proposta da Nordio e Meloni. 

Si tratta di una riforma che ha l’obiettivo manifesto di incidere sul principio della separazione dei poteri come ha ricordato la Presidente del Consiglio il 28 ottobre di quest’anno poco prima della definitiva approvazione in senato della proposta Nordio. In quella occasione ella ha, infatti, affermato che “La riforma costituzionale della giustizia e la riforma della Corte dei conti, entrambe in discussione al Senato, prossime all'approvazione, rappresentano la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza, che non fermerà l'azione di Governo, sostenuta dal Parlamento[7]. Affermando ciò ha confermato quanto aveva già chiarito Nordio quando aveva detto: “Mi stupisce che una persona intelligente come Elly Schlein non capisca che questa riforma gioverebbe anche a loro, nel momento in cui andassero al governo”.[8] 

A marzo si deciderà se il principio della separazione dei poteri, imprescindibile nelle democrazie liberali  deve essere compromesso per la governabilità del paese.

Ritornano alla mente le parole di Montesquieu:  “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti [...]. Perché non si possa abusare del potere occorre che [...] il potere limiti il potere”, “una sovranità indivisibile e illimitata è sempre tirannica” e poi ancora non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e da quello esecutivo. Se esso fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario, poiché il giudice sarebbe al tempo stesso legislatore. Se fosse unito con il potere esecutivo il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore” [9]

L’anno che questa notte si è concluso ci consegna l’inizio di un’epoca di cambiamenti e ci sollecita a rimanere vigili. Siamo in un’epoca per molti versi analoga a quella che Antonio Gramsci  descriveva con queste parole: “il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.

Nei periodi di crisi e transizione storica quando i vecchi sistemi di tutela dell’umanità mostrano crepe e i nuovi non sono ancora emersi, possono crearsi le condizioni, ora come allora,  per la nascita di forze autoritarie e totalitarie: quei “mostri”, che si nutrono del caos e del vuoto di potere, come i totalitarismi del primo Novecento.

L’augurio per il nuovo anno è che le nostre società abbiano sviluppato gli anticorpi per evitare che ciò accada e che il 2026 possa essere ricordato come l’anno, in cui in Italia,  la Costituzione della Repubblica è stata salvata.

 

 

[1] L. Fierro Giacomo Matteotti: il suo e il nostro tempo  su questa Rivista.

[2] M. Flores E. Fronza in Caos, La Terza ed.2025

[3] M. Cacciari, Le guerre di oggi sono di sterminio, Arianna ed. 11/11/2025

[4] L. Fierro, C’è un modo per liberare gli uomini dalla “fatalità della guerra”? in questa Rivista.

[5] In particolare, la condanna del 30 gennaio 2025 per violazione del diritto alla vita con riferimento alla terra dei fuochi. Tale  decisione è stata criticata come un'eredità del passato usata per colpire l'azione dell'attuale esecutivo. Inoltre, il 23 ottobre 2025, la Cedu ha sanzionato l'Italia per la gestione dei lavoratori precari di Poste Italiane, alimentando il dibattito sulla presunta ostilità dei giudici europei verso gli interessi economici dello Stato.

[6] S. Foà, Ponte sullo Stretto di Messina e Corte dei conti: il presidio della legalità finanziaria tra presente e futuro; R. Conti e A. Notarianni, La Corte dei conti allontana il Ponte sullo stretto; R. Bin, La questione del Ponte: in sede di registrazione la Corte dei conti è un giudice, in questa Rivista

[7]  In Ponte Stretto: Meloni, da Corte dei conti ennesimo atto invasione, non fermerà Governo, 29 ottobre 2025, Il Sole 24 Ore Radiocor

[8] Nordio “confessa”: “Con la riforma mai più invasioni di campo dei pm. Quando governerà il Pd servirà anche a loro” in Il fatto Quotidiano,  3 novembre 2025

[9]  Montesquieu, Spirito delle leggi, 1748,

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