ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

Il Presidente di sezione. Honor habet onus

Il Presidente di sezione. Honor habet onus

di Daniela Galazzi

Una premessa. Il mio scritto riguarda la figura del presidente di una sezione civile: si tratta di funzioni che svolgo da alcuni anni, prima come f.f. in un grande Tribunale, il quinto d’Italia, poi come presidente effettivo in un Tribunale di medie dimensioni. Le mie parole risentono fortemente della mia esperienza professionale, sino ad ora molto positiva, e non ho certo la presunzione di essere esaustiva. Come direbbe Manzoni, chiedo anticipatamene venia ai miei venticinque lettori se non ameranno questo scritto.

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Agitano noi magistrati tanti dibattiti: uno di essi è quello incentrato sulla figura del presidente di sezione. C’è infatti chi lo vorrebbe “tabellare” ossia scelto all’interno dell’Ufficio dal Presidente del Tribunale e non più individuato dal CSM dopo un apposito concorso per titoli. Non mi voglio addentrare nella disamina dei pro e dei contro di una siffatta proposta – che, invero, per me è profondamente errata -, per concentrarmi su ciò che sta sostanzialmente alla base di essa: l’idea della inutilità o comunque della sostanziale superfluità della figura del presidente di sezione, che viene visto come un collega che non ha più tanta voglia di lavorare, che vuole vivere tranquillo delegando ai “suoi” giudici di sezione le cause più rognose, che sta più a casa che in ufficio, insomma una sorta di fannullone che utilizza il “titolo” raggiunto per assecondare le sue inclinazioni di nullafacente. Se scelto tra i colleghi, invece, secondo un sillogismo tutto da dimostrare, sarebbe più attento, più fattivo, migliore, insomma.

Non nascondiamoci dietro un dito: nel passato, diciamo almeno fino ad una quindicina di anni fa, di personaggi così ve n’erano molti e tutti noi diversamente giovani potremmo raccontarvi per giornate intere gustosi aneddoti su consiglieri dirigenti, presidenti di sezioni, aggiunti bravissimi a scansare ogni fatica, ogni problema, ogni pensiero.

Oggi però, ed in verità da qualche anno ormai, non è più così.

La velocità che caratterizza la nostra epoca, evidente nei mutamenti socio–economici che un tempo impiegavano decenni a realizzarsi ed ora pochi anni, non poteva non avere una conseguenza sulla organizzazione del nostro lavoro, che, tra l’altro, è divenuto molto più gravoso rispetto a 20/30 anni fa, soprattutto dal punto di vista dei “numeri” delle cause da trattare.

Oggi un magistrato completo non deve soltanto avere consapevolezza della complessità estrema del ragionamento giuridico e della sua applicazione al caso concreto (che involge molteplici fattori, dal rapporto tra diritto naturale e diritto positivo al ruolo dell’interpretazione della legge), ma deve anche sapersi organizzare, perché è (finalmente!) stata raggiunta da parte di tutti la consapevolezza che una buona decisione è una decisione che arriva in tempi ragionevoli, che la giurisdizione, per essere veramente efficace, va esercitata con grande attenzione e preparazione, ma “senza perdere tempo”.

L’organizzazione che deve stare alla base del lavoro di ognuno di noi deve poi essere complessiva, non atomizzata, non può riguardare il singolo giudice o il singolo collegio, ma tutta la Sezione, tutto il Tribunale, tutta la Procura.

A questa organizzazione è deputato, in primis, il ruolo del presidente di sezione e non è certo un compito da poco, soprattutto quando il Tribunale è un tribunale medio-piccolo, di “Provincia” per così dire.

In questi Uffici, infatti, solitamente non vi è specializzazione: un’unica sezione, più o meno grande, di solito con una o due (quando va bene) o più (come avviene di solito) scoperture, nell’ambito della quale occorre possedere molti e diversi saperi: si spazia infatti dalla famiglia ai contratti, dalle esecuzioni al tutelare, dal fallimentare alla volontaria giurisdizione.

Con le risorse disponibili, spesso modeste, vanno organizzati tutti questi diversi ruoli tenendo ben presenti non soltanto le eventuali incompatibilità, ma anche, se possibile, le singole, specifiche attitudini e sensibilità.

Non bisogna mai dimenticare che una sezione, affinché funzioni a dovere, deve essere gestita come un unico corpo le cui parti devono essere messe il più possibile a loro agio. E’ chiaro che, se si rimane in pochi, pochissimi, tutti coloro che ne fanno parte dovranno sacrificarsi ed occuparsi anche di materie che non amano, ma quando è possibile, assecondare le singole attitudini aumenta molto la resa sul lavoro.

E qui interviene l’imprescindibile fattore umano: il presidente di sezione migliore non deve essere soltanto capace e preparato, ma deve anche essere empatico. Il che non significa fare da madre/padre ai colleghi (che, peraltro, nei tribunali medio piccoli hanno a volte un’età tale da poter esserci figli..), ma certo significa ascoltarli, discutere con loro, se vi è necessità pure litigare; significa assumere le proprie decisioni, anche non da tutti condivise, in modo motivato. Significa non dimenticare mai di quando si era un componente della sezione e si aveva a che fare con un presidente sempre con la porta chiusa, che non lavorava come te, che non ti ascoltava e che aveva sempre un “preferito” da anteporti.

Oltre che empatico (e se va bene pure simpatico), il presidente di sezione deve guadagnarsi il rispetto dei colleghi con cui lavora e, quindi, ritenersi ed essere né più né meno che uguale a loro.

Alcuni dimenticano che noi magistrati ci diamo tutti del tu (dal Primo Presidente della Suprema Corte – al quale, in verità, magari inizialmente daremmo del Lei… - all’ultimo MOT dell’ultimo concorso) perché siamo tutti pari ordinati e siamo soggetti soltanto alla Legge. E’ un principio costituzionale da cui discendono tutti gli altri che ci riguardano: l’indipendenza, l’autonomia, l’inamovibilità. E non va mai dimenticato, specie quando si arriva a ricoprire un ufficio direttivo e semidirettivo.

Il corollario di questo principio è che un presidente di sezione deve lavorare come i magistrati che compongono l’Ufficio (con la riduzione prevista dalle tabelle di organizzazione, assolutamente dovuta in considerazione ai molteplici incombenti amministrativi di cui accennerò più sotto), senza sottrarsi ai criteri di assegnazione automatici (che presiedono all’altro principio costituzionale del giudice naturale) e, se magari è parecchio più anziano dei giudici con cui lavora (cosa che spesso accade nei nostri “tribunali di provincia”), deve mettere a disposizione dell’intero Ufficio la sua maggiore esperienza professionale (ad esempio, assegnandosi la maggior parte dei procedimenti ultratriennali).

Non vi è dubbio che svolgere con coscienza il ruolo di presidente di sezione significa anche riprendere a studiare quotidianamente ben oltre rispetto a quanto abitualmente si faccia, in considerazione della molteplicità delle materie che si trattano e della mancanza di specializzazione che è una delle caratteristiche di un Tribunale medio piccolo. Così diviene necessario confrontarsi con tematiche mai nemmeno lontanamente praticate – se non per tre giorni al tempo in cui i MOT si chiamavano uditori-.  

Il rapporto che si instaura con gli altri colleghi in un Tribunale medio piccolo è invero un rapporto particolare, molto diverso da quello che si instaura in un Tribunale di grandi dimensioni. In quest’ultimo, spesso si hanno rapporti soltanto con i colleghi della propria sezione e magari con quelli del corridoio accanto, si può non vedere il Presidente del Tribunale per mesi; in un Tribunale più piccolo si vive una dimensione molto più familiare, c’è un rapporto quotidiano con il Presidente del Tribunale che fa udienza nella stanza accanto alla tua, si pranza sempre assieme ai colleghi, non c’è mai o quasi mai un momento per sé.

E’ una dimensione assolutamente invidiabile, almeno fino a quando regna la concordia, ma poco gestibile a fronte dell’emersione di problemi: parafrasando Tolstoj “tutti i Tribunali felici si assomigliano fra loro, ogni Tribunale infelice è infelice a suo modo”. E’ il rovescio della medaglia della estrema familiarità che regna solitamente in un Ufficio di medio piccole dimensioni: diviene più complesso assumere decisioni non condivise che rischiano di creare fratture ben più profonde di quelle che si potrebbero creare in una comunità più ampia. Unico rimedio è, come sempre, il rispetto delle regole e la corretta motivazione.

Non è solo il rapporto con i colleghi quello che va curato con attenzione, ma pure quello con le Cancellerie (specie arrivando da un altro Ufficio, più grande, con il rischio di volere importare prassi e modalità di lavoro diverse da quelle esistenti, non necessariamente meno funzionali). Non bisogna mai dimenticare che il personale amministrativo ha una parte fondamentale nel consentirci di lavorare bene e che il cancelliere esperto e disponibile può anche farci evitare terribili figuracce.

Anche con il personale amministrativo il rapporto va costruito nel tempo ed, anzi, è spesso più complesso che con i giudici della sezione: ma anche in questo caso, buon senso e disponibilità, accompagnati da un carattere non duro, ma fermo, di solito pagano.

Un dato senz’altro positivo e che ritengo una conquista oramai raggiunta dalla collettività è l’azzeramento dei pregiudizi del personale e del foro nei confronti dei dirigenti donne. La magistratura è per oltre la metà composta da donne -che finalmente raggiungono i ruoli semidirettivi spesso in numero maggiore rispetto ai colleghi uomini-, sicché anche quella parte del personale amministrativo o dell’avvocatura restia ad ascoltare un presidente donna si è dovuta arrendere all’evidenza. Sono lontani i tempi in cui, giovane Pretore in una piccola sezione distaccata, ero chiamata “signorina” in udienza (anche se oggi, filtrato dal tempo, quell’appellativo mi pare oggettivamene più carino di quello che mi affibbiarono successivamente, ossia “generale”).

Infine, le incombenze amministrative (cui attribuire quell’appellativo proprio del decalogo reso di moda dal Vice Questore Rocco Schiavone ma che non scriverò).

La vita di un presidente di sezione è scandita dai termini per le relazioni: ci sono quelle di valutazione di professionalità dei singoli magistrati togati; quelle per la riconferma dei magistrati onorari ed i Giudici di Pace (per coloro che, come me, sono anche coordinatori di quell’Ufficio); la relazione annuale sull’andamento della giustizia per l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario; la relazione annuale per i programmi di gestione ex art. 37 D.L. 98/2001; le relazioni chieste una tantum dal CSM o dal Ministero della Giustizia: sulle buone prassi; sui procedimenti di famiglia in cui vi siano stati affidamenti di minori a persone diverse dai genitori; sui procedimenti in tema di sovraindebitamento; sui procedimenti di esecuzione; sulle ATP per colpa medica; sui consulenti e periti utilizzati dal Tribunale; sui tirocinanti; sull’Ufficio del Processo – c’è, non c’è, perché c’è, perché non c’è -; sugli eventuali ritardi…

Tutte le relazioni richieste – e l’elenco non è esaustivo – passano dall’esame dei dati statistici: quelli che arrivano dal Ministero, già esaminati e ripuliti dall’Ufficio Statistico della Corte d’Appello, ma mai o quasi coincidenti con quelli elaborati dall’Ufficio Statistico del Tribunale.. schiere di magistrati che scelsero giurisprudenza per molte ragioni, tra le quali, non ultima, l’odio per la matematica, hanno così scoperto l’importanza della statistica e sono divenuti gli amici migliori di questi geniacci che compilano per noi - e ce li spiegano pure - questi fogli excel pieni di dati…

Insomma, tante e diverse le incombenze di un presidente di sezione; tante e diverse le capacità che si devono affinare per svolgere questo compito al meglio: certo un incarico complesso, pieno di impegni, di imprevisti, difficile, ma anche molto ricco, in grado di accrescere il nostro bagaglio culturale ed umano.

In conclusione, molto, molto lontano da quella sinecura che qualcuno ancora evoca.

 

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