ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

L’avvocato ed il diritto alla verità

L’avvocato ed il diritto alla verità

lettera a Giustizia Insieme di Cataldo Intrieri

Giustizia Insieme (bellissima rivista che ha l’ambizioso e non facile programma di ospitare un confronto tra avvocati, magistrati e studiosi) ha pubblicato una intervista a Carlo Smuraglia, avvocato e parlamentare del PCI, che mezzo secolo fa difese la famiglia di Giuseppe Pinelli , l’anarchico  “volato via” da una finestra della questura di Milano nelle ore successive alla strage di piazza Fontana https://www.giustiziainsieme.it/it/le-interviste-di-giustizia-insieme/824-il-delitto-pinelli-e-il-diritto-alla-verita.

C’è una circostanza che mi ha colpito come avvocato e che avevo dimenticato. Smuraglia per avere sostenuto la tesi del possibile omicidio dell’anarchico fu denunciato per calunnia dalla famiglia Calabresi, nonostante la vedova Pinelli avesse assunto ogni responsabilità in ordine al contenuto della denuncia. Ciò nonostante l’avvocato Smuraglia rimase imputato per due anni prima di essere prosciolto. Probabilmente pagava così il prezzo di difendere i diritti di una parte che si opponeva alla “giustizia di Stato”, meglio ,  di quel pezzo di  “stato” ( minuscolo ) coinvolto nelle stragi. E pagava il prezzo quel difensore di avere  tutti contro, magistratura , informazione ed opinione pubblica.

Sostengono alcuni autorevoli editorialisti di questa rivista  che esista, inestinguibile, un “diritto alla verità" che come tale graverebbe anche su un avvocato come il “caso Smuraglia” perseguito per avere seguito la sua coscienza dimostrerebbe.

Io condivido tale convinzione e la ritengo strettamente connessa al ruolo dell’avvocato, come si dice in gergo curiale “nei limiti che qui si precisano”. 

Io credo che l’obbligo di verità dell’avvocato sia quello verso i diritti di ogni suo assistito, anche dei peggiori. Colpevole o innocente, vittima o abietto responsabile, ogni essere umano porta con se il suo piccolo e pesante pacco di ragioni e di pretese, di colpe da espiare e diritti da esigere. Tutti, nessuno escluso e di questo diritto insopprimibile  “di verità” ,  l’avvocato è fedele testimone e custode. Non è facile. Non lo è stato per Smuraglia che difendeva la vedova di  un anarchico, etichettato, “poco di buono”, non lo è per chi deve difendere un detenuto malmenato ( se Cucchi avesse avuto l’avvocato subito ...ma cosa avrebbe dovuto affrontare il suo difensore nel denunciare le violenze  di fronte ai magistrati che all’inizio non avevano visto?).

Ieri la memoria di FaceBook mi ha restituito un vecchio post di cinque anni fa in cui riportavo un documento della mia Camera Penale che denunciava apertamente una serie di distorsioni  durante le indagini di un processo che ha segnato la storia giudiziaria di Roma (e non solo). Si era agli inizi con stampa ed opinione pubblica schierati senza esitazione contro chiunque ponesse minimamente in dubbio le ragioni dell’accusa. Non posso dimenticare come da più parti alcuni avvocati di quel processo fossero indicati come complici dei loro assistiti, investiti dalla luce obliqua del sospetto legato alla loro funzione, confondendo reati e profili deontologici.

Il tempo e una sentenza della Corte di Cassazione che l’ex presidente della Corte Canzio oggi auspica ponga fine al “disordine creato” nella giurisprudenza sui reati di Mafia hanno dimostrato che una volta tanto non erano loro, gli avvocati , a sedere, soli, disprezzati ed isolati dalla parte del torto.

Oggi in molti si rendono conto del rischio che prevalga, secondo un efficace termine del prof. Fiandaca, un’ "interpretazione criminologica" della realtà che investe ormai la stessa funzione difensiva. Una “antropologia criminale" che non risparmia gli stessi difensori  incasellati in qualche riquadro di un organigramma mafioso, senza darsi cura, talvolta, di individuare condotte di concreta offensività.

Allora se ne resero conto solo gli avvocati che difendevano gente anche colpevole ma che avevano chiaro che il principio di legalità valeva pure per i “malacarne” dietro le sbarre. Mi sono stupito che non lo cogliessero i magistrati che avevo di fronte, che pure venivano tutti da una cultura che una volta alle garanzie era attenta, mi stupisco oggi che non si parli a sufficienza tra la magistratura progressista del  rischio crescente  di scivolare verso il diritto penale del nemico ed il reato di autore, “con le migliori intenzioni” beninteso.

Si può denunciare l’ossessione securitaria quando colpisce alcune categorie di diseredati ed esigerla come necessaria per altri tipi di reati? È veramente possibile scindere le garanzie dagli imputati in base a criteri di distinzione meramente criminologici?

Non dovremmo forse condividere  l’idea che una società democratica debba accettare il rischio che delle libertà taluno faccia un pessimo uso piuttosto che  cercare la sicurezza sopprimendo diritti e garanzie costituzionali?

E’ il controllo di legalità il totem cui sacrificare ogni altro diritto o il principio di ragionevolezza e proporzionalità pone dei contro-limiti anche ad esso esigendo un ragionevole contemperamento con il rispetto delle libertà individuali?

Ecco: “l’obbligo di verità” dell’avvocato è in queste poche moleste domande  ed a mio parere,  assai più gravoso per lui che per altri  perchè sempre a differenza di quegli altri si troverà a sostenerlo sempre da solo. Anche se poi arriveranno gli altri...poi.

Mi piacerebbe che nessuno lo dimenticasse.


 


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