ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Libertà è partecipazione

Perché votare No al referendum
14 marzo 2026
51 visite
ABSTRACT

So bene perché sono qui, ma non so cosa sto per dire.

Con uno sguardo alla platea cerco di capire cosa si aspettano da me le persone che sono venute ad ascoltare. Percepisco diffidenza, forse persino ostilità.

Per libera associazione di idee mi tornano alla mente le immagini di Mani Pulite che scorrevano in TV quand’ero bambina. Non posso far a meno di pensare che l’acclamazione popolare di quei tempi mi inquieterebbe al pari della quotidiana delegittimazione della magistratura cui stiamo assistendo, e che – qualunque sia l’esito della consultazione – sarà il danno permanente più grave tra quelli lasciati da questa violenta campagna referendaria.

Sento di dover colmare, in pochi minuti, una distanza che si è approfondita ogni giorno degli ultimi trent’anni, senza che ce ne rendessimo conto: i magistrati parlano solo attraverso i loro provvedimenti (quante volte l’abbiamo ripetuto!); non si espongono, non intervengono, restano in buon ordine dentro i loro uffici, chini sulle loro carte.

Abbiamo creduto che alcuni gradi di separazione dal resto della società fossero necessari per preservare la nostra funzione: quasi che la nostra partecipazione alla vita pubblica potesse e dovesse limitarsi ai convegni, ai corsi di formazione e ai progetti di educazione alla legalità, e che tutto il resto fosse inopportuno. Persino rischioso, a volte.

Ho la sensazione che in molti non l’abbiano neppure mai visto, un magistrato. Di certo, fino a questa sera, lo immaginavano molto diverso da me, che ascoltando i consigli delle mie colleghe ho lasciato nell’armadio il tailleur per indossare un vestito arioso, che sarebbe stato adatto per uscire a cena o per andare a teatro. Ne ho la conferma al termine dell’incontro, quando alcune signore mi fermano per dirmi: “Non è possibile, un magistrato non può essere una bella donna! E invece lei è un magistrato e anche una bella donna!”. Sorrido per quel complimento inaspettato (piaggeria, forse?), assicuro che le giudici avvenenti sono molte, ma le mie interlocutrici sembrano restare incredule.

Nelle scorse settimane ho assistito a qualcuno dei tanti dibattiti organizzati sul territorio, e ho constatato quanto sia più difficile portare le ragioni del NO alla riforma: non hanno la potenza degli slogan e, soprattutto, hanno bisogno della disponibilità di chi ascolta a seguire un ragionamento complesso, senza farsi irretire da facili suggestioni. Da spettatrice mi sono parsi evidenti anche i limiti di continenza – assai più pervasivi – che incombono su chi è chiamato a sostenerle nel dibattito pubblico, specialmente quando si tratta di un magistrato: occorre evitare le provocazioni e soppesare ogni frase, come se si dovesse partecipare a una gara di scherma con un braccio legato dietro la schiena.

Lo terrò a mente stasera, anche se a portarmi qui, vincendo la mia naturale ritrosia, è stato un sentimento di profonda indignazione. Sarò in grado di contenerlo e, al tempo stesso, di farlo ardere nelle mie parole, perché chi ascolta capisca che noi magistrati chiediamo soltanto di lavorare in condizioni degne, senza pressioni e senza paura, e che lo facciamo perché un magistrato intimorito non può tutelare i diritti di nessuno, e men che meno di chi non è in grado di farlo da sé?

“Segui l’istinto” – mi suggerisce chi mi siede accanto, appena prima che il moderatore mi ceda il microfono. Ed è così che, come un sassofonista jazz, comincio ad improvvisare.

Si dice che il giudice, essendo collega del pm, sia naturalmente portato ad appiattirsi sulle sue valutazioni: gli dà del tu, bevono il caffè insieme; come possono l’avvocato e il suo assistito sentirsi tranquilli rispetto al fatto che le loro ragioni verranno tenute in adeguata considerazione, e che egli non attribuirà maggior peso agli argomenti dell’accusa?

Per dimostrare quanto questa rappresentazione strida con ciò che quotidianamente riscontro, inizio col dire che tra colleghi è normale darsi del tu: succede in tutte le categorie professionali, è questione di buona educazione, e non necessariamente sottende un rapporto di amicizia, di frequentazione o di stima reciproca. Nella maggior parte dei casi, neppure la consuetudine del caffè nella pausa di udienza.

A ben guardare, poi, i pubblici ministeri non sono le uniche persone alle quali il giudice concede questo privilegio, quando le incontra nel palazzo. La formazione universitaria è comune a tutte le professioni legali, ed è normale ritrovare in corridoio, tra gli avvocati, antichi compagni di corso, della scuola di specializzazione o del dottorato – per chi, come me, proviene dal mondo accademico – o addirittura ex colleghi, per tutti coloro che prima di diventare magistrati erano a loro volta avvocati. Anche al di là dei rapporti di conoscenza pregressa e delle “affinità elettive” (che non di rado inducono a confidenze personali, al di là del ruolo che si ricopre), le occasioni istituzionali di frequentazione sono molte: ci si ritrova fianco a fianco nelle sottocommissioni degli esami di avvocato; si collabora alla redazione di protocolli che rendano più fluide le prassi giudiziarie; si preparano insieme interventi per i convegni o per i corsi di formazione organizzati dalla Scuola Superiore della Magistratura.

Ma, nell’aula di udienza, il registro cambia: tutti si danno del lei, come a segnare una profonda linea di demarcazione tra rapporti personali e rapporti professionali. I primi non interferiscono sui secondi, e anzi può accadere, e talvolta accade, il contrario.

Finché il giudice non verrà sostituito dall’intelligenza artificiale – concludo con fermezza – bisognerà accettare che abbia un passato, una rete di relazioni sociali, una propria personale visione del mondo. Tutto questo, però, resta fuori dalla camera di consiglio, dove si trova solo, profondamente solo, con la propria decisione. Mi è capitato di scriverne a margine di un incontro con i colleghi in tirocinio, alla vigilia della scelta delle funzioni: raccontare il mestiere del giudice penale – così si intitolava l’articolo[1] – è stato difficilissimo.

Dico con una certa solennità che adottare una sentenza di assoluzione andando contro il proprio intimo convincimento, tutte le volte in cui gli elementi di prova raccolti non siano sufficienti a sostenere una condanna oltre ogni ragionevole dubbio, è un’esperienza assai più frequente di quel che si possa credere. È così che dev’essere, è così che accade.

Aggiungo che, per il giudice, è talmente naturale confrontarsi con le tesi difensive che prende in considerazione anche quelle, plausibili, che nessuno gli ha prospettato nelle conclusioni, spesso prosciogliendo l’imputato per ragioni diverse o ulteriori rispetto a quelle su cui si è incentrata la discussione.

L’obbligo di motivazione delle sentenze, e in generale dei provvedimenti giurisdizionali, assicura trasparenza a questo processo: consente di verificare che essi siano razionalmente giustificabili, e che non siano il risultato di “suggestioni” extraprocessuali, percepite e subite da chi è chiamato a prenderli.

Nel caso delle decisioni difficili, che richiedono tempo per essere maturate, la “prova della motivazione” è spesso quella dirimente: si lavora a una possibile bozza, e se la scrittura non scorre è il modo per comprendere che non è quella giusta.

Si tratta di una rappresentazione della realtà ben più complessa di quella dell’arbitro che indossa la maglia di una delle due squadre che, con sgomento, vedo campeggiare nelle gigantografie che tappezzano le nostre città, ma è l’unica che si concilia con i dati sulle assoluzioni e sulle sentenze di non luogo a procedere adottate in udienza preliminare, specie dopo l’ultima riforma.

Rifiuto l’idea del giudice-spettatore, che assiste indifferente allo svolgimento del processo come se si trattasse di una finzione teatrale: rivendico la tensione verso l’accertamento della verità processuale, che talvolta passa attraverso l’esercizio di poteri di integrazione probatoria ufficiosi, anche a fronte dell’inerzia delle parti.

Accenno a un paio di decisioni dal forte impatto mediatico in cui mi sono discostata dalle richieste dell’Ufficio di Procura (qualcuno nel pubblico rumoreggia: forse ricorda di averne letto o di averne sentito parlare) e con una certa veemenza affermo che l’immagine del giudice-banderuola, che si fa portare più o meno inconsapevolmente dalle parti verso la decisione, mi mortifica e mi offende.

Faccio notare, poi, come i fautori della riforma entrino in un vero e proprio cortocircuito logico quando sostengono che, a carriere separate, questo stesso giudice – fin qui descritto come un individuo sciatto e sfaticato, alla mercé delle parti – una volta diventato, finalmente, “terzo” sarebbe in grado di ergersi a difensore degli indagati e degli imputati dallo strapotere dei pubblici ministeri/avvocati dell’accusa, e ancor più quando dimostrano una fiducia sconsiderata nelle sue capacità laddove venisse sorteggiato come membro di uno dei due Csm (l’argomento “Chi condanna all’ergastolo non è forse in grado di scegliere il Procuratore di Caltanissetta?” pare irresistibile, con tutte le varianti del caso a seconda della latitudine).

Bevo un sorso d’acqua.

Aggiungo che, se solo la separazione ordinamentale tra pubblico ministero e giudice fosse in grado di assicurare una decisione imparziale, lo stesso dovrebbe valere allora tra i giudici di primo grado e quelli dell’impugnazione – che spesso sono stati i loro presidenti o colleghi di collegio, con i quali hanno conservato un legame significativo – con il paradosso di dover creare tante carriere separate quanti sono i gradi giudizio.

Spiego che, per quanto la cronaca giudiziaria possa essere disorientante per chi vi si approccia da profano, il fatto che si abbia notizia di sentenze e di misure cautelari annullate o di richieste di archiviazione non accolte dimostra, paradossalmente, che i magistrati sono soliti ragionare ognuno con la propria testa, senza farsi influenzare da rapporti di colleganza.

Provo a confutare, dati alla mano, i luoghi comuni sulle cause dell’inefficienza percepita del sistema giustizia. Percentuali e raffronti con le mediane europee fanno effetto, ma non quanto la descrizione del nostro malandato ufficio, con le sue crepe e le infiltrazioni d’acqua, e della mia stampante-scanner, ereditata da un collega appena trasferito, che si accende un giorno sì e l’altro no.

Porto l’esperienza dell’ufficio del processo, che ha dimostrato plasticamente come investire in capitale umano paghi, e rappresento la situazione di incertezza dei nostri apprezzati collaboratori, che ancora non sanno se, di qui a qualche mese, avranno ancora un lavoro o se dovranno cambiare sede o affrontare un nuovo concorso.

Le domande virano sulle correnti, sull’A.N.M., sulle nomine dei direttivi e dei semidirettivi, sui dati del disciplinare.

Tento un paragone con altre esperienze di aggregazione: i partiti, i sindacati, le associazioni e i movimenti del mondo cattolico. Non tutto è per tutti, ma le generalizzazioni e le semplificazioni non aiutano e rischiano, anzi, di essere fuorvianti.

Rivelo di non aver mai fatto parte di alcuna corrente (“Non ci sarebbe nulla di male, ma semplicemente non è per me” – tengo a puntualizzare) e aggiungo che, nei vari appuntamenti elettorali, ho dato la mia preferenza alle persone che più mi sembravano adatte a ricoprire un determinato ruolo per la loro competenza, la loro integrità e il loro spirito di servizio, e non in vista di un tornaconto personale.

Porto ad esempio l’esperienza “pilota” del distretto di Milano per la scelta dei componenti dell’ultimo consiglio giudiziario e della giunta sezionale dell’A.N.M., e cerco di far capire che un processo di rinnovamento interno è già in corso e che mi auguro che la riflessione critica non si interrompa, e anzi si approfondisca, a partire dal 24 marzo, qualunque cosa accada.

C’è bisogno di aprire le finestre, di far entrare aria nuova, di coinvolgere chi ha voglia di spendersi in prima persona al di là delle appartenenze, come sta accadendo in questa campagna referendaria.

Mi viene naturale raccontare di noi, del nostro piccolo manipolo di giudici e pm attivi negli incontri per il NO: c’è chi ha appena preso funzioni, chi tra qualche settimana andrà in pensione, chi da molto tempo milita fieramente in qualche corrente e chi non ne ha mai voluto sentirne parlare; ci sono i più istrionici e i più compassati, i timidi e gli animali da palcoscenico. Ognuno con il proprio registro e secondo le attitudini personali, ci stiamo alternando nelle varie iniziative perché il nostro non è un one man show ma un racconto corale, più credibile proprio alla luce delle nostre differenze.

Ringrazio tutti coloro che si sono presentati qui, stasera, con la voglia di capire e di mettere in discussione precomprensioni e pregiudizi.

Da quando questa avventura è iniziata – rivelo alla fine, con un fil di voce – continuano a ronzarmi in testa le parole di Gaber, di cui per la prima volta sono riuscita a cogliere fino in fondo il senso: libertà è partecipazione.

Mi sembra di sentirle risuonare davvero, in questa sala gremita che a poco a poco si sta svuotando.

Che siano il sottofondo di tutti i nostri incontri, di qui al 23 marzo. E se possibile anche oltre.

[1] A. Colella, Il mestiere del giudice penale, pubblicato il 10.3.2022 sulla rivista La Magistratura.

Nessun risultato