ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Cosa rimane del Referendum?

18 aprile 2026
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ABSTRACT

Ho letto con molto interesse l’articolo "Il lascito della campagna referendaria. Un dialogo da alimentare e rapporti da coltivare", a firma della Direttrice scientifica di Giustizia Insieme, pubblicato lo scorso 1° aprile.

Credo che l’autrice abbia colto con grande lucidità il significato profondo della vicenda referendaria del 22 e 23 marzo scorso. Ciò mi induce a rilanciare le sue riflessioni dalla prospettiva di chi ha vissuto, in questi mesi, la straordinaria mobilitazione di avvocati e società civile.

Condivido pienamente che l’esito referendario non può essere archiviato come un semplice nulla di fatto. Coloro che hanno perso il referendum, invece, si sono prontamente attivati per riannodare il dialogo con la magistratura, in una sorta di straordinaria “operazione oblio”. Gli Avvocati per il No non devono riannodare alcun dialogo, perché nessun dialogo si è mai interrotto. Anzi.

La campagna è stata aspra e le questioni di merito hanno spesso lasciato posto ad attacchi personali scomposti. Nei confronti pubblici, ad esempio, abbiamo assistito a un fenomeno singolare: i sostenitori del Sì esordivano con manifestazioni di stima e gratitudine verso la magistratura, salvo affermare, subito dopo, che i giudici non sono terzi e che i magistrati vanno privati del diritto di voto per il Csm, perché quel voto degenera in correntismo e clientele. Difficile pensare che la loro idea sia cambiata.

Dinanzi a questo scenario, una parte dell’avvocatura ha ritenuto necessario entrare nel dibattito per dissociarsi da simili affermazioni e porre fine alla narrazione per cui tutti gli avvocati erano a favore della riforma.

In poco tempo, la campagna referendaria ha rivelato una verità che giaceva nascosta sotto la superficie della vita professionale quotidiana: l’avvocatura italiana ha riscoperto la propria funzione costituzionale di presidio essenziale dello Stato di diritto (art. 24 Cost.) e di garanzia per il cittadino dell’effettiva tutela dei diritti (art. 2 l.p.f.).

Gli avvocati che si sono opposti alle scelte verticistiche di alcune istituzioni hanno adempiuto al dovere che l’ordinamento impone loro, garantendo l’effettività della tutela dei diritti in un momento in cui l’architettura costituzionale, che rende possibile quella tutela, era sotto attacco.

 

Il 18 febbraio scorso, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ritenuto necessario presiedere, per la prima volta in undici anni, il plenum ordinario del Consiglio Superiore della Magistratura per “rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica”. A ben pensare, il problema del rispetto istituzionale è sorto ben prima delle affermazioni del Ministro Nordio (per il quale la riforma avrebbe interrotto “questo meccanismo para-mafioso, questo verminaio correntizio”). Come richiamato dalla procuratrice Filippi, in effetti, la riforma costituzionale è stata concepita senza un vero confronto, violando la centralità del Parlamento. La campagna referendaria ha messo a nudo un metodo di governo che prescinde dal confronto, che considera il dissenso come ostilità, che usa la delegittimazione come arma politica. Per l’avvocatura, questa non è teoria costituzionale: è una minaccia concreta alla possibilità di esercitare il proprio ruolo.

Aver risvegliato la coscienza civica e la sensibilità costituzionale degli avvocati e della società civile non può considerarsi un traguardo definitivo, ma – come afferma la procuratrice Filippi – un punto di partenza per inaugurare un nuovo sistema di relazioni tra avvocatura e magistratura, nel quale nessuno pensi di essere controparte dell’altro.

Credo che l’esito referendario debba indurre l’avvocatura a riconsiderare le reali esigenza dei cittadini. La durata dei processi non si risolve certamente con la separazione delle carriere né con lo sdoppiamento del Csm né tantomeno con il sorteggio, ma con investimenti in organico, con il rafforzamento dell’ufficio per il processo, e con il potenziamento della giustizia digitale.

È innegabile che la giurisdizione nel suo complesso debba recuperare credibilità e autorevolezza al proprio interno e agli occhi dei consociati. In tal senso, è necessario coniugare il rigore deontologico con la ragion pratica, istituendo una formazione comune e protocolli di collaborazione efficaci.

 

È noto che in alcuni casi, singoli magistrati hanno ferito la collettività con condotte assai gravi, ma ciò non può essere posto a fondamento di una rivalsa cieca e distruttiva, né costituire un argomento perenne per criticare la magistratura. Il caso Palamara ha rappresentato il basso continuo di questa campagna referendaria, regalando momenti di innegabile ed esilarante ilarità: il Palamara, che si additava come simbolo di quel sistema da distruggere, veniva dapprima ingaggiato dal fronte del Sì e, successivamente, dichiarava di esser pronto a rientrare in magistratura (grazie alle riforme dell’attuale maggioranza), con il rischio – se la riforma fosse stata approvata – di tornare al Csm, in virtù del sorteggio.

Nei fatti, invece, la magistratura associata ha saputo rialzarsi: coloro che sono entrati in ruolo al tempo delle stragi hanno lasciato il passo ad una nuova generazione di giudici e pubblici ministeri, garantendo loro consiglio, presenza e sostegno. Le prime parole del Neopresidente dell’Anm, Giuseppe Tango, rendono al meglio il metodo di lavoro che i cittadini ci hanno consegnato con il voto sul referendum: “Da domani ci metteremo tutti al lavoro insieme agli altri attori della giurisdizione per proporre soluzioni che possano davvero migliorare la giustizia”. È bene che gli altri attori della giurisdizione non lascino cadere nel vuoto quell’appello. Anzi, è necessario che l’avvocatura e la società civile si riuniscano nuovamente nel nome dei valori e dei princìpi della Costituzione, in difesa della quale si sono ritrovati uniti in questi mesi.

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