Un ciclo della storia giudiziaria e quindi della storia della Repubblica è compiuto.
La tanto discussa e spesso minacciata separazione delle carriere dei magistrati, con tutte le sue implicazioni – non meno rilevanti del tassello che dà il nome alla revisione costituzionale –, è ora all’esame dell’elettorato.
Si avrà tutto il tempo, dal prossimo lunedì, per riflettere sul da farsi: perché tanto dovrà farsi, quale che sarà l’esito del voto popolare.
Oggi è il momento di un ragionato, misurato compiacimento.
I magistrati, molti di loro, hanno speso energie di pensiero e di azione, hanno con generosità consumato ogni spazio possibile sottratto alla propria vita privata, per dedicarlo al dialogo con i tanti laici, al confronto di idee, alla spiegazione a platee ampie – spesso fortunatamente non solo di esperti – delle ragioni di un dissenso che nulla ha a che spartire con posizionamenti partitici.
Sta qui, in questo ritrovato entusiasmo per un impegno di apertura all’esterno, la soddisfazione a cui ho prima fatto cenno.
Quanti di noi hanno abbracciato questa breve ma intensa fatica della campagna referendaria hanno spesso ascoltato parole dure, sprezzanti, ai limiti e oltre il confine della più accesa critica, nei confronti dell’associazionismo giudiziario.
Tutti i nostri interlocutori ne hanno decretato la fine, ne hanno parlato relegando i meriti, che alcuni di loro in qualche misura sono disposti a riconoscere, ad un passato ormai lontano: e lo hanno fatto senza avvedersi che proprio ora, proprio mentre se ne attesta la fine, addirittura da tempo consumata, la spinta associativa, fatta di elaborazione di idee, di passione civile, di impegno personale, è tornata a farsi sentire, viva e vitale.
Molte sono state le occasioni per riprendere, o meglio: per rafforzare, i legami con buona parte del mondo accademico, con buona parte dell’Avvocatura e con settori importanti della società.
Abbiamo insieme appreso nuovamente che la credibilità della nostra funzione e la reputazione della nostra professione hanno bisogno della nostra disponibilità al dialogo aperto, all’andare all’esterno del nostro recinto per incontrare pezzi e protagonisti del mondo in cui operiamo.
Il recupero di una immagine non più sporcata dai guasti del correntismo non passa dal ritrarsi silenzioso nelle proprie stanze, non si nutre della convinzione che il magistrato attento alla sua immagine di imparzialità e neutralità parla solo per mezzo delle sentenze e dei provvedimenti.
Soltanto nel prender parola, con la misura, la compostezza, la chiarezza di cui siamo capaci, siamo riconosciuti e riconoscibili nel nostro ruolo.
La legittimazione della funzione vuole che si riannodino le relazioni con l’esterno, per il vero mai interrotte, ma che pretendono di essere rafforzate.
Su questo piano la Rivista si è mostrata lungimirante: ha ospitato, sollecitato, promosso pregevoli studi sulla riforma, ne ha stimolato l’approfondimento critico, ha, in breve, offerto e indicato un prezioso ponte verso l’esterno, su cui molti magistrati hanno avuto l’intelligente disponibilità ad incamminarsi.
Ha avuto cura di inaugurare una apposita Rubrica, che ho avuto l’onore di coordinare e che ora prende commiato dai suoi tanti lettori.
Per mezzo di essa la Rivista ha arricchito il dibattito referendario, colto e forte anche della sapienza del vissuto professionale, mettendo a disposizione di magistrati e non un prezioso luogo di incontro e di confronto.
Ha così contribuito ad alimentare l’ideale linea di continuità tra il passato delle stagioni più felici della costruzione della magistratura costituzionale e il presente in cui si affacciano alla professione, numerose, le nuove generazioni di magistrati, chiamati a prendere il testimone di una lotta per la Costituzione che non si è mai interrotta e ad assumere la responsabilità di proseguirla nelle forme e nei tempi che il futuro determinerà.
Gli anni dello smarrimento sono alle nostre spalle: con non poche difficoltà abbiamo ripreso il sentiero, ritrovato la bussola, compreso che il lavoro dei magistrati non si conclude nei palazzi che abitiamo e che la pienezza del ruolo ci chiede un impegno aggiuntivo, di studio, di riflessione sulla società, di sapiente interazione tra tecnica e senso civico, in senso ampio e nobile politico.
Abbiamo felicemente scoperto che una solida cultura democratica permea profondamente la magistratura italiana e ci rende capaci di affrontare il domani entro la direzione tracciata dalle grandi promesse costituzionali del secolo scorso, senza più esitazioni e con la forza e la consapevolezza che la domanda di giustizia esige.
