ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Come si governa la magistratura?

19 marzo 2026
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ABSTRACT

Nel mezzo di un dibattito infuocato, c’è da apprezzare la saggezza delle nostre madri e padri costituenti nel consentire a chiunque, giurista o no, di esprimersi tramite lo strumento del referendum sulle modifiche della nostra Costituzione, perfino se tecnicamente complesse.

Ho infatti la sensazione che, non solo fra i giuristi, vi sia sempre maggiore consapevolezza di quale sia la vera posta in gioco della riforma costituzionale della magistratura escogitata dal Governo Meloni. Non è l’inserimento nella Costituzione della separazione delle carriere dei magistrati requirenti e giudicanti: una modifica a mio parere non decisiva per incrementare la professionalità dei magistrati, ma che non può essere considerata una blasfemia nel contesto di un sistema che, come il nostro, giustamente separa il ruolo di accusatore da quello di giudice (in attuazione del basilare principio, valido non solo nel processo ma anche nella scienza, secondo cui qualunque ipotesi ricostruttiva dei fatti deve essere vagliata da un controllo indipendente).

Il cuore pulsante della riforma sta in altro, ossia nello stravolgimento degli organi di governo della magistratura. L’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) verrà spacchettato in tre organi (un Consiglio superiore per ciascuna delle due carriere, e l’Alta Corte Disciplinare). In base ai nuovi artt. 104 comma 4 e 105 comma 3 Cost., in tutti e tre gli organi la componente dei membri ‘togati’ (i rappresentanti dei magistrati) verrà sorteggiata tra tutti i magistrati italiani, mentre la componente dei membri ‘laici’ (i rappresentanti delle forze politiche) verrà sorteggiata da un elenco di avvocati e di docenti universitari redatto dal Parlamento.

Sembrano dei tecnicismi, ma il diavolo, come si suol dire, sta nei dettagli. Proprio in questa asimmetria del sorteggio si nasconde un trojan horse suscettibile di creare pericolosi squilibri. È vero che, in base alle nuove norme costituzionali, i membri laici costituiranno una componente minoritaria, tanto nei due Csm quanto nell’Alta Corte disciplinare. Ma il sorteggio da un elenco precompilato, a differenza del sorteggio secco, in realtà non è un vero sorteggio. Comunque vada, dal bussolotto verranno fuori nomi di avvocati e professori singolarmente prescelti dalle forze politiche. Non dovremo quindi stupirci se, all’interno dei rispettivi organi, i laici saranno fin da subito più compatti tra loro, e riusciranno a far prevalere le linee di azione dettate dai partiti da essi rappresentati. Non dimentichiamo che, come l’esperienza insegna, negli organi collegiali il peso specifico conta di più del numero, e non è raro che le minoranze organizzate prevalgano sulle maggioranze disorganizzate.

Perché si è previsto un sorteggio asimmetrico, suscettibile di favorire la componente laica a scapito di quella togata? Si tratta di una reazione alle degenerazioni che hanno contraddistinto l’attività del Csm (si pensi al noto ‘caso Palamara’), troppe volte condizionata dalle logiche spartitorie delle c.d. ‘correnti’ (ossia le associazioni interne alla magistratura che raggruppano i magistrati accomunati da analoghe visioni ideologiche, culturali e organizzative in merito allo svolgimento delle loro funzioni). Il sorteggio secco dei magistrati, affermano i sostenitori della riforma, sarebbe indispensabile per rimediare a queste criticità.

Dietro questo approccio c’è un’idea ben precisa: la concezione secondo cui agli organi di governo della magistratura spetterebbero attività strettamente tecnico-amministrative, che i componenti togati dovrebbero espletare in modo neutrale ed avalutativo. Un’attività, quindi, rispetto alla quale i magistrati sarebbero intercambiabili e, come tali, tutti potenzialmente sorteggiabili. Non così per i componenti laici, che, in quanto rappresentanti delle forze politiche, sarebbero legittimati a portare all’interno degli organi le proprie preferenze ideologiche.

Proprio qui, a mio giudizio, sta il problema. Ci troviamo di fronte ad una rappresentazione troppo semplicistica dei compiti degli organi di governo della magistratura: i quali svolgono attività amministrative che, tuttavia, non di rado comportano scelte politico-valoriali in merito al miglior modo di organizzare la carriera e il lavoro dei magistrati. Si pensi alla circolare del Csm sull’organizzazione degli uffici dei pubblici ministeri, che ha dovuto trovare un compromesso fra due modelli ideologicamente difformi (stretta sottoposizione gerarchica al procuratore-capo vs. autonomia dei sostituti procuratori), suscettibili di influire non poco sulla gestione delle attività delle procure.

Nessuno dubita che sia una prerogativa dei membri laici decidere questioni del genere sulla base delle proprie visioni di politica giudiziaria. Ma mi riesce difficile comprendere perché lo stesso non debba valere per i togati, anche tramite l’aggregazione delle loro opinioni favorita dal sistema delle correnti (intese nel senso fisiologico del termine). Se si volesse sottrarre ai magistrati questo diritto, sarebbe più onesto escluderli dagli organi di cui stiamo parlando, rinunciando al metodo dell’autogoverno.

Posso essere d’accordo sul fatto che nel Csm, così come è attualmente disciplinato, vi sia un peso eccessivo della componente togata. Ma non mi sembra un buon rimedio quello di alterare gli organi di autogoverno a favore della componente laica, cadendo nell’errore opposto. Nell’interesse del raggiungimento del miglior equilibrio possibile, idealmente le due componenti dovrebbero controbilanciarsi e frenarsi reciprocamente negli eccessi: ‘due consoli al posto di un solo re’.

Ecco, quindi, il senso del voto che saremo chiamati ad esprimere il 22 e il 23 marzo: dovremo decidere come sia meglio governare la magistratura. Certo, in caso di vittoria del ‘Sì’, non è detto che lo scenario del predominio della componente di matrice parlamentare all’interno degli organi di autogoverno si concretizzi: tutto dipenderà dall’imprevedibile esito dei vari sorteggi. Ma se lo si ritiene anche solo un rischio, mi permetto di consigliare di votare contro la riforma. Con la consapevolezza che l’eventuale vittoria del ‘No’ non dovrà segnare la fine dei tentativi di riformare la magistratura. Dal giorno successivo si dovrà iniziare a lavorare, auspicabilmente con il contributo congiunto dell’avvocatura, dell’accademia e, in primis, della stessa magistratura, per individuare un assetto ordinamentale finalmente capace di superare gli intollerabili conflitti istituzionali che stanno avvelenando l’amministrazione della giustizia nel nostro paese.