ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

AMERICAN ANIMALS

La rapina sconclusionata di quattro studenti universitari, in un film che cerca la verità nella finzione.

Lexington, Kentucky: dei libri molto preziosi, una biblioteca con blandi sistemi di sicurezza, la noia dei pomeriggi universitari.

Ci sono tutti gli elementi per un colpo facile facile, anche alla portata di quattro collegiali scapestrati. 

Questa la trama di American animals, il nuovo film di Bart Layton (presentato l’anno scorso alla Festa del Cinema di Roma); ma anche la vera storia di Spencer Rheinhard, studente di storia dell’arte, che nel 2003 aveva radunato una banda di amici per mettere a segno il furto di due rari volumi (le edizioni di Birds of America di James Audubon e L’Evoluzione della Specie di Charles Darwin) dalla biblioteca dell'università.

In American animals Layton ripropone il trucco metanarrativo che già aveva adottato in The Imposter (osannata pellicola indie, fra documentario e cinema di genere, che esplorava la mitomania del ladro d’identità Frederic Bourdin). E così mescola le interviste dei protagonisti reali alla finzione di un heist movie, tanto preciso nella regia quanto assurdo nei connotati (niente armi sofisticate o diavolerie informatiche, un taser basta e avanza; nessun clan rivale né spietati avversari da eliminare, c’è solo una bibliotecaria sessantenne da immobilizzare).

Il colpo, lo si intuisce fin dall’inizio, è un fallimento totale. Ma non è quello il cuore del film. 

Mentre sorridiamo seguendo l’ideazione del piano (compreso lo spassoso ammiccamento a Le iene) e ascoltiamo la vera voce degli improvvisati Ocean’s Four, si affaccia il vuoto di orizzonte che li pervade: quattro giovani bianchi americani, più o meno di buona famiglia, che intravedono finalmente l'occasione di vivere qualcosa eccezionale, l'identità che cercano, per rispondere al disperato bisogno di sentirsi speciali.

E poi, tra le righe, c’è il tema dell’instabilità della memoria, dell’impossibilità di offrire un’unica versione dei fatti nemmeno sulla base dei racconti di chi c’era, quando possono farsi più labili le linee di demarcazione tra verità e finzione (e già sentiamo gongolare i teorici della “docu-fiction”).

La realtà si scolora, via via i ragazzi appaiono meno convincenti degli attori, il documentario abborda la messinscena. 

All'inizio del film compare una scritta: "This is not based on a true story. This is a true story". Un monito, una dedica, un'insolenza: ma qual è la vera storia? 

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