Roberto Giovanni Conti
Cari colleghi, amici, e tutti voi che avete voluto condividere questo momento,
Ringrazio l’editore e voi tutti per l’attenzione calorosa e per l’accoglienza che i nostri relatori così autorevoli hanno inteso riservare a questo volume. Mi considero per questo fortunato e sono contento che la fortuna nasca dall’avere Compagno di avventura il Prof. Ruggeri cui mi sento legato da una fraterna amicizia.
Un libro, una volta pubblicato, esce dalla disponibilità di chi lo ha scritto per entrare nello spazio, più ricco e plurale, di chi lo legge, lo interpreta, lo discute.
Per questo, più che ripercorrerne i personali contributi, vorrei provare a collocarli nella dimensione in cui sono nati, condividendo il filo che li tiene insieme e il senso di un percorso che resta aperto.
Questo percorso nasce, per quanto mi riguarda, da alcune esperienze che hanno progressivamente orientato lo sguardo. La prima è stata l’incontro con la giurisprudenza della Corte interamericana dei diritti fondamentali di San Jose, maturato nel corso di alcuni fecondi incontro con la cultura giuridica brasiliana. In quel contesto, il diritto alla verità si è rivelato non come una costruzione teorica, ma come una esigenza profondamente radicata nella vita delle persone e delle comunità.
A quell’esperienza si è intrecciato l’incontro con le opere di Leonardo Sciascia, anche attraverso il lavoro curato qualche anno fa con Luigi Cavallaro e dedicato al Maestro racalmutese. In Sciascia e nella nostra storia civile, verità, impostura e falsità convivono, si sovrappongono, si contaminano. E questo ha reso evidente un dato essenziale: la verità è plurale, non è mai definitivamente posseduta, richiede sempre un esercizio di dubbio e di discernimento.
Da qui ha preso forma l’idea che attraversa il nostro volume e cioè che quando si parla di verità si fa insieme di diritto in proiezione individuale e collettiva. È diritto individuale, perché ogni persona ha diritto a conoscere ciò che incide sulla propria dignità. Ma è anche diritto collettivo, perché la ricerca della verità riguarda la comunità nel suo insieme. Questa dimensione collettiva prende forma concreta nell’associazionismo e nei corpi intermedi che la nostra Costituzione riconosce come luoghi essenziali di sviluppo e protezione della persona in una prospettiva pluralista. È anche attraverso queste realtà che la domanda di verità si costruisce, si mantiene viva, si trasmette. Per questo, il diritto alla verità viene traghettato verso una prospettiva che ne arricchisce i prismi che lo compongono facendo emergere il volto della verità come “dovere dello Stato” di ricercarla e di accertarla.
Questa consapevolezza si è fatta più intensa riflettendo sulle grandi ferite della nostra storia, a partire dalle stragi degli anni Novanta, rispetto alle quali la verità resta, almeno in parte, ancora in costruzione.
In questo ambito, i richiami del Presidente della Repubblica rappresentano un punto fermo, ricordando a tutti che esistono verità che non possono essere abbandonate, perché riguardano uomini dello Stato, ma anche il diritto delle loro famiglie e della collettività a ottenere giustizia. Ma proprio qui, come ci ha insegnato con straordinarie quanto semplice parole Agnese Borsellino, va sottolineato un passaggio decisivo: il diritto alla verità non appartiene soltanto alle vittime cosiddette “eccellenti” o agli “eroi”, non potendo ammettere che ci siano morti di serie A e di serie B, ma riguarda anche tutti coloro che, nella loro dimensione quotidiana, familiare, locale, hanno vissuto e subito ingiustizie non meno profonde. Anche loro eroi tanto quanto i primi. Esiste dunque una trama diffusa della verità che non consente gerarchie e che impone uno sguardo egualmente attento verso tutte le storie. In questo contesto, emerge un ulteriore elemento decisivo: la responsabilità delle parole.
La verità si costruisce anche attraverso il linguaggio, attraverso il modo in cui viene cercata, raccontata, trasmessa. E chi quelle parole pronuncia – magistrati, avvocati, studiosi, giornalisti, istituzioni – porta con sé una responsabilità che è insieme giuridica ed etica. In questo quadro, il magistrato non è il portatore della verità, né il suo titolare esclusivo. È uno dei cercatori di verità. E proprio perché è “uno dei”, la verità non si costruisce in solitudine. Si costruisce attraverso un processo che trova, in prima approssimazione, nel diritto vivente una delle sue espressioni più significative: un diritto che si forma nel tempo, nel dialogo tra giurisdizioni nazionali – costituzionali e non (da ultimo proprio la Corte di Cassazione ha espressamente evocato il diritto alla verità nell’ambito di uno dei procedimenti relative alla strage di Bologna) – e sovranazionali, nella progressiva concretizzazione dei principi, in quella trama che rappresenta una forma alta di leale cooperazione tra i diversi plessi giurisdizionali.
Un diritto dovere di e alla verità che può essere rappresentato attraverso l’immagine dell’albero della verità.
Un albero radicato nei volti di chi non c’è più, che continuano a vivere e a riflettersi nei volti dei cercatori di verità: i loro familiari, le associazioni, i rappresentanti dello Stato, i giornalisti, i pubblici ministeri, i giudici, gli avvocati. Sono queste le radici profonde che alimentano la ricerca della verità. Le istituzioni e le giurisdizioni ne costituiscono il tronco e i rami: danno forma, stabilità e sviluppo. Ma senza quelle radici vive, l’albero non potrebbe esistere. È in questa integrazione tra dimensione istituzionale e dimensione sociale che la verità continua a “farsi” attraverso un concerto di voci di chi la ricerca, la desidera vincendo la battaglia contro chi intende invece nasconderla. All’interno di questo quadro, il dialogo con il professor Ruggeri ha assunto un significato che va oltre il semplice confronto tra studiosi. Trova la sua espressione più piena proprio nell’intervista contenuta nel volume, che non rappresenta un elemento accessorio, ma uno dei luoghi più intensi dell’opera a quattro mani. In quella forma dialogica emerge una consapevolezza decisiva: la verità può essere cercata solo riconoscendo di non possederla. Il metodo della domanda, dell’apertura, del confronto continuo diventa così non solo contenuto, ma metodo: una rappresentazione concreta di quella ricerca condivisa che il volume propone. Questo percorso si è nutrito anche di incontri significativi. Penso, in particolare, alla Presidente Luccioli, che desidero ricordare con affetto e riconoscenza profondi, per la qualità umana e giuridica del rapporto che abbiamo avuto la fortuna di condividere. Siamo, dunque, dentro un cammino che resta aperto. Qualcuno ha osservato – penso alla recente recensione dell’amico e collega Piero De Marzo – che queste riflessioni possono apparire inattuali. Forse è così. Ma proprio per questo risultano necessarie.
E qui credo possano aiutarci tre immagini tratte dalle tragedie greche che pure hanno costituito oggetto di analisi nel libro.
In Prometeo, si afferma il rifiuto di un potere che pretende di coincidere con la verità.
In Aiace, la dignità della persona emerge anche nella fragilità.
Entrambi ci ricordano il valore supremo e universale della dignità dell’uomo e dei valori che egli incarna: valori spesso plurali, talvolta in conflitto, e proprio per questo oggetto di un difficile e necessario bilanciamento.
Non meno potente risulta la figura di Emone che solo in apparenza è secondaria nella tragedia di Antigone. In realtà, nel dialogo con Creonte, egli incarna la voce di una verità che non si impone dall’alto, ma che nasce dall’ascolto e dal confronto. Emone invita il sovrano a riconoscere che nessun potere può pretendere di coincidere integralmente con la verità, ricordandogli che “non esiste uomo capace di comprendere tutto da solo”. In questa prospettiva, Emone rappresenta il limite interno al potere, la necessità che esso si apra alla pluralità delle voci e alla capacità di rivedere le proprie decisioni. È, in fondo, la figura di chi richiama alla responsabilità dell’ascolto e alla consapevolezza che la verità si costruisce nel dialogo e non nell’imposizione.
E allora, se dovessi affidare alla benevolenza dei presenti un’idea conclusiva di un percorso ben lontano dal potersi ritenere concluso, sembra proprio che la verità non appartenga a qualcuno, non è il risultato di un atto solitario, ma è il frutto di un cammino condiviso.
Un cammino in cui istituzioni, giurisdizioni, associazioni, società civile e singole persone sono chiamate – ciascuna per la propria parte – a essere cercatori di verità sulla via della leale cooperazione. È questo, credo, il senso più profondo del lavoro che oggi presentiamo: non offrire risposte definitive, ma condividere un impegno comune, fondato sulla leale cooperazione e sulla responsabilità di non rinunciare mai alla ricerca della verità.
Vi ringrazio.
