ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Maurizio De Lucia

Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo

Sciascia, il dubbio e la ricerca della verità

Siamo davanti ad una raccolta di saggi e interventi che consentono di qualificare questo libro come un libro complesso.

Questo secondo me è il primo pregio del volume, perché noi abbiamo bisogno di complessità, ne abbiamo bisogno perché davanti ad una materia che bene sintetizza il titolo del libro, verità e diritto, i ragionamenti non possono essere appunto ragionamenti semplici, ma come è nei vari testi raccolti, questi ragionamenti stimolati trattando appunto in maniera elabora a complessa l’oggetto del loro argomentare.

Tra gli interventi compresi nel libro una significativa parte è dedicata a Leonardo Sciascia. L’omaggio della comunità dei giuristi a Sciascia è fortemente connesso al tema della verità e alla distinzione fra alcune forme di verità, che affronterò a breve, non però prima di ringraziare il professor Ruggeri che nel presentare questa parte del volume, ricorda Sciascia e ricorda Edoardo e parlando di Edoardo De Filippo e di Leonardo Sciascia dice che devono essere compresi da un siciliano, Sciascia, e da un napoletano, Edoardo.

Questa argomentazione mi ha colpito e me ne sono compiaciuto perché mi ci ritrovo completamente. La mia storia personale, mi si perdoni se la cito, si può condensare nell’espressione che apparteneva ad Eugenio di Savoia: «ho tre cuori, uno italiano, uno francese ed uno tedesco», parafrasandolo posso dire di avere anche io tre cuori, uno della mia città natale, Trieste, uno della città della mia formazione, Napoli ed uno della città della mia vita, Palermo. Gli ultimi due, mi qualificano dunque alla comprensione di Edoardo e di Sciascia, secondo il dire del professor Raimondi e questo per me è motivo di felicità. In realtà è certamente corretto indicare insieme queste due figure di intellettuali italiani, perché il tratto significativamente comune della loro opera è l’avere contribuito, in modo importante, alla formazione civile degli italiani.

Sia il contributo di Edoardo con le sue opere, che quello di Sciascia, quest’ultimo in via prioritaria, dovrebbe essere una delle cose che obbligatoriamente si insegnano ai magistrati e non soltanto ai giovani magistrati che non sempre le conoscono. La mia esperienza diretta e che Sciascia ho imparato a conoscerlo prima di arrivare in Sicilia, quando seppi all’inizio del 1990 che sarei stato magistrato in Sicilia, e quindi siccome da poco avevo iniziato a lavorare nel pubblico impiego e, per fare un’altra citazione importante per l’autore, L’orologio di Carlo Levi, in quel tempo, certo non oggi, l’impegno nelle pubbliche amministrazioni non era così assorbente da consumare tutto il mio tempo ho avuto il tempo di avvicinarmi ad alcuni autori che da sempre desideravo leggere: Sciascia è stato il primo. E Sciascia l’ho ritrovato in tutto il mio percorso professionale e di vita per quello che Sciascia insegna, e perché Sciascia insegna in maniera non dogmatica, Sciascia, insegna in maniera problematica.

Su alcune delle cose di Sciascia, e il libro aiuta a ricordarlo le valutazioni possono essere e devono essere diverse, questo vale per lo scrittore e per il politico, ruoli entrambi che Sciascia ha svolto.

I temi citati esplicitamente nei saggi raccolti su Sciascia sono due: verità e giustizia, ma implicito e che ritorna costantemente, ve ne è un terzo: il potere.

Il potere è un tema al quale Sciascia fa costantemente riferimento e con il quale si confronta e questo tema, anche se non è esplicitamente evocato nei titoli del volume di Conti e Raimondi ricorre costantemente in tutti gli interventi tanto di Ruggeri quanto, e soprattutto, di Roberto Conti. Per Conti l’interesse per Sciascia emerge anche da riferimenti di natura personale. È un agrigentino, e un agrigentino ha verso Sciascia un rapporto più profondo di chiunque altro, perché lo interpreta anche in relazione alla terra in cui l’uno ha vissuto e l’altro si è formato. Guardando agli interventi riportati nel libro, parto dall’ultimo, perché è particolarmente utile per sintetizzare un po’ quello che è il pensiero di Sciascia. L’argomentazione degli autori muove dalla vicenda del c.d. mostro di Marsala. La storia è tristemente nota ed è una vicenda che scosse tutta l’Italia di allora, eravamo in un’Italia senza social, senza comunicazione digitale, che si alimentava di carta stampata e di notizie che venivano appunto in qualche modo soltanto dalla stampa, meglio di oggi certamente, ma anche allora con una serie di limiti. Sciascia usa questa vicenda per porre il tema di tre giudici e del comportamento di questi tre giudici in relazione all’inchiesta sul mostro. Il primo è Cesare Terranova che era il procuratore della Repubblica di Marsala, fu lui a condurre l’indagine e ad individuare il colpevole, poi processato e condannato. Si procedeva con il rito inquisitorio del tempo, pertanto, un ruolo importante era svolto dal giudice istruttore. In questa inchiesta il giudice istruttore nei suoi provvedimenti, pur avallando il comportamento del procuratore, avanzò dei dubbi ed ipotizzò scenari ulteriori relativi alla possibile presenza di mandanti. Dunque, Terranova fa il suo processo, ottiene la sua condanna e ottiene quella che è una verità processuale: le bambine sono state rapite da un colpevole che viene processato e condannato. Residua il dubbio circa i possibili ignoti mandanti e questo dubbio diventa materia di lavoro di un altro giudice che anni dopo cura una nuova indagine che muove (anche) da quello che aveva prospettato il giudice istruttore dell’epoca. Il terzo giudice è Paolo Borsellino che, appunto, sviluppa la nuova indagine e non individua mandanti. Tutto ciò non vuol dire che i mandanti non ci siano, certamente non ci sono atti processuali che ne possano affermare l’esistenza. Il risultato, la verità processuale, che viene affermata è la verità di un processo con un solo colpevole, a fronte di ciò, vi è un altro campo di indagine, diverso rispetto a quello del giudice penale, che non può più essere affidato al giudice penale e che va esplorato con altri strumenti. È il compito che in qualche misura nelle sue opere sviluppa Leonardo Sciascia attraverso la letteratura, più in generale è compito che appartiene alla storia e non più al giudice, secondo la famosa riflessione contenuta nello scritto di Piero Calamandrei del 1939 sul giudice e lo storico, in cui sono ben evidenziati i diversi scopi, i diversi strumenti e le assonanze tra i diversi operare. Perché sempre di indagine si tratta, ma quella che compie il magistrato, ha un obbligo di accertamento di verità limitato, il processo individua il colpevole, lo condanna alla pena giusta o afferma l’innocenza dell’imputato. Lo storico ha altri strumenti e non ha i limiti del magistrato e afferma una verità, seppure anch’essa non sia mai certa; perché in realtà che la verità sia certa, forse, può appartenere al mondo del divino, ma, dalla fisica quantistica in poi, il mondo è tutto relativo e affermazioni di verità assoluta sono affermazioni non più possibili. A maggior ragione nel campo del diritto, dove diventerebbero veramente preoccupanti perché affermerebbero un modello molto lontano da quello costituzionale, che celebriamo a 78 anni dall’entrata in vigore di questa Costituzione.

Questo, secondo me, è il primo, importante punto che ci consente di stabilire la distinzione che Sciascia ha chiara fra verità processuale e verità, chiamiamola così sostanziale.

Ancora, Ruggeri a pagina 63 del saggio, quando parla di Sciascia, di una fiducia nello Stato che al fondo non viene del tutto meno esprime una valutazione che, naturalmente con il massimo garbo e con rispetto, devo dire non mi trova del tutto d’accordo. Nel senso che, se è vero che un residuo di fiducia dello stato in Sciascia c’è, appare importante la considerazione di Giovanni Falcone, che Sciascia pure lo conosceva bene ed in Cose di cosa nostra lo cita cinque volte.

Falcone a proposito del rapporto con lo Stato dice: «Io credo nello Stato non però alla maniera di Leonardo Sciascia che sentiva il bisogno di Stato (come afferma giustamente il professor Raimondi, n.d.a.) ma nello Stato non aveva fiducia, il mio scetticismo piuttosto che una diffidenza sospettosa è quel dubbio metodico che finisce col rinsaldare le condizioni, io credo nello Stato e ritengo che sia proprio la mancanza di senso dello Stato, di Stato come valore interiorizzato a generare quelle distorsioni presenti nell’animo siciliano». Falcone ci riporta allora al tema del rapporto col potere ed è facile sposare la considerazione di Giovanni Falcone rispetto a un atteggiamento, in qualche modo tiepido di Sciascia. Siamo in presenza di uno dei più grandi intellettuali del ‘900 italiano, ma lo scetticismo verso lo Stato lo porta ad assumere posizioni francamente sulle quali, salva la necessità sempre di approfondirne il pensiero, si può esercitare il dubbio. In tema di terrorismo, gli fu erroneamente attribuita la paternità dello slogan “né con lo Stato, né con le Brigate rosse”, mai Sciascia ebbe a dire qualcosa del genere, ma il suo non schierarsi in maniera decisiva, in un momento decisivo dalla parte dello Stato fu una delle ragioni di quella falsa attribuzione. La posizione che prese sul maxiprocesso, posizione fortissimamente garantista, gli impedì di comprendere la dimensione storica del maxiprocesso al di là della dimensione giuridica. Soprattutto lo troviamo non dalla parte giusta, così come non lo troviamo dalla parte giusta in quella parte del famoso articolo sui professionisti dell’antimafia pubblicato dal Corriere della Sera il 10 gennaio 1987.

Quell’articolo si divide in tre parti, il pretesto è il libro di C.J.H. Duggan, sulla mafia in Sicilia rispetto al quale possiamo dire che l’autore manifesta una certa neutralità valutativa. La seconda parte dell’articolo, a mio giudizio, è il cuore dell’articolo stesso, ed è la parte ampiamente condivisibile: senza fare il nome, Sciascia, indica un sindaco e critica il modo di fare antimafia di tale sindaco, parla di una Antimafia basata sulla denuncia, ma critica il fatto che il sindaco si fermi alla denuncia senza fare quello che in realtà da un sindaco ci si aspetta. La denuncia, la denuncia politica è importante ma è vero che il sindaco prima di tutto deve fare il sindaco.

Infine, la terza questione, è qui la questione conserva una sua attualità anche all’interno del dibattito tra i magistrati oggi, poiché dimenticando la Storia si torna a discutere per la valutazione delle carriere dei magistrati di criteri basati sull’anzianità anziché sul merito. L’anzianità è un criterio oggettivo rispetto al criterio del merito, però la domanda che allora come oggi ci dobbiamo rivolgere è: per dirigere un ufficio giudiziario ci accontentiamo del più anziano o dobbiamo pretendere il più bravo?

Sciascia sbaglia quando dice che Borsellino per il posto di procuratore della Repubblica di Marsala viene individuato perché ha fatto i processi di mafia e così ha superato un collega più anziano.

L’anzianità diventa un pretesto, peraltro la storia ci dice come fra questi due criteri, quello dell’anzianità sia sempre stato quello sbagliato, perché dopo Borsellino a Marsala e la polemica che ne seguì ci fu la questione della nomina del capo dell’ufficio istruzione di Palermo è lì 16 anni di anzianità in più stroncano quello che agli occhi di tutto il pianeta era il magistrato più idoneo a fare il capo dell’ufficio istruzione di Palermo.

La scelta non fu affatto neutra, perché, sempre la storia, ci dice che il nuovo anziano capo dell’ufficio procedette allo smembramento delle indagini contro la mafia, cui seguì lo smembramento del pool antimafia di Palermo. Dovemmo attendere le riforme del ‘91 ‘92, la nascita della Direzione nazionale antimafia per tornare ad avere una struttura coordinata di livello giudiziario per le indagini contro la mafia.

Mosse queste critiche e già pentito di esse davanti ad una figura come quella di Sciascia, è evidente che un intervento come questo deve soprattutto valutare nella sua dimensione globale l’operato di Sciascia e questo è il principale titolo che il lavoro di Conti e Raimondi realizza. In proposito cito soltanto due momenti del lavoro di Sciascia, uno che è del 1961, quando ne Il giorno della civetta fa dire al capitano Bellodi «bisognerebbe di colpo piombare sulle banche, mettere mani esperte nella contabilità, revisionare i catasti» sostanzialmente la mafia e violenza, ma la mafia è soprattutto presenza in determinati mondi e Sciascia lo scrive nel 1961. Questa idea delle indagini sui patrimoni la ritroviamo anche nel diario di Colette Rosselli, pubblicato da Longanesi nel1986. Rosselli ricorda l’incontro del 15 giugno 1982 al Quirinale, in cui al presidente Pertini Sciascia ebbe a ricordare la piaga della mafia in Sicilia, «una piaga che non potrà essere debellata se non con un rigoroso controllo bancario. Ricordo – dice l’autrice – che terminò Sciascia con una richiesta al Presidente Pertini di persuadere il Governo Spadolini sul punto ad intervenire in questo settore».

C’è allora anche una grande modernità, una grande consapevolezza non solo del fenomeno mafioso, ma degli strumenti di contrasto al fenomeno mafioso nell’opera di Sciascia, anche per questo sono grato agli autori. Per questa parte del volume, che ci porta di nuovo a ragionare su un grande intellettuale italiano, un grande intellettuale siciliano, sulle problematiche che la figura di Sciascia comporta sulla necessità prima di parlare di Sciascia di leggerlo, studiarlo e approfondirlo a capire come il tormento del dubbio sia al centro della sua opera perché come è stato detto da chi mi ha preceduto la verità è un progetto, una tendenza alla quale si deve arrivare, ma non è un’affermazione, perché sulle affermazioni così categoriche bisogna in qualche misura dubitare. Infine va ricordato il passaggio che per i magistrati vale più di tutti. Cito da pagina 44 di Una storia semplice, secondo me un dialogo che il procuratore generale della Cassazione dovrebbe imporre a tutti i magistrati di imparare a memoria perché è il dialogo del vecchio professore Franzo con il procuratore della Repubblica:

«...Ma si ricorda di me?

Certo che mi ricordo.

Posso permettermi di farle una domanda, poi gliene farò altre di altra natura, nel componimento di italiano lei mi assegnava sempre un 3 perché copiavo, ma una volta mi ha dato un 5 perché?

Perché aveva copiato da un autore più intelligente.

Il magistrato scoppiò a ridere.

L’italiano, ero piuttosto debole in italiano ma, come vede, non è poi un gran guaio. Sono qui procuratore della Repubblica.

L’italiano non è l’italiano è il ragionare – disse il professore – con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto.

La battuta era feroce, il magistrato impallidì e passò ad un duro interrogatorio».

Intervento di Maurizio De Lucia