ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Lia Sava

Procuratore generale della Repubblica presso la Corte d'Appello di Palermo

La giustizia fra umano e divino

Premessa

Gli autori ci hanno invitato ad illustrare le sollecitazioni scaturite dalla lettura del testo che è profondo strumento di crescita intellettuale per i privilegiati lettori. La poliedricità degli argomenti trattati mi ha “affamato” ed ho divorato il libro, alla luce di un “filo rosso” che, pagina dopo pagina, ho ritenuto di rinvenire nel prezioso contesto logico dei diversi scritti. Non sono certa che condividerete la mia visione e non so se vorrete apprezzare quel “filo rosso” del quale vi dirò di qui a breve. Perché le sollecitazioni sono frutto di quella mia personale visione del rapporto fra verità e diritto e quindi della considerazione intima del panorama giustizia che è, in qualche misura, connessa al mio essere credente. Ed è per questo che vi chiedo di essere pazienti, allorché spigolerò fra le pagine del libro per mostravi ciò che io vi ho colto ed il beneficio che ne ho tratto, non solo come giurista ma anche come “persona in cammino”, alla ricerca, come ognuno di noi, del vero. Perché, vedete, pur affrontando vari argomenti da differenti angolazioni, la ricerca della verità ed il suo rapporto con il diritto hanno, secondo me, alcuni concetti cardine che, in qualche misura, conducono al rapporto fra giustizia umana (perfettibile e in costante tensione verso un “vero” multiforme e cangiante a seconda delle angolazioni dalle quali lo si guarda) e giustizia divina che ci consegna l’aspirazione ad una verità assoluta, finalmente compiuta, che l’uomo, imperfetto e limitato per sua natura, non può raggiungere. È come se quella tensione verso la verità che attraverso il processo e l’applicazione del diritto, interno ed internazionale, cerchiamo di raggiungere, potrà essere soddisfatta nella sua completezza solo su un piano “più alto”, che ci conduce sulla soglia della giustizia divina. Ed avviamo il nostro percorso di lettura, con una precisazione preliminare. Fin dall’antichità il rapporto fra giustizia umana (e quindi l’umana verità) e la giustizia divina è stato sentito e vissuto. Lo vedremo, nel libro, nelle pagine che si dipanano fra Prometeo ed Aiace, ma pensiamo anche ai Romani nella prima fase del loro percorso culturale, allorché ius e fas avevano legami intrinseci ed era il sacerdote che custodiva la legge, evidentemente quella divina e quella umana ad un tempo, entrambe imperscrutabili e lontane dall’uomo.

Il filo rosso

Quindi, l’interazione fra verità e diritto non può prescindere da una riflessione sul tema del rapporto della giustizia fra umano e divino perché è palese che, ove si dibatte di verità, non può non affrontarsi il tema che afferisce anche alla sfera più intima di ciascuno di noi, costituito dalla commistione fra aspirazioni umane, limitate, ed il divino che per intima essenza dovrebbe ricondurre a qualcosa non di perfettibile, come è la giustizia umana, ma perfetta, proprio perché riconducibile a Dio. Il tema della giustizia, sospeso tra la dimensione umana e quella divina, rappresenta uno dei dilemmi filosofici e letterari più profondi della storia della civiltà. È il conflitto tra la legge scritta, il Nomos, e la legge morale o religiosa, la Physis. Quindi se il rapporto fra giustizia divina e giustizia umana oggi è caratterizzato da una separazione netta sul piano legale, vi è una interazione complessa, spesso velata, su quello etico e culturale. Invero, se un tempo le due sfere tendevano ad essere sovrapposte, la modernità si sforza di tracciarne un confine marcato attraverso percorsi logico‑argomentativi di grande rilievo. Nella lettura del libro, secondo me, ci sono diversi spunti che richiamano questa aspirazione, volta al superamento dei limiti dell’umano attraverso la tensione verso una verità completa e, quindi, in qualche modo, in diretto rapporto con il concetto di divino. Pensiamo, a titolo meramente esemplificativo, all’endiadi verità processuale e verità storica ove la verità storica è pretesa anche dai parenti delle vittime «di chi ha subìto l’aggressione al valore supremo della vita ed integrità fisica» (cfr. pag. 37 del libro), avvertita come aspirazione ad un ristoro dell’anima quasi ad anestetizzare l’immensità del dolore. Ed è, dunque, come trovarsi di fronte a due prospettive, quella della giustizia umana e quella della giustizia divina rispetto alle quali dobbiamo cercare di mediare, attraverso alcune significative convergenze, seguendo il “filo rosso” del libro.

Nella maggior parte degli ordinamenti moderni, la giustizia umana si fonda sul principio di laicità mentre la giustizia divina poggia su verità rivelate e sulla coscienza interiore. È onnisciente e valuta non solo l’azione, ma l’intenzione profonda e lo stato dell’anima. Questo conflitto secolare ha portato alla nascita del concetto di Ius Naturale e cioè l’idea è che esista una giustizia “superiore” che non appartiene esclusivamente agli dei, ma è iscritta nella ragione umana e quindi si ricollega a valori assoluti quali la vita e la dignità, mentre la Giustizia Umana fornisce lo strumento per salvaguardali e cioè le leggi scritte, i processi, le istituzioni. Nel libro, l’interazione tra giustizia umana e divina la rilevo come tensione costante verso la verità e trova il suo approdo, il suo equilibrio, come vedremo, nella aspirazione alla riconciliazione: «Come valore contrapposto quasi un controlimite all’esigenza di verità e di accertamento della verità delle vittime, evidenziando che le evidenze sottese ad essa dovessero comunque soccombere, in assenza di misure pienamente ripristinatorie nei confronti delle vittime» (cfr. pag. 41 del libro). Se dunque lo Stato ha l’obbligo positivo di garantire il diritto alla verità, trattasi di una tensione che non è detto che si realizzi e quindi solo la giustizia divina, per chi ci crede, potrebbe realizzare “l’aspirazione al vero”. Anche nelle riflessioni del professore Ruggeri intravedo il filo rosso di una tensione verso la verità assoluta e ad un tempo la consapevolezza delle difficoltà a realizzare questa tensione. A questo proposito, le sue considerazioni in tema di diritto, verità e giustizia nell’opera di Sciascia, mi riconducono a ciò. È dolorosa la necessità del giudicare ed è dolorosa la realizzazione della giustizia umana, ma rimane sempre il dubbio che questa giustizia non sia in effetti la realizzazione della verità assoluta che solo il divino per chi ci crede potrà realizzare. Mi sembra emblematica a questo proposito a pag. 64 del libro la seguente espressione: «Il lascito morale di maggior pregio che da Sciascia è pervenuto a noi e che, si può essere certi, seguirà a trasmettersi anche dopo di noi, sta non già nell’idea del (non) possibile raggiungimento della meta verità e giustizia insieme, veicolate dal diritto, bensì nel fatto in se, eticamente significante, del cammino verso di essa, nella tensione morale che lo anima e sorregge, non facendo mai venir meno la speranza di poter giungere fino in fondo». Mi chiedo, dunque, questa tensione è destinata a rimanere senza risposta oppure la soluzione è in quella prospettiva “divina” che richiama appunto il concetto di giustizia divina? E qui mi ricollego a pag. 67 del libro quando nell’omaggio a Leonardo Sciascia da parte della comunità dei giuristi Roberto Conti si rifà e menziona Sciascia in Nero su Nero nel Vangelo di Giovanni quando Gesù dice di essere venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità, Pilato domanda: “Che cosa è la verità?”. La risposta l’abbiamo a pag. 110, allorché si parla della valigetta degli attrezzi che deve avere il giurista secondo Sciascia, si parla di “anelito”, cioè di una tensione verso la verità e la giustizia che non si realizza mai. Ed allora qual è la risposta se non una giustizia “divina” nella quale sperare, per chi ci crede? Se non c’è nessuna certezza questo vuol dire che la verità processuale non è sufficiente a colmare un bisogno che va ben oltre, è una vera e propria sete, che appartiene al “divino” più che all’umano imperfetto e fallibile.

Anche nel pensiero di Ruggeri (pag. 126) quando si riflette su Costituzione e Verità a me pare che si ricerchi una verità incontrovertibile traendola dalla nostra Carta fondamentale ma anche questo tentativo di ancorarsi “a qualcosa che resti” al di là delle fragilità umane prendendo spunto dalla forza dei valori costituzionali non è sufficiente a risolvere tutte le tensioni verso la verità assoluta. E quindi, ancora una volta, una risposta possibile può essere, ripeto per chi ci crede, uno sguardo alla giustizia divina (cfr. pag. 130) «Verità frammiste a vistose incertezza interpretative sollevate dagli enunciati costituzionali», quindi neppure la Costituzione è strumento per verità assolute. Ma ancora, cfr. pag. 165 «Anche il giudicato soffre di un periodo di crisi in quanto la verità in esso fissata – e per esso confezionata dal giudice – viene progressivamente attaccata o comunque messa in discussione dal diritto vivente proveniente dalle Corti internazionali». Questo significa, ancora una volta, che siamo di fronte ad una “tensione” tutta umana e fallibile verso una verità assoluta che solo una giustizia divina, per chi ci crede, può consentire di raggiungere. Ed a pag. 167 si evidenzia, ancora una volta, che «La verità conclamata dal giudicato, dunque, traballa in termini di certezza in un tempo, quale è quello presente, nel quale le certezze si infrangono in nome di più o meno condivisi principi superiori…». Quindi nessuna certezza, nessuna verità incontrovertibile. Ancora, a pag. 206 «Una base democratica, si diceva, nella quale la conoscenza dell’etica della responsabilità, la cooperazione ed insieme il coraggio possono offrire un chiaro segno del potere della verità». Abbiamo, dunque, la sensazione di un vuoto da colmare, attraverso un discorso complesso, basato sull’etica, nel quale si impegnano tutti i costruttori di verità. Ma è sufficiente questo? Se dobbiamo sempre sforzarci di cercarla, trovarla e reinventarla questa verità umana così friabile essa può soddisfare i bisogni più profondi dell’uomo? Sovviene, quindi, la giustizia divina, come prospettiva, per chi crede. Ancora, cfr. pag. 228: «Per gestire la complessità si richiama la circolarità dei processi interpretativi». Ma mi chiedo, tutto ciò che è interpretazione non è forse suscettibile di fallibilità?

Verso la fine del libro, e forse non è un caso, si avvia un percorso particolare (cfr. pag. 255) «Verità religiose e verità costituzionali a confronto: il profondo significato per la teoria giuridica di taluni sostanziali convergenze». E quali sono le convergenze (cfr. pag. 259): la persona come metavalore ed i suoi corollari. E su questi metavalori riconducibili alla persona individuiamo le assonanze (cfr. pag. 261): «Si faccia caso all’assonanza: la negazione della verità religiosa è frutto della non fede; la negazione dei principi fondanti l’ordine costituzionale è essa pure frutto di un atto di pura forza, foriero di discontinuità, con il quale si mette da canto una complessiva verità assiologicamente connotata e la si sostituisce con un’altra». Ed il prosieguo del filo rosso ci conduce a pag. 262: «Il pensiero religioso e quello laico si incontrano e danno mutuo sostegno ed alimento è dato dal riconoscimento della persona come valore, anzi come “metavalore” espressivo di una verità assoluta da cui direttamente e linearmente discende la salvaguardia della dignità della persona stessa che è oggetto di un diritto indisponibile». Da ciò deriva che (cfr. pag. 264) nel diritto giusto come nella religione autentica: «Non si può far luogo a gerarchie fra le persone per l’aspetto della dignità». Ed ancora, ulteriore coincidenza (cfr. pag. 270): «L’intento dei cives e dei fideles di impegnarsi attivamente nella gestione della cosa pubblica quale espressione ad un tempo della democraticità dell’ordinamento e testimonianza di servizio reso alla verità». Ma altra coincidenza la troviamo nel dovere di solidarietà (cfr. pag. 271): «Il modo migliore per esercitare i propri diritti si ha nel momento in cui gli stessi si fanno servizio, commutandosi in un dono fraternamente offerto». Ma fondamentale (e bellissimo) è ciò che è detto a pag. 263: «Il Cristo non prometteva l’effettivo godimento dei bisogni in parola, nella loro proiezione tipicamente terrena, né li assicura la Costituzione che, con le sole forze di cui dispone, non è in grado comunque di superare lo scarto ineliminabile tra il dover essere e l’essere. L’una e l’altra tuttavia volgono uno sguardo amorevole specie nei riguardi degli ultimi, dei diseredati, i non eguali. Indicano, insomma, la via da percorrere, pur irta di insidie che sia e particolarmente sofferto il cammino da compiere; ed è una via lungo la quale tutti, pubblici poteri e componenti la comunità governativa – sono chiamati a muoversi, ciascuno secondo il proprio passo e le forze di cui dispone. Una trasformazione della società che in qualche modo si rispecchi nel disegno divino e in quello costituzionale richiede, infatti, un poderoso sforzo collettivo, restando nondimeno individuali le responsabilità tanto per ciò che si fa quanto per ciò che non si fa». Ed, inoltre, sovviene al nostro discorso il capitolo “Prometeo, il Potere, l’uomo e la giustizia fra l’umano e il divino”. Il rapporto tra giustizia umana e giustizia divina rappresenta il cuore pulsante della riflessione filosofica e letteraria occidentale, trovando nel Prometeo incatenato di Eschilo il suo punto d’avvio più sofisticato. Approfondire questo legame significa analizzare come l’umanità abbia tentato di conciliare la necessità di leggi terrene (spesso imperfette) con l’aspirazione a un ordine cosmico superiore e immutabile. La tragedia di Eschilo è il testo dell’antichità che meglio si interroga in ordine al conflitto insanabile tra due diverse concezioni di “giustizia”. È un’opera che non offre risposte tranquillizzanti, ma evidenzia uno iato etico fra ciò che è in mano agli dei e ciò che è nella disponibilità degli uomini. Zeus non è portatore di giustizia autentica ma mira unicamente a conservare il suo potere, poggiandosi sulla forza. A fronte c’è Prometeo che incarna una giustizia “umana”, nella quale possiamo più facilmente riconoscerci. Invero, per lui è giusto ciò che è utile alla nostra specie ed è perciò che ruba il fuoco, simbolo della ragione. Ma neppure Prometeo è eroe senza macchia. La sua colpa è l’hybris, la sua tracotanza, il suo orgoglio intellettuale. Ed ecco, ancora una volta, la necessità di una sintesi, che Eschilo intravede ma nel dramma non pare realizzarsi. Sintesi verso la quale noi, invero, dobbiamo tendere e cioè l’unione tra la forza della legge divina, incarnati da Zeus ed i valori di eguaglianza e dignità della persona di cui si fa portatore Prometeo. Sul punto vi sono nel libro diverse sollecitazioni che mi riportano alla necessità di bilanciare valori (cfr. pag. 298): «La resilienza rispetto agli ordini ingiusti perché contro l’umanità», ancora «il diritto alla speranza rispetto ad una pena eterna». Siamo, ancora una volta, di fronte alla complessità ed alla esigenza di trovare un contemperamento. Invero, la verità del processo, e quindi la giustizia umana, sono “precostituite” e si formano attraverso il processo (cfr. pag. 304). Ma l’uomo e la sua giustizia umana, pur attraverso i “doni” che Prometeo fa all’uomo, sono in grado di dare risposte autentiche e vere? L’uomo è in grado di discernere (pur attraverso i doni di Prometeo) ciò che va fatto da ciò che non va fatto? (cfr. pag. 306). Ed, infine, Aiace e la ricerca della verità. Il suicidio di Aiace è un atto di amore? (cfr. pag. 313). Può essere il suicidio un’espressione di amore? O non va forse contro quella Giustizia divina che pone la vita al centro stesso dell’amore? Ed allora: pag. 318 «Forse è proprio questo uno degli insegnamenti universali che può venire dalla tragedia Aiace. Non giudicare su ciò che non ti appartiene, ma appartiene allo scrigno dei valori di ogni uomo».

Ed io aggiungo, il conflitto classico fra Antigone e Creonte. Qui la giustizia si spacca in due: la giustizia umana di Creonte che rappresenta lo Stato, l’ordine pubblico e la legge positiva. È necessaria per evitare l’anarchia, ma può diventare tirannica se ignora l’etica. E la giustizia divina, di Antigone, che si riferisce alle “leggi non scritte”, eterne e immutabili. Antigone obbedisce al cuore e agli dèi, sfidando il decreto umano a costo della vita.

Conclusioni

Provando a trarre le nostre conclusioni, nella prospettiva odierna, la “giustizia divina” deve essere reinterpretata come etica universale o dei diritti umani inalienabili. Resta però il senso di insoddisfazione verso la giustizia umana, poiché l’uomo è fallibile, la sua giustizia sarà sempre un’approssimazione. E quella fallibilità altro non è che la nostra tensione collettiva verso la verità. Ed allora, qual è la possibile sintesi? Occorre individuare una strada percorribile nella “giustizia che spalanca le porte” la cui base deve essere una forma di sentimento condiviso. Le leggi umane devono poggiare sul consenso che non deve mai oltrepassare la salvaguardia della dignità umana. Ne consegue che la giustizia umana senza il richiamo a qualcosa di superiore (sia esso Dio o un’etica universale) non può bastare. Ma anche la giustizia divina senza il filtro della ragionevole condivisione può divenire pericolosa teocrazia. Ed allora, ecco che la “Giustizia Divina” deve intendersi come quell’orizzonte di valori indispensabili per provare a realizzare la comune tensione verso la Verità incontrovertibile. E, a ben vedere, il dibattito in corso sulla giustizia riparativa cerca di mediare tra questi due mondi, provando a curare la ferita tra vittima e colpevole, invece di limitarsi alla sola punizione detentiva. La ricerca di una “via di mezzo” tra il rigore della legge umana e l’aspirazione etica della giustizia divina è uno dei campi più affascinanti della penalistica contemporanea. Non si tratta di trasformare i tribunali in confessionali, ma di rendere il diritto più “umano”. Pertanto, il principale spazio nel quale le due sfere, umana e divina, oggi si contaminano è proprio la giustizia riparativa, che è il loro spazio d’incontro più concreto. A differenza della giustizia retributiva, la giustizia riparativa si concentra sulla guarigione del legame spezzato. Il punto d’incontro assume dalla giustizia divina il concetto ravvedimento, inteso come trasformazione interiore, e lo conduce nella sfera del sistema penale per favorire una riconciliazione autentica, che nasce dall’intimo di ciascuno (l’in se divino, per chi crede), che il solo carcere non può produrre. Ed il giudice si pone, dunque, di fronte al suo imputato con il prudente equilibrio che è frutto della ragione ma che, comunque, richiama “il discernimento spirituale” (per chi crede), guardando non solo alle circostanze del reato ma anche alle situazioni umane e sociali che lo hanno generato. Ed ecco, quindi, che la messa alla prova diviene lo strumento che davvero incarna il punto di incontro fra umano e divino. Almeno secondo me, che credo.

Intervento di Lia Sava