ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Politico

Riccardo Magi

segretario di +Europa

L’altro giorno, intervenendo alla Camera durante la discussione generale, il mio intento era comunicare qualcosa in modo diretto al paese e all’opinione pubblica. È esattamente lo stesso spirito che ritrovo qui, in questa splendida iniziativa. Credo che dobbiamo dircelo chiaramente: il nostro obiettivo politico deve essere quello di far saltare questa legge elettorale scellerata.

In Aula ho mostrato un cartello — che ho riportato anche qui stasera — che riproduce il fac‑simile della scheda elettorale che i cittadini si troverebbero tra le mani se questa riforma passasse. Come vedete, la scheda riporta in alto i simboli delle varie liste con i nomi dei candidati bloccati nel proporzionale e, subito sotto, il listone nazionale per l’attribuzione automatica del premio di maggioranza. Su questo cartello ho aggiunto una scritta in calce — quella che poi ha determinato, diciamo, la mia espulsione dall’Aula da parte della Presidenza —: ”Il tuo voto non conta”.

Ne sono profondamente convinto. Questa scheda rappresenta la definitiva rinuncia al diritto di un voto libero, eguale e democratico per i nostri cittadini. Dobbiamo dirlo apertamente: se è vero che già oggi con il Rosatellum abbiamo le liste bloccate, lì rimaneva almeno un residuo minimo di scelta legato al candidato nel collegio uninominale. Con questa nuova configurazione, invece, non c’è proprio più nulla da scegliere: ci troviamo davanti a decine di nomi blindati calati dall’alto, che il cittadino o ingoia in blocco, prendendone passivamente atto, oppure rifiuta astenendosi. Per dare un segnale di opposizione intransigente, in Aula ho mimato la reazione che a quel punto molti cittadini avrebbero, naturale e sana: quella di strappare la scheda elettorale. Ero e sono perfettamente consapevole della gravità di quel gesto, ma era necessario per denunciare la gravità dello strappo istituzionale in corso.

C’è poi un altro fatto macroscopico su cui richiamo l’attenzione dei molti giuristi e costituzionalisti presenti in sala: il nome più importante, in realtà, non compare fisicamente sulla scheda. La legge stabilisce che, per essere ammesse alla competizione elettorale, le liste debbano essere obbligatoriamente collegate all’indicazione formale del candidato alla Presidenza del Consiglio. Attenzione: questo non è un semplice espediente politico o un brand elettorale, come quando si scriveva sul simbolo ”Berlusconi Presidente” o ”Salvini Premier” — formule che, tra l’altro, non hanno portato fortuna a nessuno dei due, visto che poi a Palazzo Chigi ci è andata Giorgia Meloni che non aveva quella dicitura nel logo. Questo è un vincolo giuridico stringente! Se una lista non presenta l’indicazione del Premier, decade automaticamente e non può essere votata.

Mi rivolgo ad Andrea Giorgis, a Federico Fornaro, ad Augusto Barbera e a tutti gli altri costituzionalisti: a mio avviso, questo è un elemento di incostituzionalità patente. È inutile che la maggioranza inserisca nel testo la clausola ”fatte salve le prerogative del Capo dello Stato”. Non c’è proprio nulla da fare “salvo”: le prerogative al Presidente della Repubblica gliele hai tolte nei fatti! Se costringi le forze politiche a quel vincolo, pena l’esclusione dalle elezioni, stai realizzando una surrettizia riforma della forma di governo per via elettorale.

Nel dibattito parlamentare del 1952 sulla “legge truffa”, che ho citato l’altra mattina alla Camera, persino Giorgio Almirante — allora relatore di minoranza per il Movimento Sociale Italiano, posizionato su tesi diametralmente opposte a quelle di Piero Calamandrei o Palmiro Togliatti — accusava la Democrazia Cristiana di voler scavalcare la procedura di revisione costituzionale passando, appunto, dalla porticina della legge elettorale. Questo è il nodo storico che si ripete! All’epoca, Aldo Moro rispondeva ad Almirante ricordando che quel premio di maggioranza scattava solo se una coalizione avesse raggiunto il 50% più uno dei consensi reali nel paese. In questo testo, invece, la soglia è fissata ad appena il 42%. Di conseguenza — e mi ricollego a quanto diceva prima Gherardo Colombo sulle minoranze — si trasforma artificialmente una minoranza di voti nel paese in un’ampia e autosufficiente maggioranza di seggi in Parlamento. E questo non è democraticamente tollerabile.

Per questa ragione mi rivolgo a tutti i paladini della democrazia parlamentare e del liberalismo, in particolare a quelli dell’area centrista alla quale vengo solitamente ascritto: non li sento e non li vedo agitarsi, indignarsi o mobilitarsi come dovrebbero. Eppure dovrebbero sapere che, con un impianto del genere, la centralità del Parlamento viene azzerata.

C’è però una nota di grande speranza. Dopo i fatti di venerdì e la mia espulsione, abbiamo lanciato in rete un appello contro il Melonellum: pur in assenza di una copertura da parte dei grandi media, la petizione ha raccolto ben 25.000 firme in soli tre giorni. Significa che nel paese reale qualcosa si sta muovendo; si sta risvegliando una forte sensibilità dei cittadini attorno al concetto cardine: ”Il tuo voto non conta”. Non è una questione di simpatie di partito, ma di arginare un salto di qualità drammaticamente in negativo delle nostre istituzioni.

Infine, respingiamo l’infingimento retorico della governabilità e della stabilità. Nei talk show televisivi ci sentiamo ripetere costantemente: ”Beh, però al paese servono governi stabili”. È un enorme inganno. La stabilità di un governo è data esclusivamente dalla qualità della sua proposta politica e dalla solidità dei suoi partiti. Se le coalizioni sono programmaticamente fragili, l’esperienza storica dimostra che non è costruendole artificialmente in laboratorio o regalando loro un bonus di parlamentari che si garantisce la tenuta del sistema. I governi reggono se sono credibili e se sanno ricostruire un rapporto di fiducia autentico con i cittadini. E scusate la raucedine... ma con questa legge elettorale la democrazia rischia davvero di diventare un simulacro.

Trascrizione non riletta dal relatore