Massimo Giannini
È un piacere e un onore essere qui con voi oggi e far parte di un tentativo di fissare al primo punto dell’agenda del paese — ma quando dico del paese non parlo delle istituzioni, parlo delle persone in carne e ossa — un tema che, all’apparenza, può non sembrare così coinvolgente per i non addetti ai lavori, e invece lo è in modo drammatico.
Per parlare di questo parto da un flashback: torno all’aprile del 1993. Io lavoravo a Repubblica e mi ricordo benissimo quel giorno radioso all’indomani del quale Mario Segni, con il suo referendum sul sistema maggioritario, aveva trionfato. Si aprì allora, per un paese devastato dallo scandalo di Tangentopoli e dalle indagini di Mani Pulite, una stagione nuova di immense speranze. Speranze che ruotavano soprattutto intorno a un tema fondamentale: la restituzione della politica al cittadino. Il popolo, infatti, se l’era vista sfilare via dalle mani nel corso degli anni precedenti attraverso il meccanismo del consociativismo pentapartitico; tutte dinamiche della Prima Repubblica che avevano spinto le persone ad allontanarsi sempre di più dalla partecipazione pubblica.
Quel giorno Mario Segni entrò nella nostra redazioncina — eravamo ancora nella storica sede di Piazza Indipendenza —, che era gremita di persone. C’era ovviamente Eugenio Scalfari che “ufficiava” l’incontro, e mi ricordo un entusiasmo fortissimo. L’idea di fondo era proprio questa: Mario Segni lo disse a voce ed Eugenio Scalfari lo scrisse il giorno dopo sull’editoriale: ”La democrazia ritorna in mano ai cittadini”.
Ci tengo a rievocare questo aneddoto perché sono passati tanti anni da allora, ma a me pare che oggi stiamo assistendo al processo inverso. Al di là di tutti gli aspetti tecnici già messi in evidenza finora, che riguardano l’assetto costituzionale e le storture strutturali di questo testo... come è stato ribattezzato dai giuristi prima? Un ”Minoritarium”? Ecco. Io però insisterei nel chiamarlo politicamente Melonellum. Glielo intesterei proprio a quella che io chiamo “la sciamana” [Giorgia Meloni], non la mollerei da questo punto di vista: questa riforma è roba sua. Gli italiani devono sapere chiaramente che è una firma sua, e che il tentativo di trasformare una democrazia rappresentativa in un’autocrazia elettiva appartiene all’identità di questa destra, esattamente come accade per tutte le destre del pianeta, a partire da quella americana di Donald Trump.
Da operatore dell’informazione, penso che l’elemento fondamentale su cui battere di più — insieme a questo magnifico gruppo di costituzionalisti che il professor Zaccaria ha messo in piedi — sia proprio l’esclusione dei cittadini. Ormai le liste bloccate sembrano essere diventate un arredo irrinunciabile della nostra casa istituzionale. E così i cittadini, che già si stanno allontanando palesemente dalla cosa pubblica, continuano a esserne tenuti fuori. Continua a prevalere la logica militarizzata dei vertici di partito, con eletti che non sono scelti dal popolo sovrano, bensì nominati direttamente dalle segreterie. Il fatto che a blindare i nominati non sia un leader carismatico del passato come Silvio Berlusconi, ma una leader che ha costruito la sua intera parabola sul populismo e sul contatto diretto con il popolo come Giorgia Meloni, secondo me colpisce nel segno e può mobilitare l’opinione pubblica.
Per questo motivo, nel nostro lavoro sui media, cercherò di insistere soprattutto su questo aspetto; ma penso che anche per voi costituzionalisti sarà utile insistere su questo tasto. È un concetto che i cittadini capiscono benissimo e si inserisce nel solco della partecipazione che abbiamo già visto nascere con il recente referendum sulla giustizia.
La cosa fondamentale è comprendere che siamo dentro un ciclo in cui le regressioni democratiche si producono in modo impercettibile, senza che la pubblica opinione se ne renda conto immediatamente. Gianni Cuperlo ricordava prima che le tre riforme simbolo con cui la destra ha impostato la legislatura [autonomia differenziata, giustizia e premierato] sono state bloccate, ma i loro progetti restano sullo sfondo e ora il governo cerca vie alternative attraverso la legge elettorale. Ciascuno di questi strappi, preso singolarmente, rischia di determinare nella società una reazione psicologica pericolosa, che lo scrittore Francesco Piccolo ha sintetizzato magnificamente nel suo libro Il desiderio di essere come tutti.
Nel libro Piccolo racconta della sua fidanzata dell’epoca, in pieno periodo berlusconiano: il Cavaliere iniziava a varare le sue prime leggi ad personam e a intervenire sulle rogatorie internazionali; Piccolo si indignava e la fidanzata minimizzava dicendo: ”Vabbè, le rogatorie... che sarà mai?”. Passava qualche mese, arrivava il Lodo Schifani e lui scattava sulla sedia: ”Porca miseria, il Lodo Schifani!”, e lei di nuovo: ”Vabbè, e che sarà mai?”. E così Berlusconi andava avanti su quel crinale devastante e ogni volta la fidanzata ripeteva la stessa frase, tanto che alla fine Piccolo la soprannominò proprio ”Che sarà mai”. Ecco, il rischio odierno è proprio questo: che di ”che sarà mai” in ”che sarà mai”, se non reagiamo con la massima fermezza, ci faremo sfilare dalle mani il bene più prezioso che abbiamo, ovvero la nostra concreta possibilità di incidere sulle decisioni democratiche del paese.
Concludo su questo, e lo dico da giornalista di Repubblica — mi fa piacere che il collega Bonelli lo abbia accennato prima —: il tema del controllo dell’informazione è strettamente interconnesso a tutto il resto. Queste destre portano avanti operazioni del genere investendo scientificamente sul nostro disincanto, sulla nostra distrazione o, peggio, sulla disinformazione collettiva. Una disinformazione che oggi transita attraverso l’ibridazione tra il potere politico e il potere delle piattaforme digitali, diventata una leva straordinaria per avvelenare i pozzi del dibattito pubblico negli Stati Uniti e, in proporzione, anche da noi.
Per noi, quindi, reagire è un obbligo morale. Io non mi sognerei mai di paragonare la fase storica attuale al nazifascismo, sia chiaro; ma qualche mese fa è uscito un film molto bello intitolato Norimberga, incentrato sul processo a Hermann Göring e agli altri gerarchi nazisti. A un certo punto un sergente tedesco di origine ebraica parla con lo psichiatra americano che aveva in cura — tra virgolette — Göring e gli dice una frase che fa riflettere: ”Vuoi sapere perché tutto questo è potuto succedere? Perché noi abbiamo lasciato che accadesse. Perché troppe persone si sono girate dall’altra parte, e hanno provato a ribellarsi solo quando era ormai troppo tardi”.
Ecco, il compito di noi che facciamo informazione con la schiena dritta — penso alla Rai e all’amico Andrea Vianello che è qui presente e potrebbe raccontare in prima persona il trattamento che subisce chi vuole mantenere l’indipendenza dentro il servizio pubblico, o a colleghi come Sigfrido Ranucci che mi fa piacere ricordare oggi — è esattamente questo: noi non vogliamo e non dobbiamo essere quelle persone che si voltano dall’altra parte.
Trascrizione non riletta dal relatore

