Maria Agostina Cabiddu
Non continuate a chiamarlo Melonellum: la Presidente Giorgia Meloni, la “madre di tutte le riforme” (premierato, autonomia differenziata, CSM, Corte dei conti, decreti sicurezza, etc.), sembra disconoscerlo prima ancora che nasca e non chiamatelo “Stabilicum” a meno che non vogliate imbracciare acriticamente la bandiera sventolata da chi lo sostiene, come se davvero ci sia, in questo paese, l’esigenza di un rafforzamento (ma non ha già troppi poteri?) o di una stabilizzazione (ma non è il più longevo della storia repubblicana?) del Governo ma anche e soprattutto perché questi nomi distraggono l’attenzione da quel che, invece, realmente, caratterizza la c.d. riforma, ovvero la trasformazione di un minoranza di voti in una maggioranza di seggi, capace di prendersi tutto.
Per questo lo chiamerei piuttosto Minoritario o, per usare il latinetto che piace a giuristi e politologi, Minoritarium, termine che richiama la mostruosa creatura della mitologia greca. In effetti, anche qui siamo di fronte a un mostro (giuridico), con una testa proporzionale, dalla faccia vistosamente truccata con liste bloccate, pluricandidature e iniezioni di seggi eccedentari e deficitari, che proiettano i voti da una circoscrizione a un’altra, violandone la libertà e la personalità; il corpo del mostro è invece pelosamente maggioritario, con un ricco premio di “governabilità” fatto di 70 deputati e 35 senatori: un sesto dei parlamentari imposti con la “lista nazionale” (dico: lista nazionale) o il listone (dico: listone) dei “fedelissimi”.
Dunque, non Melonellum e neanche Stabilicum ma Minoritarium perché, appunto, siamo di fronte a un meccanismo talmente abnorme da far impallidire persino la cosiddetta «legge truffa» (l. 148/1953), così chiamata perché consegnava alla lista o coalizione di liste che avesse raggiunto il 50% +1 (n.b.: maggioranza assoluta) il 64,4% dei seggi, mentre qui un premio analogo potrà essere assegnato a chi raggiungerà il 42% dei consensi, soglia che – rapportata all’odierna affluenza – richiama piuttosto il R.D. n. 2444 del 1923 (c.d. Legge Acerbo), il sistema elettorale maggioritario, approvato dal Parlamento durante il primo governo Mussolini, che prevedeva l’assegnazione di 2/3 dei seggi alla lista di candidati che avesse ottenuto la maggioranza relativa del 25% dei voti validi a livello nazionale.
Sembra il caso di ricordare che, nel 1953, alla legge Scelba si era opposto, con un veemente discorso parlamentare, il missino Giorgio Almirante, che aveva denunciato il fatto che, con quel premio, il voto a un partito di maggioranza avrebbe finito per valere il doppio di quello dato a un partito d’opposizione, violando immediatamente il principio costituzionale dell’eguaglianza del voto. Oggi, i discendenti politici di Almirante sono al governo e propongono una legge che toglie agli elettori – per affidarla alle segreterie dei partiti – ogni possibilità di scelta, consentendo a una maggioranza “drogata” di mettere le mani – oltre che sul Parlamento e sul Governo –, anche sugli organi di garanzia: Presidente della Repubblica, Corte costituzionale, Consiglio Superiore della magistratura e Consigli di presidenza delle altre giurisdizioni, Autorità di regolazione e di vigilanza … insomma: sui pieni poteri
Che dire poi dell’indicazione, contestuale al deposito delle liste, del candidato alla presidenza del Consiglio: un premierato di fatto, che incide sui poteri del Presidente della Repubblica, snaturando la forma di governo parlamentare sancita dalla nostra Costituzione.
Per questo e per altre mille ragioni occorre fermare il Minoritarium e, seguendo il filo dei principi costituzionali, uscire dal labirinto della demagogia.

