ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Gianni Cuperlo

Introduzione

Mi associo pienamente alla relazione del professor Zaccaria.

L’altro giorno, intervenendo in un’aula della Camera desolantemente vuota — e qui in sala ci sono Federico Fornaro e Chiara Braga, la nostra capogruppo, che erano presenti —, ho voluto citare quella vecchia, splendida ballata degli ABBA che si intitola ”The Winner Takes It All”, chi vince prende tutto. È una canzone bellissima che però, appunto, non può e non deve valere in democrazia: la democrazia è un’altra cosa, e siamo qui oggi proprio per ribadirlo.

Proveremo a dimostrarlo nel corso del pomeriggio, come ha spiegato Roberto, seguendo una bussola ideale molto semplice perché fatta di poche, chiarissime parole. Sono quelle dell’articolo 48 della Costituzione: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. Sono quattro aggettivi scelti per scolpire un diritto che il fascismo aveva conculcato e sequestrato per oltre un ventennio. Il punto nodale è che se si toglie anche uno solo di questi quattro aggettivi, la perdita si trascina inevitabilmente dietro gli altri tre.

Oggi siamo all’epilogo di una vicenda politica piuttosto lunga, che si è sviluppata nei mesi e negli anni alle nostre spalle. La destra, all’inizio di questa legislatura, aveva sbandierato tre riforme simbolo, annunciate fin dal primo giorno di insediamento del governo: l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia e il premierato. Tutte e tre sono fallite in corso d’opera. La prima è stata decapitata dalle sentenze della Consulta; la seconda, sulla giustizia, è stata bocciata in modo clamoroso dai cittadini con il referendum di fine marzo; il premierato si è praticamente suicidato in culla o, comunque, è stato instradato dalla maggioranza stessa su un binario morto.

Ora, come ultimo disperato tentativo, siamo all’epilogo: una riforma elettorale palesemente incostituzionale — come spiegheranno benissimo i giuristi che parleranno dopo di me — pensata essenzialmente con due obiettivi. Da un lato, cancellare i collegi uninominali, vissuti come un vero e proprio incubo da questa maggioranza; dall’altro, introdurre un premierato di fatto per via elettorale, usando una legge cucita come un abito di sartoria su misura per gli attuali partiti di governo — ammesso che abbiano indovinato le misure, e su questo è lecito dubitare.

In questa legge troverete storture gravissime, come un premio di governabilità che viola apertamente la sentenza del 2017 della Consulta: si assegna un premio di maggioranza a una coalizione che superi il 42% dei voti, una percentuale che però non preclude la possibilità, nelle due Camere, di ottenere un controllo diretto sulle figure di garanzia. Questo permetterebbe alla maggioranza di eleggersi da sola il Capo dello Stato, che è il garante supremo del nostro ordinamento. E che questo sia il reale obiettivo, se tre indizi fanno una prova, lo dimostra l’uscita di ieri della Presidente del Consiglio sul superamento del tabù per l’elezione di un Presidente della Repubblica finalmente di destra.

C’è poi l’attacco all’articolo 92 sulle prerogative del Quirinale, introducendo l’obbligo di indicare nel programma elettorale il nome del candidato premier; c’è la negazione del diritto di voto ai fuorisede; e c’è il pasticcio della raccolta firme — su cui immagino interverrà più tardi Riccardo Magi insieme agli altri leader — con un emendamento ad personam presentato in commissione all’ultimo minuto, rivolto essenzialmente a blindare il generale [Vannacci] e a colpire lo stesso Magi. Fino ad arrivare a quella norma sul “miglior perdente”, pensata esclusivamente per soddisfare l’appetito di seggi della “ruota di scorta” di una destra disposta a tutto pur di incatenarsi al potere.

Dietro il paravento della stabilità hanno scritto una riforma che stravolge la natura stessa della repubblica parlamentare, con buona pace di padri costituenti come Calamandrei, Mortati, La Pira e Terracini. Il tutto senza prevedere i contrappesi tipici del presidenzialismo vero, senza passare da una revisione costituzionale e senza tener conto che, nei sistemi presidenziali seri, il Parlamento può avere un colore politico diverso da quello del Presidente. Qui invece si costruisce un blocco unico e soffocante: il premier trascina con sé una maggioranza di parlamentari che dovranno a lui, o a lei, la propria elezione e la propria sopravvivenza politica. Merita ricordare che non un solo emendamento, tra le centinaia presentati dalle opposizioni, è stato accolto in un testo totalmente blindato.

E allora, se siamo qui oggi è perché, di fronte a questo bullismo istituzionale, siamo consapevoli che le aule di Camera e Senato — che pure faranno il loro dovere fino in fondo — da sole non possono bastare. Noi questo disegno lo denunceremo ogni giorno, finché su questa pagina oscura della nostra democrazia non calerà il sipario. Dicevamo l’altro giorno alla Camera che, parafrasando una celebre formula storica, di fronte a questa scelta loro potevano scegliere tra la disonestà istituzionale e la condanna popolare: hanno scelto la disonestà, facciamo in modo che arrivi la condanna del popolo. Se siamo qui è essenzialmente per questo.

Essere qui in un martedì feriale di piena estate, con il caldo che c’è fuori alle tre del pomeriggio, vi rende dei veri e propri “stoici”. Nelle mie rimembranze liceali gli avversari degli stoici erano gli scettici. Ecco, fuori da questa sala è pieno di scettici: il nostro compito, da oggi, è convincere i cittadini diffidenti che questa battaglia per la Costituzione si può condurre, si può affrontare e si può anche vincere. Grazie davvero di essere venuti.

Trascrizione non riletta dal relatore