ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma
Costituzionalista

Enrico Grosso

Dobbiamo renderci conto che la legge elettorale non è una legge come le altre, perché la materia elettorale è materia costituzionale per eccellenza. Essa ha strettamente a che fare con il funzionamento in concreto del principio democratico e del principio rappresentativo; ha a che fare con l’effettività del diritto di voto, con la forma di governo, e cioè con tutti i principali meccanismi su cui si regge l’esercizio della democrazia costituzionale. Cambiare la legge elettorale significa incidere profondamente, di fatto, su tutti questi ingranaggi. Ma la Costituzione affida innanzitutto alla legge elettorale — anche se negli ultimi anni ci si è un po' dimenticati di questo aspetto — il compito di costruire la rappresentanza politica democratica delle diverse articolazioni del pluralismo sociale. Perché la Repubblica è di tutti, e quindi non appartiene solo alla coalizione politica che conquista un voto in più. Tanto meno appartiene a chi si proclama "capo" di quella forza politica, in un delirio di verticalizzazione del potere che i Costituenti hanno voluto esprerssamente scongiurare. A tutte le espressioni del pluralismo la Costituzione chiede che sia data voce, e quindi una legge elettorale deve per forza garantire questa coralità. Non si possono forzare le regole del gioco per alterare in maniera abnorme il corretto accesso di tutti, attraverso il voto, alla rappresentanza parlamentare.

L’obiettivo – sbandierato – della c.d. “governabilità”, viene dopo ed è recessivo rispetto al compito della legge elettorale di offrire una corretta rappresentanza di tutte le articolazioni del pluralismo.

È questo il primo punto di critica radicale che deve essere mosso a questo testo. È vero che la costituzione non prevede come obbligatorio il sistema proporzionale, ma esiste un principio che vieta di trasformare minoranze di voti in maggioranze di seggi fabbricando artificialmente maggioranze politiche a colpi di premi di maggioranza abnormi.

Intendiamoci: le leggi elettorali hanno sicuramente anche il compito di provare a “costruire” maggioranze politiche, e dunque – in una forma di governo parlamentare – di consentire auspicabilmente la formazione di governi stabili. Ma ciò non può avvenire al prezzo di sacrificare fino al punto di annichilire il fondamentale compito assegnato alla legge elettorale: quello di consentire una effettiva rappresentanza dei diversi bisogni, valori, interessi presenti nella società, e di rendere immediatamente percepibile nei cittadini – elezione dopo elezione – tale corrispondenza tra le articolazioni del pluralismo e le loro proiezioni parlamentari. Ancor più grave è se quelle minoranze di voti si trasformano artificialmente in maggioranze di seggi tali da poter addirittura minacciare le “soglie di garanzia” che consentirebbero a quelle minoranze trasformate artificialmente in maggioranze di scegliersi da sole i giudici costituzionali, i membri laici del CSM, il Presidente della Repubblica, o di approvarsi in solitudine revisioni costituzionali non sottoponibili a referendum oppositivo.

Invece, la legge elettorale che sta per essere approvata sembra concepita al solo scopo di trasformare una minoranza politica in una maggioranza parlamentare, e il capo di quella minoranza politica nel nuovo capo del governo. In barba a norme costituzionali che prevedono che il governo nasca in Parlamento, all'esito di un confronto tra forze politiche che si riconoscono e si legittimano reciprocamente, si vuole garantire a chi conquista anche un solo voto più dell’avversario la possibilità di affermare: ”Io ho vinto, quindi ora governo e voi tacete per cinque anni”. Ne parleremo nel corso di questo pomeriggio: ci troviamo di fronte a una serie di obbrobri costituzionali su cui i colleghi interverranno nel dettaglio. Io vorrei concentrarmi sulla madre di tutte le storture, il punto di partenza da cui scaturisce tutto il resto, il sintomo di una concezione profondamente contraria allo spirito della Costituzione: una concezione proprietaria delle regole del gioco, una concezione illiberale, secondo cui l’importante è “vincere”, prendere un voto in più dell’avversario e imporre, grazie a questo voto in più, la propria volontà e il proprio potere, rifiutando ogni confronto, ogni discussione, cioè in definitiva ogni procedura democratica, sostituita dall’ordalia del rito elettorale. Credo che i parlamentari di opposizione che sono qui sul palco e in sala potranno darmi ragione sul fatto che in questi anni non si è riusciti ad avere alcun tipo di confronto parlamentare serio o di dibattito costruttivo con la maggioranza, su nessun tema rilevante. L’approccio della maggioranza è sempre lo stesso: ”Io ho preso un voto in più, io governo, io decido e gli altri devono stare zitti”.

In definitiva, alla pratica democratica quotidiana che dovrebbe essere esercitata nelle aule parlamentari si pretende di sostituire la prova di forza del voto popolare, da sperimentare una volta ogni cinque anni, cui far seguire la sistematica imposizione delle decisioni assunte da chi sia risultato "vincitore" di quella prova. Questa non è democrazia. Questa è, al limite, autocrazia elettiva. E come se non bastasse, le nuove regole elettorali vengono imposte proprio nell’ultimo scorcio della legislatura, al solo scopo di penalizzare le opposizioni, in una prassi tossica e deleteria, destinata alla lunga a logorare definitivamente ciò che resta di ogni sana relazione politica e di ogni reciproca legittimazione tra gli schieramenti. Si tratta di una truffa agli elettori. E dunque la battaglia per il rispetto del principio rappresentativo, che è una battaglia in difesa della Costituzione, può e deve diventare un elemento centrale della prossima campagna elettorale, esattamente come avvenne nel 1953, dopo l’approvazione della più famosa “legge truffa”, che peraltro prevedeva un premio di maggioranza infinitamente meno invasivo e distorsivo rispetto a quello che ci viene propinato oggi. Allora le forze di opposizione, che avevano contrastato duramente quella legge in Parlamento, senza ovviamente poter impedire che essa venisse definitivamente approvata, seppero trasformare una battaglia parlamentare in una grandiosa mobilitazione politico-elettorale. Denunciarono ovunque i pericoli che avrebbero minacciato la tenuta dell’equilibrio costituzionale qualora fosse scattato quel premio. E il risultato fu che molti elettori, anche di tendenze politiche moderate, si rifiutarono di votare per il blocco centrista: il premio di maggioranza non scattò e, nella legislatura successiva, la "legge truffa" fu prontamente abrogata.

Per questa ragione, di fronte ai tanti autorevoli esponenti delle minoranze presenti oggi in sala, chiedo che i partiti di opposizione si carichino sulle spalle la medesima responsabilità. Devono denunciare la forzatura istituzionale che la maggioranza ha voluto compiere e impegnarsi solennemente davanti al paese ad abrogare questa legge come primo atto del nuovo Parlamento, qualora vincessero le elezioni. Se sapremo spiegare bene le nostre ragioni — unendo la politica e la società civile —, una parte consistente di quel corpo elettorale che pochi mesi fa ha risposto all’allarme contro lo stravolgimento della Costituzione e l’attacco all’indipendenza della magistratura farà sentire di nuovo la sua voce. Anche la società civile organizzata deve fare la sua parte in questa mobilitazione. Forse, in questo modo, tanti cittadini delusi,  che ormai hanno deciso di astenersi, usciranno di casa e, come hanno fatto il 22 e il 23 marzo in occasione del referendum sulla giustizia, torneranno a provare il gusto e il piacere della partecipazione democratica.