ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Gianni Cuperlo

Conclusione

Un ringraziamento e una proposta, se possibile, proprio in coda.

Il ringraziamento, ovviamente, prima di tutto è a voi, a tutte voi, a tutti voi, a chi è intervenuto su questo palco, a Radio Radicale che ha mandato in diretta sul suo sito — diretta audio‑video — questa nostra iniziativa: sempre un contributo prezioso. E a Roberto Zaccaria, che è stata l’anima fondamentale di questa giornata: abbiamo lavorato assieme, ma senza di lui nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile.

Telegraficamente: mi ha colpito un passaggio di Massimo Giannini nel pomeriggio, quando ha citato quell’episodio lontano per dire: “Cosa vuoi che sia... cosa vuoi che sia se ogni volta si tace su quello che sta avvenendo”. E allora mi ha fatto tornare in mente una cosa che a volte citiamo; c’è in quel capolavoro di Hemingway che è Fiesta: ad un certo punto viene chiesto ad uno dei personaggi come sia accaduto che abbia fatto bancarotta, e lui risponde: “Eh, come ho fatto bancarotta? È accaduto un po’ alla volta, e all’improvviso”. E io credo che valga un po’ anche per la democrazia, che può declinare un po’ alla volta e... e all’improvviso.

E da questo punto di vista, noi siamo all’ultimo scorcio di questa legislatura, ma — nel clima calcistico dei Mondiali — è come assistere un po’ alla fine della partita di ieri sera del Brasile col Giappone. Io tifavo Brasile, ma non è rilevante questo; è che il Brasile è passato di turno proprio al 95º, nell’ultima azione possibile prima dei supplementari e dei rigori. E noi siamo di fronte al tentativo di questa maggioranza e di questa Presidente del Consiglio di portare a casa l’intero risultato nell’ultima azione utile: non ce l’hanno fatta sul premierato, non ce l’hanno fatta sull’autonomia, non ce l’hanno fatta ovviamente sulla giustizia... pensano di poterlo fare sulla legge elettorale, per tutte le ragioni che sono state dette.

E perché questa cosa deve mobilitarci? Come tutto il pomeriggio ha certificato, perché dietro c’è una volontà e un filo logico che affonda all’inizio, al principio di questa legislatura, al primo minuto della partita. Quando la Meloni scende in campo e si presenta alle Camere, e si alza dai banchi del governo anche con una certa e comprensibile emozione, e non fa un discorso a braccio dove a volte le scappa un po’ il gergo da Colle Oppio; fa un discorso molto rigoroso, ovviamente scritto con grande cura, grande accuratezza... insomma, la prima volta che si presentava alle aule delle Camere nella veste di capo del governo. E ad un certo punto di quel discorso, studiato sino alla singola frase, al singolo dettaglio, pronunciò una frase, Dario Parrini, che ricordiamo, e disse: “Io provengo da una tradizione politica che è stata a lungo ai margini della vicenda politica di questo paese”.

Collocò lì il tema del premierato, della riforma costituzionale, perché è importante ricordarlo, cioè collegare, credo, no? Il primo minuto della partita al 95º: la possibilità di difendere il risultato sino alla fine. Perché per Giorgia Meloni, e per questa destra, e per Fratelli d’Italia, e per una parte consistente di questa maggioranza, mettere mano alla forma di governo, incidere attraverso la legge elettorale su quello che è un ordinamento costituzionale, è qualcosa di più che soltanto l’obiettivo di togliere di mezzo i collegi o anche soltanto di essere più competitivi nella sfida elettorale. Vorrebbe dire il coronamento politico e, in qualche modo, storico e simbolico della legislatura. E cioè: chiudere e archiviare la lunga stagione della Costituzione repubblicana fondata sulla discriminante antifascista. Perché quella è la sola cultura politica che oggi è presente in Parlamento con responsabilità di governo e che, 80 anni fa, rimase esclusa dal compromesso costituzionale, dalla stesura di quel compromesso, di quel patto repubblicano su cui si è retto il destino della Repubblica.

E la battuta di ieri non è una battuta del sen fuggita, la battuta sul Capo dello Stato che finalmente potrebbe non essere espressione della sinistra; ma è il coronamento, diciamo, è la chiusura di questo cerchio che noi dobbiamo cercare di impedire. E dobbiamo farlo per un’ultima ragione, poi la proposta e ho chiuso.

Ho ascoltato tutto il pomeriggio gli interventi, ovviamente, dei leader politici, che sono stati preziosi e apprezzati, gli interventi degli esperti costituzionalisti, dei giornalisti... Usciamo da questa sala con una domanda che poi ci portiamo appresso da tempo, e che in questo tempo storico è particolarmente vitale: che cos’è la democrazia? Cos’è stata la democrazia per milioni di persone da quando è stata riconquistata in un paese come il nostro, dopo le tragedie della prima metà del secolo? Certo, è stato il welfare, è stato l’accesso alla scuola pubblica, sono stati i diritti sociali, poi i diritti civili... ma sicuramente, tutto questo è verissimo. Ma la democrazia, al fondo, è sempre stata una promessa. Una promessa di libertà, di emancipazione, la possibilità di individuare una capacità di interpretare la vita, il senso dell’esistenza, della convivenza, della comunità. Questa destra oggi vuole aggredire, vuole colpire esattamente questa dimensione della promessa. Il fatto che citiamo le parole del Pontefice — quello precedente come quello attuale — come riferimento, dà la misura anche di una responsabilità della politica. Delle culture politiche di riscoprire e rimettere al centro anche una dimensione etica della loro iniziativa.

E allora ha ragione Gherardo Colombo a ricordarci che sulla vicenda del referendum sulla giustizia siamo partiti in pochi — siete partiti in pochi — e poi l’onda è cresciuta in corso d’opera e siamo arrivati a quel risultato straordinario del 23 e del 24 marzo. E io penso che dobbiamo considerare la giornata di oggi come semina feconda — mi auguro che sia tale — che va nella stessa medesima direzione.

E allora la proposta banale, con la Fondazione Demos, con Costituzione e Democrazia, con Articolo 21, con le associazioni che tu hai citato: proviamo a immaginare... quante sono le province? 110. Dobbiamo immaginare, da qui alle prossime settimane, 110 iniziative locali dove coinvolgere singole personalità che sono state presenti anche oggi pomeriggio, per raccontare qual è la posta in palio, raccontare quali sono i rischi, i pericoli, ma anche le opportunità che un popolo che si rimette in marcia, e che si interroga sul suo destino, mette di fronte a tutti noi. Io penso che sia una strada quasi obbligata, anzi direi che è una strada obbligata per come intendiamo noi la politica e la democrazia.

E anche per un’ultima ragione. Perché tanti errori abbiamo compiuto — parlo dal punto di vista di un partito nel quale milito e nel passato —, ma se una responsabilità oggi abbiamo, di carattere politico‑culturale ma anche di carattere morale, è essenzialmente questa: di consegnare quel patrimonio di valori, di principi scolpiti nella nostra Costituzione e che, senza merito, abbiamo ereditato da chi è venuto prima di noi... abbiamo il dovere e la responsabilità morale di consegnare questo patrimonio immacolato a quelli che verranno dopo di noi. E su questo saremo giudicati.

Trascrizione non riletta dal relatore