Andrea Giorgis
A ridosso della scadenza della legislatura, il Governo Meloni ripropone (e cerca di imporre con forzature parlamentari inaccettabili) la riforma del Premierato attraverso la riscrittura della legge elettorale.
E in particolare attraverso: l’introduzione di un premio fisso di “governabilità” (di 35 senatori e 70 deputati alla coalizione che supera il 42%) che rischia di trasformarsi in un premio di “onnipotenza”; l’abolizione dei collegi uninominali e l’ulteriore estensione delle liste bloccate; l’indicazione del capo della coalizione.
Si tratta di una legge che solleva numerosi di dubbi di costituzionalità e che delinea un modello di democrazia imperniato sulla investitura “diretta” del capo e sulla concentrazione in esso di un enorme potere che rischia peraltro di rendere le istituzioni politiche non solo meno plurali, meno rappresentative e quindi meno democratiche, ma anche più fragili e più deboli.
L’attribuzione di un premio fisso di circa il 18% dei Parlamentari alla coalizione che consegue almeno il 42 % dei voti, può infatti trasformare una minoranza politica (che in presenza di un forte astensionismo può essere rappresentativa di una esigua parte del corpo sociale) in una maggioranza parlamentare in grado di eleggere gli organi di garanzia a partire dal Presidente della Repubblica.
Nel contempo, l’abolizione dei collegi uninominali e l’estensione delle liste bloccate per l’attribuzione di tutti i seggi, sia di quelli assegnati nei c.d. “collegi plurinominali” con criterio proporzionale, sia di quelli assegnati come premio e inseriti in una lista nazionale complessiva (che soltanto in apparenza viene frazionata in liste circoscrizionali) priva l’elettore di ogni margine di scelta dei propri rappresentanti, e lo priva anche della possibilità di conoscere compiutamente quali siano davvero i candidati che, con il proprio voto, concorrerà ad eleggere (in palese contrasto con quanto prescritto dalla Corte costituzionale nelle sentenze n.1/2004 e n.37/2017).
Infine, e coerentemente con l’obiettivo di introdurre una sorta di premierato di fatto, la nuova legge elettorale prevede che ogni coalizione o lista indichi espressamente il “nome e cognome della persona proposta per l’incarico di Presidente del Consiglio”.
Anche se viene successivamente specificato che “restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica” ai sensi dell’art.92 Cost., e anche se nessuna legge elettorale potrebbe legittimamente produrre i medesimi effetti della riforma costituzionale del Premierato (che al momento sembra su un binario morto), pare difficile non scorgere in questa proposta di legge elettorale il tentativo di superare di fatto la forma di governo parlamentare e ridurre la partecipazione democratica alla scelta di un capo, al quale conferire più “pieni” poteri.
Del resto, l’avversione per il pluralismo (istituzionale, sociale e politico) e la concentrazione del potere nelle mani del Governo (e della sua maggioranza) sono la cifra, il cuore, l’essenza dell’indirizzo politico della destra guidata in Italia da Giorgia Meloni: lo sono state per la controriforma della Giustizia, bocciata dai cittadini, lo sono state nella pratica dell’abuso della decretazione d’urgenza, lo sono per la controriforma del Premierato e lo sono anche per questa riforma della legge elettorale.
Si dice, dai proponenti, che con la riforma anche i cittadini avranno più potere, saranno più sovrani, perché potranno appunto scegliere “direttamente” la maggioranza di governo e il suo “capo”. Io credo che sia esattamente il contrario e che la riforma certifichi non solo la fine della centralità del Parlamento (che già oggi, com’è noto, appare profondamente incrinata) e il superamento della forma di governo parlamentare, ma l’esplicita e definitiva rinuncia alla costruzione dell’unità dal basso, attraverso il protagonismo organizzato dei cittadini.
Una rinuncia (alla fatica della mediazione e dell’organizzazione della partecipazione critica) che finisce con il ridurre, anziché ampliare, il potere politico dei cittadini e la loro possibilità di partecipare sostanzialmente e quotidianamente alla determinazione dell’indirizzo politico e, al tempo stesso, finisce con il rendere le istituzioni politiche non solo meno plurali, meno rappresentative e quindi meno democratiche, ma anche più deboli.
L’investitura “diretta” del capo del governo (e della sua maggioranza) rischia infatti di incentivare pratiche populiste e demagogiche che, nell’immediato, possono dare l’impressione di sopperire alle difficoltà della partecipazione organizzata e alla frammentazione politica, ma alla fine si dimostrano incapaci di conferire alle istituzioni quella forza e quella legittimazione di cui necessitano per governare e orientare le dinamiche economiche e sociali all’interesse generale e alle ragioni del “pieno sviluppo della persona” e dell’”effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Testo fornito dal relatore

