Agostino Giovagnoli
Esiste un nesso molto stretto tra il quadro politico nazionale e lo scenario internazionale; un legame che si può riassumere in due concetti chiave: populismo ed estremismo di destra. Sono decenni che le spinte populiste cercano di convincere l’opinione pubblica che la democrazia rappresentativa è un modello superato, inutile o intrinsecamente sbagliato. Secondo questa visione, la legittimazione del leader deve avvenire in modo totalmente diverso, puntando sulla polarizzazione che, nel caso italiano, alimenta un “bipolarismo iperconflittuale”. È proprio questa logica ad alimentare l’ideologia del maggioritario esasperato, secondo cui in sede elettorale devono necessariamente confrontarsi due coalizioni contrapposte con il “pareggio” vietato per legge. Eppure, tutti i sondaggi ci dicono che gli italiani, quando si trovano davanti a due blocchi contrapposti, esprimono una forte incertezza: i cittadini non hanno alcuna intenzione di concedere i “pieni poteri” all’uno o all’altro schieramento. Alla maggioranza, però, non interessa ciò che pensano gli italiani; interessa solo imporre questo scontro ipermaggioritario.
Il secondo punto riguarda l’estremismo di destra, un fenomeno sempre più diffuso. Gli esempi a livello internazionale si sprecano, ma la deriva più allarmante si riassume in uno slogan che risuona sempre più forte in Europa: ”remigration”. Sappiamo benissimo che questo termine non si riferisce al semplice rimpatrio degli stranieri irregolari; nei programmi di queste destre radicali significa l’espulsione di massa, su base etnica, di intere comunità di immigrati, compresi i cittadini di seconda generazione che sono nati e cresciuti in Europa.
Di fronte a uno scenario simile, credo che oggi abbiamo il problema di trovare le parole giuste per descrivere la realtà. Tutto questo a me ricorda molto, nei presupposti ideologici, il fascismo. Vorrei fare un ragionamento che forse suonerà insolito in bocca a uno storico: noi giustamente affermiamo, con rigore scientifico, che il fascismo storico è stato un fenomeno unico e che l’attuale destra al governo non è sovrapponibile a quella di cent’anni fa. Questa pur corretta precisazione storiografica, tuttavia, produce un effetto collaterale negativo: rischia di farci accantonare una parola che non appartiene affatto al passato, ed è la parola “antifascismo”.
Perché questa distinzione è cruciale? Nel marzo del 1947, i padri costituenti discussero a lungo se la nascente Costituzione italiana dovesse essere semplicemente “afascista” — come proponevano i liberali — oppure esplicitamente “antifascista”, come sostenevano quasi tutte le altre forze politiche. Arrivarono alla conclusione che l’antifascismo dovesse essere scolpito nel testo non per ribadire un’opposizione a un regime che nel 1947 era già morto, ma perché intendevano fare dell’antifascismo una prassi e una prospettiva per il futuro del paese, nel timore che i nodi irrisolti lasciati dal fascismo potessero ripresentarsi sotto altre spoglie.
Ed eccoci al punto: le storture culturali profonde introdotte dal fascismo sono oggi nuovamente in mezzo a noi. Ecco perché, pur riconoscendo l’importanza cruciale di questa battaglia specifica sulla legge elettorale — e per la quale ringrazio i costituzionalisti che stasera ci hanno offerto gli strumenti tecnici e analitici per contrastarla —, non dobbiamo mai perdere di vista il contesto generale. Questa riforma si inserisce perfettamente in quella che la professoressa Calvano ha definito una “democrazia illiberale”, un sistema che squilibra l’architettura dei poteri a favore dell’esecutivo. Ma c’è di più: questo testo svuota il significato stesso delle consultazioni popolari. Forse, per descrivere questo fenomeno, risulta più adatta la formula coniata dal politologo Yascha Mounk: ”dittatura elettorale”.
Le elezioni, per definizione, dovrebbero essere lo strumento con cui i cittadini scelgono i propri rappresentanti in Parlamento. Con questa riforma, invece, le urne cambieranno natura: diventeranno un mero espediente per ratificare una maggioranza automatica al servizio di un capo. In questo modo si spezza il rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Non insisto sui dettagli tecnici delle liste bloccate, ma il risultato politico è sotto gli occhi di tutti: finisce la possibilità di avere un Parlamento che risponda ai cittadini, e si dà vita a un Parlamento che deve rispondere unicamente al Premier. Ci troveremo davanti a un’assemblea muta, perché il tramonto della democrazia rappresentativa trascina inevitabilmente con sé la fine della democrazia deliberativa e del libero dibattito parlamentare.

