Maso Notarianni
ARCI è una rete associativa popolare, radicata nei territori, nei quartieri, nelle periferie, nei piccoli comuni. Ogni giorno incontriamo persone che si organizzano, discutono, prendono parola, provano a cambiare la realtà. E incontriamo anche la crescente distanza tra cittadini e istituzioni e la difficoltà della partecipazione democratica.
Per questo, quando parliamo di legge elettorale, per ARCI non parliamo semplicemente di un meccanismo con cui si distribuiscono dei seggi.
Parliamo delle regole attraverso le quali una società decide come essere rappresentata. E allora la prima questione è la partecipazione.
In Italia abbiamo una crisi della partecipazione politica che non possiamo liquidare come un problema statistico. L’astensionismo è anche il sintomo di una frattura: quella tra le persone e le istituzioni democratiche.
E davanti a questa frattura la domanda non può essere: come facciamo a governare meglio? La domanda deve essere: come facciamo a fare in modo che le persone tornino a sentire che partecipare serve?
Per ARCI questo significa innanzitutto ricostruire fiducia.
Rendere il voto accessibile, comprensibile, efficace. Rafforzare il rapporto tra elettori ed eletti. Ampliare, e non restringere, gli spazi della rappresentanza democratica. Sono esattamente gli obiettivi che ARCI ha indicato nella memoria depositata alla Camera.
Ma c’è un secondo punto, per noi altrettanto importante: la democrazia non è la capacità di decidere. È la capacità di rappresentare.
La governabilità forse è un valore democratico. Ma non può diventare il criterio attraverso il quale tutto il resto viene sacrificato.
Perché una società complessa non diventa più democratica quando le sue differenze vengono semplicemente rese invisibili.
Il pluralismo non è un problema della democrazia. È una delle sue condizioni.
E questo ARCI lo sa anche per esperienza propria: Noi siamo un’associazione fatta di differenze, di discussioni, di conflitti, di persone che non la pensano allo stesso modo su tutto. Non pensiamo che il conflitto sia un malfunzionamento della democrazia.
Pensiamo che la democrazia abbia bisogno di luoghi nei quali il conflitto possa essere espresso, discusso e trasformato alla fine in scelte politiche. Proprio per questo lavoriamo perché i nostri Circoli diventino luoghi di costruzione del conflitto democratico.
E c’è poi una questione ancora più profonda: il rapporto tra cittadini e rappresentanti.
È necessario che le persone possano percepire il proprio voto come realmente incidente sulla scelta della rappresentanza parlamentare.
Perché se le persone possono soltanto scegliere tra decisioni prese altrove, la partecipazione rischia di diventare un rito.
E una democrazia nella quale partecipare diventa un rito è una democrazia che si indebolisce.
Per questo credo che il contributo che ARCI può portare a questa discussione sia molto semplice. Non sta a noi dire quale maggioranza debba governare il Paese.
Sta a noi ricordare quali condizioni deve avere una democrazia perché le persone possano sentirsi parte della Repubblica.
Regole comprensibili e stabili; rappresentanza; pluralismo; partecipazione.
E soprattutto un rapporto non puramente formale tra cittadini e istituzioni.
Perché la legge elettorale, da sola, non può risolvere la crisi della democrazia. Ma può contribuire ad aumentare oppure a ridurre la distanza tra le istituzioni e le persone.
La qualità della democrazia è uno dei principali beni comuni da difendere e rafforzare.
E per noi difenderla significa soprattutto una cosa: fare in modo che le persone non smettano di credere che prendere parola, organizzarsi e partecipare possa ancora cambiare le cose.
E quindi, i nostri circoli, le nostre sedi continueranno ad essere motori della difesa di questa Costituzione e della Repubblica antifascista.
Trascrizione corretta dal relatore
