Gianni Cuperlo
Scusate la digressione, ma è rapidissima. Io voglio dirvi che è probabile che è quasi certo che prima della fine di questo nostro incontro, le agenzie di stampa rilanceranno una notizia che molti di noi attendono, hanno atteso per molti mesi. E la notizia è che più o meno tra un’ora la prima Corte d’Assise di Roma emetterà la sentenza a carico dei quattro ufficiali della National Security egiziana accusati di avere ordinato il sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni. Questa mattina eravamo lì davanti al tribunale dentro l’aula dedicata al giudice Occorsio, come da oltre 2 anni e mezzo per oltre 30 udienze, assieme a Paola, Claudio, Irene Regeni, alla loro avvocata Alessandra Ballerini. E pochi credevano che questo processo potesse avviarsi oltre 2 anni e mezzo fa e meno ancora erano quelli che credevano che potesse concludersi. E invece è accaduto. Oggi accadrà a conferma che, nonostante tutto, il diritto e la giustizia vivono anche in questo tempo complicato e doloroso, stretto com’è tra tamburi di guerra, il riaffacciarsi di valori oscuri, ingiustizie morali. Quei valori di verità e giustizia, di diritto e giustizia vivono. Poi per fortuna subentra la storia con i suoi scarti, con i suoi messaggi imprevisti, come sono stati i 14 milioni e mezzo di cittadini italiani che a fine marzo sono andati al loro seggio e hanno detto no a chi voleva travolgere e stravolgere una pagina fondamentale della nostra Costituzione. E allora, se siamo qui oggi, in una sede storica delle lotte operaie e per il lavoro, per molte ragioni di merito su una legge elettorale palesemente incostituzionale, ragioni che ascolteremo da voci autorevolissime, a partire da quelle che sono già sedute su questa pedana, però, in fondo, io penso che siamo qui per un motivo semplice e per un motivo che a suo modo è decisivo. E quel motivo è che quando l’aggressione, quando l’attacco è alla democrazia, alle sue regole, ai suoi principi, allora bisogna di nuovo uscire di casa e ciascuno per come sa, per come può, bisogna cercare di impedire lo scempio. C’è quel passaggio di Fiesta, il capolavoro di Hemingway, dove ad uno dei personaggi del si chiede ad un certo punto come sia potuto accadere che abbia fatto bancarotta e lui risponde: “È accaduto un po’ alla volta e all’improvviso”. E io penso che anche la democrazia può capitolare un po’ alla volta e all’improvviso: un po’ alla volta quando le urne si svuotano, il Parlamento si riduce ad un passacarte di decreti e fiducie, e l’ultima se la stanno votando in questo momento, quando la rappresentanza nelle istituzioni viene sacrificata nel nome di una presunta stabilità di governo. Paradosso questo, no? Di una legge elettorale spesa come garanzia di stabilità da parte del governo più longevo dell’intera storia della Repubblica. E loro lo fanno in un balzo logico, no? Che promuove la stabilità come un valore. Ma di che valore stiamo parlando? Nella prima legislatura repubblicana, quella che va dal '48 al '53, si alternarono tre governi differenti. Quei tre governi, in tempi diversi, col Parlamento, licenziarono il più importante piano di edilizia popolare della storia, la riforma agraria, istituirono la Cassa per il Mezzogiorno, portarono l’elettricità nelle case, nelle imprese di un’Italia da ricostruire, stabilirono le prime procedure per i giudizi di legittimità costituzionale. Nessuno di quei tre governi vinse il record di longevità, ma cambiarono la costituzione materiale di un’Italia distrutta dal fascismo. Ed è l’opposto di quanto fa questo governo, disposto a usare quella stabilità come grimaldello per scardinare fuori tempo massimo le regole del voto con una riforma cucita come un abito di sartoria per una maggioranza che ha fallito tutti i suoi traguardi: l’autonomia differenziata, la giustizia e quel premierato che loro stessi hanno dirottato su di un binario morto, salvo farlo rientrare con un sotterfugio abbastanza indegno dentro questa pessima legge. Noi nelle ultime settimane abbiamo ripetuto queste cose nelle commissioni Affari Costituzionali, abbiamo ripetuto che oltre i due terzi dei futuri parlamentari non saranno eletti con preferenze, che hanno offeso in modo indecente l’equilibrio di genere, calpestato le prerogative del Capo dello Stato per come previsto dall’articolo 92 della Carta fino a prevedere, e chiudo, l’obbligo di un numero di firme da raccogliere in poche settimane per potersi presentare al voto superiore quel numero ai voti sommati alle ultime elezioni dalla quarta gamba della loro maggioranza. Tutte norme sbagliate, incostituzionali e che noi, le opposizioni unite che oggi sono qui, proveremo fino all’ultimo voto segreto della Camera di invalidare. Oltre un secolo fa, più di un secolo fa, Giolitti usò quella metafora così greve, no? Così aspra. Disse che governare l’Italia era come cucire un abito di sartoria per un gobbo, un corpo gobbo dove la gobba era un Paese malato di corruzione, clientelismo, vuoto senso dello Stato. Ecco, un secolo dopo è questa destra a cucirsi addosso una legge senza considerare la nuova gobba dell’Italia che è rappresentata questa volta da un ex generale fanatizzato, erede scudocrociato di piazza San Sepolcro, siamo a Milano, e espressione delle pagine più orribili della storia del Novecento. Scriveva de Tocqueville che la democrazia è il potere di un popolo informato. Noi siamo un grande Paese che la democrazia l’ha uccisa già una volta. E allora se tutti assieme un compito abbiamo è smentire quella parafrasi di Carlo Marx che dice: «La storia si ripete due volte: la prima in forma di tragedia, la seconda in Italia». Oggi siamo qui per questo e da qui si riparte.
Trascrizione a cura della redazione non riletta dal relatore
