Gad Lerner
Questa anormalità non dobbiamo introiettarla. Ho sentito aleggiare un clima di autoflagellazione questo pomeriggio in alcuni interventi, non in tutti, che contesto. Non mi fascerei la testa prima di essercela rotta. Sono convinto che non si ripeterà la fesseria del 2022 e sono altrettanto convinto che la baldanza con la quale, lo ricordate perché è storia di inizio anno, avendo approvato la riforma della giustizia a colpi di maggioranza forzata e di fiducia nel Parlamento, il governo stesso, in forma del tutto anomala, ha voluto lui convocare il referendum e così gli è andata. Guardate che, come dire, il clima si determina con la nostra volontà e con il nostro impegno e, probabilmente, per vie diverse da quelle tradizionali, appunto, degli organismi di stampa, carta stampata da cui i lettori hanno in larga misura divorziato, che nella quale i quotidiani che tengono le vendite o che addirittura le aumentano si contano meno che sulle dita di una mano e non è sarebbe elegante qui adesso snocciolare questi numeri. Questo divorzio dei lettori dai giornali si accompagna al divorzio dagli elettori dalla politica. Oggi ha votato il 23% a Reggio Calabria per il rinnovo del collegio elettorale. E quindi, in una sede sindacale, sarà consentito parlare di padroni. Usare questo termine che certamente riguarda anche la politica, una concezione padronale della politica che si riflette in questa legge elettorale a partire dal partito di chi la propone, che è un partito a conduzione familiare, la più classica forma padronale. Ma questo c’è nei giornali e nell’informazione. Non soltanto nelle piattaforme digitali internazionali degli algoritmi, della disinformazione, della diffusione di ignoranza e di odio sociale, ma c’è anche in casa nostra. Anche con presenze multinazionali. Repubblica è passata a una proprietà greca, a questo Kyriakou, partecipato da un fondo saudita. Abbiamo visto una curiosa emigrazione, uno sbriciolamento verso destra di alcuni suoi quadri che sono finiti a dirigere il giornale degli Angelucci, dei quali tu parlavi prima, oppure a dirigere il giornale di Leonardo Del Vecchio. Ma se continuo con i nomi, e pensate a Caltagirone, oggi il giornale più filogovernativo d’Italia è il Messaggero, non è né il Giornale, né Libero, né Il Tempo. E poi c’è quello di Napoli e poi c’è tutta una catena. C’è La Stampa che è finita a questo Leonardis che fonda una filiale negli Stati Uniti con il direttore che ha mandato in rotta di collo le vendite di Repubblica, ma per questo merito il direttore editoriale è premiato assumendo questo altro incarico. Di Cairo potremmo ancora parlare. Il poco tempo che credo di avere li dedico a Michele Brambilla – nome che forse non vi dirà nulla –, un giornalista dal profilo culturale molto diverso dal mio, ma un bravo professionista, che il 9 luglio scorso ha ricevuto la notizia dal suo editore – un miliardario protagonista della logistica mondiale a partire dai porti e dai trasporti marittimi, si chiama Aponte, un italiano che vive a Ginevra – che gli ha comunicato il licenziamento, perché gli aveva dato fastidio tutta la vicenda in cui Michele Brambilla denunciava come dalla regione giungessero sistematicamente intimidazioni e richieste di sanzioni per giornalisti che erano considerati troppo critici da Marco Bucci, il presidente della regione. Ebbene, il 10 luglio, l’indomani di questo licenziamento, è stato comunicato dalla regione un finanziamento di 50.000 euro per la Fondazione Secolo XIX per rinnovare il suo archivio. Questo è il meccanismo di potere che sta funzionando lì dentro. E Michele Brambilla ha avuto la dignità, quando giorni dopo è stato comunicato che si interrompeva il rapporto di lavoro in forma consensuale, di dire: «No, no, mi hanno licenziato». Questi, diciamo, sono gli esempi che dobbiamo seguire noi giornalisti di coerenza di fronte a questo tipo di ricatti. Ma questi sono anche suggerimenti per tutti noi, e ma li abbiamo già praticati nella campagna del referendum, per sapere che ci sono forme di comunicazione alternativa che non passerà di lì. Non passerà di lì la nostra campagna elettorale, i nostri progetti, il senso, il bisogno di unità, di appartenenza e di difesa della Costituzione e della democrazia sulla quale io credo potremmo andare alla sfida molto fiduciosi. Per ciò che invece riguarda la Rai, non posso che passare la parola al mio presidente di un quarto di secolo fa.
Trascrizione a cura della redazione non riletta dal relatore
