ISSN: 2974-9999
Registrazione: 5 maggio 2023 n. 68
presso il Tribunale di Roma

Daniela Padoan

Pres. Libertà e Giustizia

Se al quartultimo punto del programma elettorale con cui Fratelli d’Italia si presentò al voto, nel 2022, si prometteva di fatto una resa dei conti con i giudici, al punto 24, il penultimo, si garantiva la riforma presidenziale dello Stato. Successivamente trasformata in premierato, come è noto, ma ugualmente concepita per attuare un progetto di concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo e del suo capo. Vi leggo una frase che era contenuta in quel programma, che peraltro adesso non si trova più online: “Assicurare governi stabili, grazie al presidenzialismo, non è una misura astratta, è la più potente misura economica di cui necessita l’Italia”. Misura economica, si badi, non democratica.

“Necessaria”, continua il programma, “a instaurare un rapporto diretto tra cittadini e chi guida il governo”. Allora come ora, la ratio dichiarata dell’esecutivo consiste nel rientrare nella logica dell’efficienza, ma è del tutto evidente che eliminare il tempo e la fatica della rappresentanza (vista come una complicazione che si frappone alla governabilità); eliminare il tempo della mediazione (vista come perdita di quella postura manageriale propria di un "tempo esecutivo", come lo chiamava Zagrebelsky); eliminare il compromesso (visto come cedimento), porta alla verticalizzazione del potere che è propria degli autoritarismi.

Vorrei ricordare la dimostrazione lampante che abbiamo avuto, nel caso della protezione governativa del gioielliere omicida Roggero, di come la legittimazione plebiscitaria del capo possa valere più delle cautele costituzionali, più dei giudici, più delle forme istituzionali, nel momento in cui il capo ritenga di poter assumere su di sé la prerogativa del giudizio, e pretenda che la giustizia si adegui al suo racconto, alla sua legge morale (lo abbiamo visto anche nel caso di Trump), al preteso buonsenso che, nella sua figura, incarnerebbe quello del popolo. Una postura che è stigma dei populismi.

Esiste un legame strutturale tra una legge elettorale di stampo maggioritario  plebiscitario e la volontà repressiva che vediamo all’opera nella raffica di decreti sicurezza emanati da questo governo. Un legame strutturale che annuncia una torsione autoritaria. Basti citare la reintroduzione del fermo preventivo di polizia, una misura ottocentesca per cui le autorità di pubblica sicurezza potrebbero privarci della libertà personale unicamente in base al sospetto che potremmo aver intenzione di commettere qualcosa a loro sgradito, in inaudita violazione dell’articolo 13 della Costituzione.

I decreti sicurezza assicurano preventivamente - quello di prevenzione è un concetto ormai invalso nel lessico governativo - una copertura repressiva per stroncare sul nascere le forme di dissenso pubblico che sempre meno spazio troveranno nella mediazione istituzionale e nel confronto parlamentare e che sempre più si riverseranno in piazze, università, luoghi di lavoro. 

Opporsi a questa legge elettorale significa dire che è possibile, come abbiamo fatto con il referendum, riaffermare nel paese la cultura della Costituzione: la cultura di chi non vuole un capo che decida al suo posto; la cultura di chi sa che il dissenso è prezioso e che è proprio il dialogo con il conflitto, e la sua possibilità di essere rappresentato, ciò che definisce le democrazie.

Trascrizione corretta dalla relatrice

Intervento di Daniela Padoan