ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2032-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

La lezione di Gabriella Lucioli: dalla discriminazione all’uguaglianza

Gabriella Luccioli,

Diario di una Giudice i miei cinquant’anni in magistratura

Forum 2016 (pagg.162).

“..senza distinzione di sesso..” Costituzione, articolo 3

Siccome la memoria è un corpo vivo, più che un diario questo di Gabriella Luccioli potrebbe definirsi un manuale di volo perché lo sguardo lucido di chi lo ha scritto apre squarci impensati sulla magistratura nell’arco di tempo che va da metà anni sessanta a metà anni ottanta descrivendo, con i colori vivi di una pennellata d’acquerello, uno scenario di ineguagliabile discriminazione  verso la donna magistrato.
Nel racconto non vi è recriminazione, ma un  pudore trattenuto dal quale emerge, forte, la percezione dello stereotipo maschile e delle sue irritanti agiografie sul ruolo femminile confinato in quello di moglie e di madre e che l’Autrice descrive così bene, fin dalle prime battute della carriera, così come scolpisce quella lingua imbalsamata di un ordine giudiziario pensato per i soli maschi,  scandita con determinazione fino all’umiliazione del discorso del Procuratore Generale pronunciato –con prevedibile evidenza fenomenica- nel momento nel quale accoglienza ed apertura ai nuovi ingressi dovrebbe esprimersi al meglio, ossia al momento del benvenuto dei vincitori del concorso.
Siamo nel 1965, Gabriella Luccioli unica donna magistrato del distretto di Corte d’Appello di  Roma ne ricorda il viatico e lo consegna alla memoria “ ..il gravissimo errore commesso dal legislatore nell’ammettere le donne in magistratura..”  dice il Procuratore Generale, insomma, un aedo dell’esclusione femminile, quasi un re spodestato dall’art. 3 della Costituzione.
Da qui, ma forse anche prima, in attesa di espletare gli orali : “ Mia moglie non lavorerà..” sottolinea alla protagonista un futuro collega nell’attesa della prova, questo libro diventa percorso di conoscenza ed insieme l’impietosa fotografia  di una trincea d’ isolamento verso la presenza femminile nell’ordinamento giudiziario.
Una discriminazione che, a pensarci adesso, sembra lontana e irragionevole, ma che sa essere crudele tanta è l'insensatezza acuminata, nella prima sede di destinazione della protagonista, di uno strappo capace di creare un pregiudizio anche nello svago dei colleghi maschi “..Talvolta, mentre sono chiusa nella mia stanza a lavorare, mi capita di sentire le loro voci allegre mentre concordano appuntamenti conviviali..”.. Grida gioiose che nel ricordo assomigliano allo stridìo del gesso sulla lavagna, suono come carta vetrata a risentirlo adesso, nell’eco dell’ esclusione.
Glissa soavemente Gabriella su questa discriminazione mal celata e su quelle successive perché, come dice Italo Calvino: “..anche ad essere s’impara”  se, quella stessa esclusione, ritorna puntuale anche nel non lontanissimo anno 1983 dove l’assegnazione di Gabriella ad una sezione della Corte d’Appello penale si presenta al Presidente della Corte, con  il solito carico di diffidenza maschile: “..Vorremmo stare .. per conto nostro..”.
Si avverte, nel racconto,  la fatica quotidiana del confronto con i colleghi maschi nel segno di una  perenne  giustificazione sempre auto inflitta: “ Io ci sono.. sono qui…”. Però, è quell’esserci, comunque,  che, alla fine, propizia gli incontri più felici con chi, tra i colleghi,  per cultura e competenza non conosce la discriminazione sessuofoba.
Incontri rari ma determinanti per le scelte di Gabriella Luccioli nelle decisioni più innovative e coraggiose.
Parlare alla contemporaneità è difficile ma nella ricerca di Gabriella ci sono già radici e fiori perché è in questo momento esatto che studio, impegno e conoscenza unite a cultura associativa testimoniata dalla felice intuizione sull’Associazione Donne Magistrato,  proiettano la protagonista fuori dai recinti prevedibili del pensiero maschile e da quel ciarpame culturale che vorrebbe, in ogni occasione, riconoscerla solo nel suo ruolo madre/ figlia esperta di problemi minorili come se fosse un fragile corpo estraneo in un universo non pensato per le donne.
La giurista ascolta chi chiede la somministrazione di una regola concreta ed adattabile, ed, insieme, elabora la solitudine nello studio e nella riflessione, trasformando in positivo il ricordo doloroso dell’esclusione maschile che la emargina per imbarazzo e incultura  e tutto, però, recupera nell’entusiasmo dei  veri cambiamenti sociali che la interrogano come donna dietro una toga non anonima, come lei stessa dice.  
Così,  lo sguardo della protagonista penetra nel disagio del mancato riconoscimento e si avvicina alla verità delle cose in nome dell’uguaglianza e della dignità nell’applicazione della regola di diritto.
Tante le intuizioni giurisprudenziali di Gabriella Luccioli nell’attuazione quotidiana del principio di uguaglianza: dalla tutela della parte più debole della coppia fino alla libera scelta di morire con dignità.
Così, in nome della solidarietà coniugale o postconiugale la sua giurisprudenza potenzia la posizione giuridica del coniuge assegnatario della casa familiare concessa in comodato a tutela della prole non autosufficiente, rimedita l’assegno di mantenimento in sede di separazione per renderlo idoneo a garantire la conservazione del tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale, rivaluta il contributo apportato da un coniuge alla formazione del patrimonio dell'altro, ai fini della quantificazione dell'assegno divorzile,  disvela l’incongruenza, ai fini dell’addebito, di quanto avvenuto dopo la crisi familiare cristallizzata dalla separazione, insomma, costruisce un modello diverso di giudice, non anemico e insensibile ma che sa rispondere alle domande della storia.
 Alla sua giurisprudenza dobbiamo il riconoscimento del diritto alla sessualità della donna nel progetto di maternità legato al matrimonio e il conseguente danno ingiusto risarcibile collegato alla lesione grave di un diritto inviolabile nel caso di mancata informazione da parte del futuro marito della propria "impotentia coeundi" ed, ancora, la tutela del diritto del paziente a conoscere e scegliere di curarsi attraverso il consenso informato e consapevole, dove il giudice verifica e compone  il contrasto possibile tra malattia e scelte terapeutiche.
Libertà e uguaglianza vivono anche nelle decisioni più difficili che impegnano Gabriella Luccioli  come quelle sul  diritto di vivere e in quello  di morire con dignità in un percorso culturale sempre più rigoroso fino al caso più celebre della sentenza sul caso Englaro, in una pratica inesausta d’indipendenza di giudizio e di cura del diritto inteso come studio continuo di adattamento rispetto ad un germinare perenne di trasformazioni sociali in tormentato equilibrio.
La cura di un diritto moderno ed attento ritorna in Gabriella Luccioli  anche nella affermazioni della libertà di  ciascuno di vivere le proprie inclinazioni sessuali. Anche in questa scelta riemerge prepotente la cultura della dignità e dell’uguaglianza, ossia i valori più in pericolo nell’oggi del pensiero globalizzato e dei diritti senza terra, come lei stessa ricorda, pensando a Stefano Rodotà.
Gabriella Luccioli ci racconta, perciò, attraverso il suo diario, come lo sguardo lucido del giurista in uno scenario così complesso non possa retrocedere al gesto labiale di una regola recitata meccanicamente e sospinta dal formalismo del Giudice bocca della legge, ma deve  sapere dialogare con la post modernità e rispondere alle domande della storia.
A lei tra le poche donne magistrato che nel 2008 diventa anche la prima donna nominata Presidente di sezione della Cassazione,  il compito più arduo del rovesciamento di un intero immaginario sull’idea della reale parità dei diritti e sull’uguaglianza senza distinzione di sesso, alla luce dei principi costituzionali, che può leggersi in controluce nelle parole di Giovanni Leone nel dibattito dell’Assemblea Costituente e che sembrano, oggi, quasi un cimitero delle idee: “..Si ritiene che la partecipazione illimitata delle donne alla funzione giurisdizionale non sia per ora da ammettersi. Che la donna possa partecipare con profitto là dove può far sentire le qualità che le derivano dalla sua sensibilità e dalla sua femminilità, non può essere negato. Ma negli alti gradi della magistratura, dove bisogna arrivare alla rarefazione del tecnicismo, è da ritenere che solo gli uomini possono mantenere quell’ equilibrio di preparazione che più corrisponde per tradizione a queste funzioni”.
Testimonianza di questo nuovo modello di giudice che dobbiamo a Gabriella Luccioli e che si rivela tanto più preziosa quanto più il formalismo giuridico, lo stesso che, come dice Salvatore Satta, si rivela una ripulsa di aiuto a chi interroga il Giudice, rischia di travolgerci proprio ora, con la mosca cocchiera della tecnocrazia e della velocità futurista che s’insinua nelle pieghe della storia, mentre il sindacalismo ne riempie gli interstizi.
Alla fine della lettura che c’intriga e che si fa percorrere tutta d’un fiato sentiamo di essere legati a Gabriella Luccioli da un debito inestinguibile di riconoscenza per quello sguardo che ha attraversato il futuro nella tutela dei diritti e per il richiamo fermo ai limiti di un “io” che tende a diventare, in questa contemporaneità difficile e contraddittoria, invadente e narcisistico quando, per avventura, rischia di trasmodare nello sfruttamento mercificato del corpo altrui, come il racconto evoca nella vicenda della scelta difficile sulla maternità surrogata.  
Siamo in debito con l’Autrice perché la Sua lezione diventa l’unica risposta possibile - oltre e prima della politica linguistica - di fronte, non solo ai deprimenti stereotipi maschili, ma anche all’arretratezza di quelli femminili che li mimano e li assecondano: “ Ho incontrato piccoli uomini e figure di donne del tutto negative per il loro narcisismo e rampantismo che hanno assimilato gli aspetti meno esaltanti del modello maschile..”.
La linea di resistenza per il futuro che il diario ci propone sta proprio qui:  nel rischio di restare noi stesse avviluppate in prevedibili modelli che rischiano d’imprigionarci censurando la vera uguaglianza dei diritti, quella che si conquista con lo studio e la cultura della dignità di ciascun individuo.

di Donatella SALARI
Giudice presso la Corte di Cassazione, Ufficio del Massimario

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