ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2032-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

La parola bellicosa e i social: quanto siamo liberi di esprimerci?

A chi si potrebbe rimproverare un sincero amore per il testo e per la cura delle parole? E come si potrebbe depurare il testo stesso da certi populismi che allontanano il pensiero critico e trascinano il testo amato verso l’odiato abisso della demagogia del governo dei tweet?

Ed a chi ama appassionatamente il testo si potrebbe forse rimproverare di aborrire le banalizzazioni?
Si dirà ..ma bisogna farsi capire..la metafora aiuta e propizia.
Sarà!..   

Il fatto è che le piattaforme dei c.d. “social” sono diventati luoghi un po' selvaggi nella loro vischiosità caotica soprattutto quando spinge a pericolose semplificazioni.

 Forse lo strumento tecnologico di amplificazione del dibattito e di celerità del confronto ha progressivamente perso la sua originaria carica di comunità spontanea e libera per avvicinarsi pericolosamente a quella di via surrettizia verso l’omologazione, per non dire di brutalità del linguaggio, esattamente come sta avvenendo per le nostre mailing list  infestate da “troll” di ogni ordine e grado ai quali si dà da mangiare ignorando la regola comunicativa  delle comunità di internauti che sconsiglia di nutrirli (please don't feed the troll).

 Certo è che in alcuni episodi recenti della campagna referendaria le parole e la storia sono state maltrattate e spinte ai margini del discorso pubblico fagocitando, rispetto degli interlocutori, quel po’ di continenza che può neutralizzare la pervasività del mezzo comunicativo da piattaforma.

In questo scenario assertivo va riconosciuto che anche la politica ha fatto la sua parte nello spaziare, con retorica spicciola, dalla storia del buon partigiano che vota SI’ fino a casa Pound  che vota NO al referendum, magari senza neanche sapere che cosa veramente è stato  Ezra Pound  per la letteratura e che  cosa c‘entra Casa Pound  con il grande Poeta.

Ma tant'è ..  la velocità della similitudine affascina mentre appiattisce in funzione della comunicazione immediata e veloce tanto propiziata dai social e dai media, ossia tutti luoghi che rendono possibile una certa massimazione del discorso e una certa rudezza del linguaggio.

Tuttavia, una riflessione s’impone perché dietro l’angolo s’affaccia inesorabile la sanzione per chi fa delle parole e della storia una cattiva manutenzione, ossia il rischio serio di non farsi capire.

Si consuma, in questi momenti comunicativi concitati ed amplificati dalla presenza di quello che Carlo Collodi avrebbe chiamato “ intelligente e cospicuo uditorio”, una grande rinuncia culturale ovvero la marginalizzazione dei concetti intesi come unica via verso la conoscenza, ossia gli strumenti irrinunciabili che elidono lo spazio tra pensiero e parola.

Può accadere, allora, che noi stessi sinceri democratici ci facciamo irretire proprio da ciò che combattiamo ogni giorno, ossia l’abbandono del pensiero critico e il rispetto della storia.

Tutto questo forse non ha niente a che vedere con la libertà di parola che non è in discussione e che  tutti intendiamo difendere, ma si tratta di capire quale parola vogliamo difendere ? Anche quella inopportuna ? Ossia proprio quella che c’ allontana dal confronto dialettico come veicolo fondamentale di crescita culturale se la parola buttata nel marasma astorico del web diventa irrispettosa della conoscenza, o semplicemente, crea malintesi umiliando la storia, mentre  il pensiero si avvicina  pericolosamente ad un cliché tra i più pervasivi, ossia quelli che sottovalutano l’interlocutore il quale non è meno degno di rispetto ancorché confuso nella comunità virtuale indistinta.

Qualche riflessione, allora, s’impone.

Ma non si era detto che la democrazia serviva a contrastare anche la dittatura degli algoritmi (dove un SI’ nella compulsiva campagna referendaria diventa la panacea di tutti i mali che affliggono una società esausta) e a combattere le platee mediatiche dove il discorso pubblico si riduce a poche parole chiave e slogan prêt-à-porter mentre i veri problemi c’incalzano nella loro testarda ed irrisolta realtà?

E non si era detto che non convincevano le agiografie facili e le allegre fascinazioni delle parole usate come armi contundenti  da chi privilegia il web come luogo esclusivo del dibattito pubblico a colpi di tweet?

Forse, allora, davanti alla parola inopportuna e bellicosa più che alla libertà d’espressione verrebbe da pensare ad un’avventura culturale non esaltante che evoca più che un deficit di libertà, un deficit di stile se, come è da credere, i social non sono un luogo maligno, ma qualcosa che ci costringe a marcare la nostra finitezza allontanandoci,  nel frastuono comunicativo, dalla  fondamentale responsabilità delle parole che utilizziamo.

Insomma ..di parole abbiamo solo quelle, non le maltrattiamo e, soprattutto, non maltrattiamo la storia, con cornucopie universali di stereotipi.

Qui la libertà di espressione non c’entra, anzi, quel diritto non deve diventare la foglia di fico della parola  inopportuna.


di Donatella SALARI
Giudice presso la Corte di Cassazione, Ufficio del Massimario

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