ISBN 978-88-548-2217-7 ISSN: 2036-5993 Registrazione: 18/09/2009 n.313 presso il Tribunale di Roma

La questione morale per il giudice tra il secondo e il terzo millennio.

LE INTERVISTE DI GIUSTIZIA INSIEME 

 

LA QUESTIONE MORALE PER IL GIUDICE TRA IL SECONDO E IL TERZO MILLENNIO.

Intervista di Paola Filippi a Nino Condorelli, Ernesto Aghina, Lorenzo Miazzi e Giuseppe Sepe.

 

Sommario: 1. La scelta del tema. - 2.  Le domande. – 3. Le risposte. – 4 Le Conclusioni. 3. L’Intervista in pdf.

 1. La scelta del tema.

Il tema dell’intervista  è quello della "questione morale", l’argomento lo abbiamo scelto prima del terremoto, prima che i riflettori si accendessero sull’incontro, il 9 maggio scorso,  in un albergo romano e in orario notturno tra un magistrato, attualmente deputato del PD, un ex deputato del PD, attualmente indagato dalla Procura di Roma,  alcuni magistrati, attuali consiglieri del CSM e un ex consigliere, attuale sostituto della procura di Roma, con una domanda pendente di aggiunto. L’argomento dell’incontro, tra gli altri, forse solo per alcuni, ma almeno “apparentemente” per tutti: la nomina del successore del Procuratore della Repubblica  di Roma Giuseppe Pignatone.

 Gli intervistati di G.I. questa volta sono magistrati, appartenenti a quattro diverse generazioni, tra i due millenni, dico questo perché sul tema della questione morale le nostre interviste proseguiranno perché il danno provocato dall’immoralità del  giudice, anche di uno solo, è devastante e solo insieme ci si salva e questo vogliamo dirlo e dirlo ancora.

 2.  Le domande.

 1. Qual è il  significato e cosa si intende per “questione morale”?  Quando,  come e perché, all'interno della magistratura, si è cominciato a parlare di questione morale?

 2. Il dibattito ha portato  ha portato  risultati positivi?

 3. In quale direzioni dovrebbero impegnarsi i magistrati del terzo millennio per riportare al centro dell'attenzione la questione  morale? Quale secondo Te la via da seguire per porre a monito dei giovani magistrati che  la funzione giurisdizionale implica grandi responsabilità, pretende un' integrità assoluta e come, anche solo l'apparenza, sia essenziale  per la salvaguardia  della propria toga  e con quella del prestigio e  di tutti i magistrati ?

 3. Le risposte.

1. Qual è il  significato e cosa si intende per “questione morale”?  Quando,  come e perché, all'interno della magistratura, si è cominciato a parlare di questione morale?

 NINO CONDORELLI.: Semiologicamente la questione morale è stata vissuta in una prima fase, nel Paese,  come una sorta di “riserva di caccia”, dapprima, di un determinato gruppo politico, che ne rivendicava comprensibilmente, ma senza molto successo, il primato a fronte di un evidente degrado delle leadership nella politica e nel costume. Con il trascorrere del tempo, curiosamente, al progressivo  sbiadirsi, se non al tramonto, della forza del messaggio culturale  e politico contenuto nella formulazione della “questione morale”, ha fatto presto seguito una improvvisa emersione della centralità del tema nella economia e nella società. Con i numerosi ed eclatanti casi giudiziari che diedero luogo alla c.d. “tangentopoli”, scaturita da una sostanziale insostenibilità, innanzitutto economica, del sistema organizzato e strutturato  di massicci prelievi, generalizzati e pressoché inevitabili, a carico degli imprenditori, si è quindi  avvertita, per la prima volta e senza apparenti eccezioni, la necessità di una rifondazione delle Istituzioni e della loro legittimazione repubblicana. La speranza è però rimasta in gran parte frustrata, e la delusione ha avuto un valore epocale, superiore agli stessi scandali, e per molti versi comparabile a quella che ha segnato le esperienze post resistenziali.

In magistratura, analogamente, dapprima singoli magistrati hanno incominciato a raccogliersi attorno  a parole d’ordine profondamente innovative, verso un capovolgimento di prospettive da “cannocchiale rovesciato” (in cui era il “servizio giustizia”, con gli interessi degli utenti e la cooperazione degli operatori, a dover prevalere rispetto alle tradizionali istanze corporative), e la proposta di una forte assunzione, senza le denunziate ed annose timidezze,  del ruolo di controllo della legalità assegnato in Costituzione all’Ordine giudiziario.

Ma il dilagare, ancorché ovviamente in misura più limitata, anche all’interno del corpo giudiziario, di gravi episodi di malcostume e degenerazione corruttivi  ha presto trasformato la “questione morale” in una vera e propria “questione penale”, con il rischio, o la “tentazione”, di circoscrivere il generale degrado che tali episodi evidenziavano ai procedimenti stessi, e di rimanere in attesa del loro esito (ignorando il “numero oscuro” che dietro di essi si profilava). Per la verità, simmetricamente, si è anche affermato, nelle dichiarazioni pubbliche e nei programmi delle componenti associative, un grande ed apparentemente condiviso sentimento del bene comune, e della necessità di recuperare il senso e il valore della funzione del magistrato nella promessa palingenesi della Repubblica. Ma troppo spesso nulla dei precedenti malvezzi è mutato, ed è rimasta intatta la tendenza a costruire le carriere personali all’interno di rapporti sempre meno trasparenti con le istituzioni e il mondo politico. Tutto ciò ha determinato, con la perdita dell’identità sociale del Magistrato e dei fondamentali valori ad essa connessi, il crollo, per taluni, di ogni freno inibitorio, alla ricerca del tornaconto personale, spesso anche economico, costituendo così l’anticamera di nuove, sempre più compromettenti, violazioni di leggi e di norme anche penali.

 ERNESTO AGHINA: la “questione morale” in Italia, secondo un’accezione storica diffusa, può essere ricondotta ad una celebra intervista a Enrico Scalfari di Enrico Berlinguer che, nel 1981, evidenziò la degenerazione dei partiti politici, ridotti a macchine di potere e di clientela.

Quanto alla genesi del tema in magistratura, andando indietro con la memoria, colloco il ricordo della questione morale sin dall’inizio della mia attività quando, poco dopo il superamento del concorso, proprio nel 1981, la magistratura venne investita dal ciclone P2.

Non posso dimenticare come un brusco disincanto rispetto al tasso etico che ritenevo ontologicamente connesso all’esercizio della magistratura derivò, a nemmeno un mese dal mio esordio professionale, dall’impatto con un dirigente dell’ufficio giudiziario palesemente compromesso in un contesto ambientale che difatti lo costrinse (anche per evitare guai peggiori…) ad una quiescenza anticipata.  

Da allora ciclicamente il tema è riemerso, sino alle cronache di questi giorni, con periodici coinvolgimenti di magistrati in condotte tutt’altro che irreprensibili, concause non irrilevanti del progressivo calo di prestigio e credibilità complessiva della magistratura.

 LORENZO MIAZZI: la magistratura degli anni 80 e 90 era ancora fortemente ideologica e la divisione per gruppi corrispondeva a diversi orientamenti politico-sociali; quando le ideologie sono venute meno, la divisione per gruppi è diventata meno giustificata, per cui ciò che prima era stata un progresso (la divisione delle nomine secondo la diversità culturale, anziché il monopolio e la cooptazione) è pian piano diventata lottizzazione, cioè spartizione non sulla base di differenze ideali ma secondo il peso politico dei gruppi di appartenenza (che nel frattempo venuta meno la spinta ideale si protraevano come puri gruppi di potere).

 Questo fenomeno si è abbinato ad un altro: mentre sino agli anni 90 tutti i magistrati, soprattutto quelli di un certo valore, erano iscritti o riconducibili alle correnti - per cui nella divisione per diversità culturale  potevano rientrare tutti - successivamente il distacco dal “correntismo” ha fatto sì che magistrati di valore non fossero iscritti o riconducibili a nessun gruppo, e quindi finivano ingiustamente pretermessi nell’attribuzione dei posti.

Perciò a partire dalla fine degli anni 90 si è cominciato a porre il problema della questione morale per gli evidenti effetti negativi della lottizzazione. Questione morale è quindi quella che comprende i comportamenti censurabili di colore che per ottenere “promozioni” e di coloro che per favorire i propri “clientes” si sono uniti in un patto amorale di potere. Degenerato ulteriormente in comportamenti non solo moralmente riprovevoli, (la spartizione lottizzatoria) ma illeciti (da Mancuso a Palamara).

GIUSEPPE SEPE: parlare di “questione morale” in Magistratura sembra un contro-senso. Come può essere che i magistrati, tutori della legge, investiti di una così elevata funzione, siano attraversati da un dibattito che involge la morale? Come può esistere una questione morale, se figure esemplari di magistrati hanno compiuto enormi sacrifici per l’affermazione del primato della legge contro la criminalità comune e organizzata? Eppure una questione morale c’è e se ne percepisce la gravità, perché i magistrati sono uomini con virtù e vizi. Esiste un problema di scarsa trasparenza, opacità di comportamenti. Non parlo solo degli eclatanti casi di magistrati corrotti o colpevoli di gravi reati, quanto dei torbidi rapporti di alcuni magistrati con centri di potere occulti, politici, affaristici, lobbistici. Mi riferisco anche alla strumentalizzazione delle funzioni per fini privati, ossia per conquistare notorietà o per costruire carriere, al carrierismo, alla rincorsa spasmodica di incarichi, di prestigio, di potere.

Sono entrato in magistratura nel 2004 e già allora si parlava di questione morale, fenomeno antico. La magistratura è stata baluardo della democrazia ma anche infiltrata dai poteri “occulti” al tempo del grande scandalo della Loggia segreta P2, poi in anni recenti nelle indagini sulla cd. Loggia P3, quando fu scoperta un’associazione finalizzata al pilotaggio di sentenze, appalti, che si giovava dell’appoggio di magistrati, poi condannati. Ma sono tanti i casi di corruzione in atti giudiziaria scoperti anche in tempi recenti. Si pensi al caso Saguto a Palermo. Le indagini nei confronti di magistrati fanno sempre notizia e nuocciono terribilmente alla credibilità della Magistratura.

Spesso i fatti di cronaca riguardano magistrati che operano in piccoli centri e che hanno rapporti eccessivamente disinvolti sul territorio. Oggi lo scandalo riguarda addirittura alcuni componenti del Consiglio Superiore della Magistratura.

2. Il dibattito ha portato risultati positivi?

 NINO CONDOLRELLI : Sicuramente, ad un certo punto, sono affiorati importanti elementi di novità giacché, comunque, la evidenziazione dei temi della efficienza e della tempestività del servizio fornito ha posto in risalto i risvolti propriamente professionali della questione morale, giacché l’affidabilità del servizio giustizia è stata ritenuta inscindibile dalle capacità e integrità del personale magistratuale, e dalla qualità e terzieta’ delle decisioni. Dalla questione morale è in questo modo sorta la “questione professionale” che, a ben guardare, avrebbe dovuto costituire il logico sviluppo e la concreta realizzazione degli obbiettivi posti dalla prima.

Contestualmente si è colta, pur tra mille difficoltà attuative, l’importanza dell’innovazione e degli interventi organizzativi. Ben presto però, a mio giudizio, tali profili hanno preso il sopravvento, svuotando di gran parte della sua fondamentale carica ideale il senso originario e il punto di partenza della questione morale. Così presso le nuove generazioni, spesso ignare del portato storico di queste vicende, e forsanche fuorviate da una certa pubblicistica e da alcuni interventi degli organi del governo autonomo della magistratura, la “sana” competizione professionale (a far sempre meglio il proprio lavoro) si è trasferita sulla ipervalutazione del numero fine  a se stesso, fino alla esaltazione della statistica cieca e burocratica come unico strumento di valutazione e comparazione del lavoro giudiziario. La importante ricerca di una migliore produttività ai fini della massima estensione ed incisività del controllo di legalità si è così sempre più trasformata in produttivismo fine a se stesso, dove la principale qualità del prodotto, come effettiva risposta alla domanda di giustizia, è andata spesso smarrita. In questo contesto si tende inevitabilmente a perdere i grandi riferimenti ideali e valoriali che costituiscono l’essenza e la ragion d’essere della questione morale, e non è facile immaginarne una rinascita idonea a contrastare il processo degenerativo in atto nel tessuto sociale.

 ERNESTO AGHINA: Formulare una domanda del genere, proprio oggi, ha un sapore beffardamente sarcastico, poiché non può che imporsi una risposta di una sola sillaba: no.

Sarebbe quindi il caso di interrogarsi sulle cause di questo deficit, atteso che anche quella sorta di “patto con i cittadini” stipulato dall’ A.N.M. con il codice etico non ha sortito i risultati auspicati, sia per una perdurante sottovalutazione della centralità del tema, sia per l’insufficienza del sistema interno dei controlli, tanto più grave nell’ambito di una funzione predisposta a garantire il rispetto delle regole.

Non c’è dubbio che la magistratura, per il ruolo che riveste, non può consentirsi cedimenti sulla questione morale, allarmante in qualsiasi settore, ma intollerabile per il potere giudiziario, che deve impegnarsi in un tempestivo riscatto.

LORENZO MIAZZI: NO, assolutamente. A quanto sopra descritto si è sovrapposto un altro fenomeno: la soppressione del criterio dell’anzianità senza demerito (che aveva consentito, nel sistema precedente, automatismi per cui tutti prima o poi potevano avere un “posto di rilievo”) e l’introduzione del criterio del merito. Quest’ultimo, utilizzato in modo “lottizzatorio” e non secondo criteri di effettiva rispondenza alle caratteristiche del candidato, ha determinato la possibilità del più ampio arbitrio. Ciò ha provocato giustamente la forte riprovazione di molte scelte. Ma le correnti, anziché interrogarsi sulla sostanza  - è ancora giusto un criterio spartitorio? - si sono trincerate dietro la forma, inventando ex post giustificazioni per scelte fatte secondo spartizione (non in tutti i casi, ovviamente, ma neppure in pochi). Il che ha consentito il dilagare dei ricorsi amministrativi.

Neppure è stato positiva per il dibattito la creazione di un’opinione pubblica nazionale resa possibile dalle mailing list, che pure potevano avere un forte impatto positivo in quanto hanno centuplicato i fattori di conoscenza e di discussione. Ciò in quanto i gruppi (soprattutto quelli più clientelari) hanno abbandonato questi luoghi, per sottrarsi alle censure. Così, questi che potevano essere formidabili strumenti di analisi e di auto-controllo rispetto all’autogoverno, sono diventati terreno di scorribanda puerile, demagogica, di gruppi numericamente ridotti di magistrati che hanno occupato le liste rendendole inservibili. Il dibattito sulla questione morale perciò è scomparso, nello spazio fra il silenzio dei gruppi e le polemiche, le tirate al limite dell’insulto, dei tastieristi di professione.

Anche Area ha perso l’occasione di un serio ripensamento, quando è emersa la sua sostanziale adesione allo schema lottizzatorio sopra descritto. La spinta a giustificare le condotte dei propri aderenti ha prevalso sulla capacità di rinnovamento delle condotte stesse.

 GIUSEPPE SEPE: L’approvazione, nel 2010, del Codice etico dell’Associazione Nazionale Magistrati ha coronato una stagione di forte impegno sul fronte associativo per combattere i fenomeni deteriori connessi allo sviamento della funzione, oltre che per stigmatizzare e prevenire cadute sul piano deontologico. Si tratta di un “corpus” di regole di comportamento cui il magistrato impronta la propria condotta e che, se osservate, consentirebbero di eliminare alla radice il problema. D’altronde la stragrande maggioranza dei magistrati, donne e uomini, ha un’altissima concezione del proprio ruolo e ispira con naturalezza la propria condotta professionale ai dettami di quel codice deontologico, che pur essendo concepito e realizzato in sede associativa acquisita una indubbia valenza generale e riguarda tutti i campi delle funzioni giudiziarie, anche quelle che attengono alle funzioni di auto governo.

Va tuttavia riconosciuto che nonostante il codice etico e la riforma del 2006 sugli illeciti disciplinari, non è raro imbattersi in comportamenti di segno opposto. Vi sono settori di attività giudiziaria in cui sono più frequenti comportamenti opachi, come quelli relativi alla gestione di imprese o compendi aziendali, ad esempio in materia fallimentare, ovvero nel settore delle amministrazioni giudiziarie in campo penale. Si tratta di segmenti di attività dove è frequente il ricorso a consulenti esterni e dove può facilmente annidarsi l’abuso.

 3. In quale direzione dovrebbero impegnarsi i magistrati del terzo millennio per riportare al centro dell'attenzione la questione morale? Quale secondo te la via da seguire per porre a monito dei giovani magistrati che la funzione giurisdizionale implica grandi responsabilità, pretende un'integrità assoluta e come, anche solo l'apparenza, sia essenziale per la salvaguardia della sacralità non solo della della propria toga che si indossa ma  del prestigio e  di tutti i magistrati?

 NINO CONDOLRELLI: E’ molto difficile rispondere  a questa domanda. E’ comprensibile che, soprattutto alla luce degli ultimi avvenimenti, si avverta una esigenza di grande rinnovamento ri-fondativo delle ragioni e dei valori che possono giustificare e dare senso alle funzioni del magistrato e al  suo statuto professionale, per i quali non basta più appellarsi al “mantra” dell’indipendenza e dell’autonomia, che pur rimangono pre-condizioni irrinunciabili di ogni processo rigenerativo. Occorre spiegarsi, e spiegare a coloro che, da  esterni al mondo della magistratura e anche degli altri operatori del diritto, si interrogano, ancora  in buona fede, sulla crisi di un modello di giudice e di governo autonomo come quello  scolpito in Costituzione (ancora oggi stimato e invidiato, in varie sedi anche internazionali, come uno dei migliori possibili), le ragioni per cui, al di fuori del classico circuito della responsabilità politica (peraltro anch’essa ormai in crisi profonda), non si riesca a realizzare una forma di sana rappresentanza della comunità dei giuristi, e al suo interno di magistrati, in grado di produrre gli anticorpi necessari per contrastare, e cercare di sconfiggere la ricerca senza limiti di vantaggi personali e gli appetiti sfrenati di singoli abili costruttori di consenso e di clientele sempre più vaste e acritiche e perciò facilmente manipolabili. Al contempo sarebbe necessario entrare nel microcosmo degli Uffici, dove troppo forte rimane la spinta alla banalizzazione del proprio lavoro e del proprio ruolo, esercitata dalle carenze strutturali e organizzative e dalle sempre crescenti difficoltà esistenziali, di vita e di lavoro, del singolo magistrato.

Una operazione di tal genere esigerebbe anche scelte radicali, se non addirittura clamorose, fino al massimo livello delle istituzioni del governo autonomo. Ad esse dovrebbe fare seguito una grande mobilitazione nei territori per articolare proposte di profondo rinnovamento al fine di eliminare i perniciosi personalismi eversori dell’assetto costituzionale del potere giudiziario.

 ERNESTO AGHINA: Il rilievo della questione morale per un magistrato, nelle sue valenze etiche e deontologiche, non può essere (purtroppo) presunto, come pur sarebbe ragionevole attendersi.

In un contesto caratterizzato da un’accentuata selettività del concorso per la magistratura, in cui predomina incontrollata un’offerta formativa privata di preparazione alle prove di esame, di fatto la formazione del magistrato viene ad essere anticipata nelle tante “scuole”, in cui ci si concentra esclusivamente sull’acquisizione di una tecnicalità funzionale al superamento delle prove di accesso.

I temi deontologici non vengono minimamente in rilievo (ed anzi le cronache evidenziano come si inoculino pericolosi germi patogeni), in quanto ritenuti esterni ad un percorso didattico speculativamente orientato al superamento delle prove d’esame, eppure è in questa delicata (e prolungata) fase di preparazione che si forma il futuro magistrato, in cui si acquisisce la coscienza della funzione professionale.

Vero è che dopo il superamento del concorso, la formazione iniziale (ora demandata anche e soprattutto alla Scuola superiore della magistratura), interviene in modo opportuno ed adeguato, ma a volte si tratta di un intervento tardivo, a fronte di un imprinting precedente, in qualche modo collegato anche all’età non giovanissima dei m.o.t.

Dal suo esordio, modellando un inedito percorso di formazione centrale, la Scuola si è preoccupata di dedicare ampio spazio ai temi deontologici e disciplinari, fin dalla settimana interdisciplinare di inizio del tirocinio dei m.o.t., invitandoli a riflettere sulla peculiarità della funzione giurisdizionale, alle responsabilità assunte ed alle attese sociali derivanti dal ruolo, anche attraverso una disamina del codice etico.

Si tratta di un investimento in qualche modo ridotto dalla compressione del tirocinio dei m.o.t., ma che è ripreso come il ripristino del regime ordinario di 18 mesi, mediante un’implementazione dell’offerta formativa interdisciplinare.

Non c’è dubbio che si tratti della strada giusta su cui perseverare, affinando i modelli didattici ed adattandoli alle esigenze della platea degli utenti, con cui non è mai mancato un costante confronto, superando l’eccesso di domanda formativa improntata esclusivamente sul “saper fare”, evitando di assecondare una sorta di bulimia empirica generata sia dal lungo percorso di studio teorico, sia dall’ansia per l’esordio professionale nella prima sede di destinazione.

In generale debbo dire però che i giovani colleghi sono generalmente consapevoli della delicatezza del ruolo, e i ricorrenti episodi che periodicamente esaltano l’attualità della cd. “questione morale” in magistratura, riguardano fasi diverse dall’esordio professionale, in cui l’entusiasmo e il rigore morale si attenuano, mentre crescono (a volte smodate) ambizioni personali, comportamenti a dir poco disinvolti e lassismo, un humus ideale per lo sviluppo di condotte disciplinarmente (e non solo…) rilevanti.

Si tratta di una in ogni caso di una situazione che ci coinvolge tutti e ci richiama ad una vigilanza personale e collettiva sempre più rigorosa, senza improprie deleghe o disattenzioni, isolando i protagonisti di condotte riprovevoli, mediante l’assunzione di una responsabilità collettiva.

Non ho potuto non rilevare la singolare coincidenza per cui, proprio nei giorni in cui tutti i media hanno amplificato le macchie che stanno infangando l’integrità della toga (e proprio nell’organo di governo autonomo che deve attestare in concreto la sua qualifica di “superiore”), migliaia di aspiranti magistrati abbiano intrapreso le prove scritte di un difficile concorso aspirando di indossare proprio quella toga.

Tutti noi magistrati abbiamo una particolare responsabilità anche soprattutto nei loro confronti.

LORENZO MIAZZI: Oggi per rivalutare la grande importanza della funzione giurisdizionale davanti ai giovani è necessario smantellare le strutture che hanno permesso la degenerazione del correntismo e il correntismo stesso, che l’hanno svilita. E’ necessario da un lato, svuotare la “carriera” del magistrato: ad esempio con meccanismi di rotazione negli incarichi, di nomina dall’interno e non dall’esterno, con l’abolizione degli sgravi per alcuni incarichi per renderli meno ambiti etc. Dall’altro, prendere atto che non ha senso la quadripartizione dei gruppi, perché la necessaria riflessione sul significato di questo strano e bellissimo lavoro deve continuare (anzi, prendere finalmente vita) intorno a concetti semplici e sanamente divisivi: privilegiare la qualità del lavoro o la sua quantità, concepire il lavoro come servizio o come impiego etc. Cose che si possono benissimo discutere all’interno dell’ANM: i gruppi come strutture di potere devono sciogliersi o fare un passo indietro, tornando luoghi di elaborazione di idee.

Ciò permetterà ai giovani di ricominciare a fidarsi degli insegnamenti dei magistrati più vecchi, di credere nel loro esempio, di comprendere il valore dell’autonomia e dell’indipendenza, di essere orgogliosi di fare parte della categoria e goderne e rinforzarne il prestigio.

GIUSEPPE SEPE: Ogni caduta sul piano etico, morale e deontologico, anche se riguarda magistrati, deve essere combattuta e prevenuta sul piano educativo, sociale, nella società e dalla società. Non esiste secondo me “il magistrato” in quanto tale ma il magistrato che si forma attraverso un percorso educativo fondato sui “valori” di una società pluralista e democratica (famiglia, scuola, università dovrebbero essere in grado di trasmettere questi valori). E’la matrice culturale, sono i riferimenti valoriali ed etici, gli esempi nobili cui, più modestamente, ciascuno di noi tenta di ispirarsi nel quotidiano, a determinare l’agire concreto dei magistrati. Dunque, anche il magistrato a suo modo è specchio della società e non è un caso che in Italia il rigore morale sia sceso a livelli bassissimi. C’è da essere pessimisti ma senza perdere la speranza nel rinnovamento morale che alla Magistratura è assicurato dalle giovani generazioni che, ad ogni tornata concorsuale, portano nuova linfa all’ordine giudiziario. La forte presenza di giovani, che hanno a cuore il bene della collettività, fa sperare nel futuro.

Andando sul pratico, le cd. incrostazioni di potere e le connesse opacità possono prevenirsi introducendo regole più stringenti. Potrebbe pensarsi a un divieto per il magistrato di esercitare le funzioni in un piccolo centro, oltre un certo numero di anni. Ciò per evitare che l’eccessivo radicamento favorisca l’emergere di relazioni troppo strette sul territorio. Occorre favorire il ricambio delle funzioni, sia per ampliare la professionalità e le conoscenze, sia per impedire eccessive sedimentazioni di potere. Occorre poi ampliare e rendere più effettivo il controllo del dirigente dell’ufficio. Se un magistrato indagato fa notizia, fa ancora più scalpore il fatto che nessuno ha controllato. L’individuazione di buone pratiche per la gestione delle procedure è uno dei mezzi per garantire un efficace verifica. Senza arrivare al whistleblowing, anche i colleghi dell’ufficio, opportunamente consultati a mezzo di questionari anonimi, potrebbero periodicamente fornire spunti per un approfondimento a chi di dovere. Infine il circuito dell’autogoverno deve fare la sua parte, condividendo informazioni e assicurando celerità agli accertamenti.

  4. Le conclusioni

Emerge dalle risposte l’ampiezza della rappresentazione  del magistrato  immorale.

Vi rientra il giudice corrotto insieme al giudice correntista e clientelare, il giudice che bussa la porta per perorare la sua nomina insieme al giudice che la porta la apre,   il giudice semplicemente opaco; si tratta, come tratteggiato dai nostri intervistati della declinazione della medesima icona quella del giudice che viola la  regola.

Nella stessa immaginaria gabbia mettiamo il giudice che viola le norme penali, il giudice che vende la funzione, il giudice che commette reati comuni il giudice che viola le regole del governo della magistratura.

L’immoralità del giudice assorbe in sé, nella sua gravità, ogni tipo di violazione delle regole, questo perché è la  violazione della norma commessa dal giudice che non si può tollerare.

E’ la domanda retorica  di    Giuseppe Sepe  “come può un tutore della legge violarla egli stesso?” che spiega il senso di vergogna che unisce i giudici e quello di sgomento, disprezzo e incertezza che scuote gli utenti  della giustizia.

La trasgressione  del giudice  è sempre profondamente immorale.

E’ immoralità che offende  i magistrati assassinati  e coloro che  esercitano la funzione giurisdizionale  pensando al  migliore dei mondi possibili dell’utopia  di Voltaire , in condizioni di lavoro spesso pessime.

"La mania di protagonismo e il carrierismo" sono  virus con effetti letali,  "il clientelismo e la remissività dei gruppi nei confronti dell’ambizioso più ambizioso, a cui non basta la toga ordinaria" determinano poi  quel processo di degenerazione  che denuncia Lorenzo Miazzi,  "la caduta delle ideologie lascia il posto  alla spartizione sulla base del peso politico dei gruppi di appartenenza".

L’attenzione alla questione morale, come ci spiega Nino Condorelli,  è una curva sinuosa movimentata sull’asse cartesiana dai picchi dei fatti eclatanti di corruzione, la P2, l’onda di corruzioni, da cronaca nera, e nomine a pacchetto, ora il picco: l’ex deputato indagato che presenzia conciliaboli per la nomina del Procuratore che continuerà l’indagine contro di lui.

La nostra speranza, ora come ai tempi della P2, sono le nuove generazioni, come ci esorta  Ernesto Aghina, da formare all’attenzione costante alla vigilanza personale e collettiva, sempre più rigorosa, senza improprie deleghe o disattenzioni, alla capacità di isolare i  protagonisti di condotte riprovevoli, mediante l’assunzione di una responsabilità collettiva.

 


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